La Serenissima Repubblica di Venezia è stata una grande potenza mondiale, un luogo ricchissimo dove confluivano merci, oggetti preziosi, ricchezze e persone geniali da tutto il mondo.
Costruita su isolotti e un foresta di milioni di pali conficcati nella laguna, era un luogo ideale per esser difeso dagli invasori esterni, che infatti fino al 1797 non la espugnano né conquistano in nessun modo. Poi arriva Napoleone, la modernità e tante altre rivoluzioni che porteranno Venezia a cambiare volto e forma, ma alcuni dei problemi legati alla natura stessa della ci ttà lagunare rimangono invariati.
L’acqua alta per esempio, che arriva a inondare case e “boteghe”, calli, campi e campielli, ma l’acqua era un problema anche al contrario, ovvero come reperire fonti di acqua dolce. C’è qualche pozzo di acqua naturale in città ma quando Venezia diventa abitata da tante persone non basta più.
Cosa fanno allora i Veneziani? Ingegnerizzano un sistema geniale che consente loro di non dover importare costantemente grandi quantità d’acqua dalla terraferma. Costruiscono migliaia di “Pozzi”. Questi non sono né freatici, ovvero che prendono l’acqua da una falda in superficie, né artesiani, che prendono l’acqua in pressione da grandi profondità, ma sono dei “pozzi” che sarebbe più corretto definire cisterne.
I cittadini della laguna iniziano a realizzare questo tipo di cisterne già durante le prime fasi della costruzione città, durante l’Alto Medioevo, quando colonizzano le isole che oggi sono limitrofe alla città, e il governo cittadino incoraggia la realizzazione continua di queste opere di ingegneria idraulica.
I campi, i campielli e le corti costituivano il luogo perfetto per raccogliere grandi quantità d’acqua da immagazzinare nel sottosuolo. Nel 1322 il Maggior Consiglio decreta la costruzione di 50 pozzi, poi nel 1424 ne fa costruire altri 30, fino a quando, poco prima dell’invasione napoleonica, in città si contano la bellezza di 157 pozzi pubblici.
Quelli pubblici in realtà non sono che una minima parte della massa di pozzi presenti in città. I veneziani ricchi, i patrizi, ne fanno costruire circa 6.000, cui vanno aggiunti i 180 pozzi pubblici e centinaia che nel corso del tempo vengono interrati. Queste migliaia di opere consentono la vita stessa nella città, che altrimenti sarebbe stata impossibile.
Come si realizza un pozzo veneziano? L’area del campo veniva scavata, si può scendere anche 5 o 6 metri nel sottosuolo, il fondo e la zona laterale viene impermeabilizzato con un’argilla apposita, in modo da formare una specie di contenitore con al centro la canna del pozzo, e poi riempita con strati e strati di tanti metri cubi sabbia di fiume che aveva una grana di diversa grandezza, in modo da filtrare al meglio le impurità.
I costruttori poi ricoprono tutto a livello superficiale con dei grossi masegni, pietre di trachite euganea, mentre nelle corti dei nobili si usano più preziose lastre di pietra d’Istria.
L’acqua piovana viene raccolta da diversi tombini posti nel campo, che la fanno filtrare verso la base del pozzo che la raccoglie e la immagazzina, ora completamente pulita, per essere usata come acqua potabile dagli abitanti della Repubblica.
Anche la canna del pozzo era un piccolo capolavoro di genialità artigiana. Era appoggiata su una lastra di Pietra d’Istria e realizzata con dei mattoni detti “Pozzali”, realizzati in modo da creare una canna circolare. Questi mattoni fanno filtrare l’acqua all’interno della canna, ma sono resistenti a sufficienza per sopportare il peso della sabbia bagnata e in grado di resistere all’enorme pressione di tonnellate di materiale che gli premono contro.
La parte che vediamo all’esterno di tutto questo complesso sistema di raccolta, immagazzinamento e filtraggio è la Vera da Pozzo, quasi sempre realizzata in pietra d’Istria, regione che all’epoca era uno dei possedimenti di Venezia. L’arte delle Vere da Pozzo diventa un modo esemplare di mostrare la propria ricchezza agli ospiti, uno strumento di efficacissima propaganda per i veneziani più abbienti.
Le prima vere da pozzo erano realizzate con materiali di reimpiego come antichi capitelli, ma poi l’elaborazione plastica della pietra codifica un linguaggio vero e proprio, e segue lo stile corrispondente al periodo storico della costruzione del pozzo. Ci sono Vere in stile gotico, in stile barocco, bizantino e anche neoclassico, mentre gli ornamenti sono spesso raffiguranti il leone di San Marco, festoni e putti, mentre a volte, nelle realizzazioni meno elaborate, vengono lasciate spoglie e minimaliste, per usare un termine moderno. Su alcune vere si legge “Commodiati Publicae Nec Non Urbis Ornamento – A servizio del popolo e al tempo stesso ornamento della città”.
Chi costruiva queste opere era la confraternita dei “Pozzeri”, affiliati alla corporazione dei muratori, che si tramandava di padre in figlio i segreti della perfetta realizzazione di un pozzo veneziano.
La realizzazione di questi pozzi era naturalmente costosissima, e non tutti venivano finanziati dalla Repubblica. Nelle corti private, in ambienti definiti e di influenza dei nobili erano loro a pagarne la costruzione, finanziamento che trova testimonianza nelle iniziali scolpite direttamente sulla vera da pozzo, simbolo a volte anche della ricchezza dei patrizi che le avevano finanziate.
Sopra alla vera da pozzo si vede ancor oggi un coperchio metallico, che preservava l’acqua all’interno della cisterna, ma impedisce in tempi moderni di finire a gambe all’aria all’interno della canna del pozzo.
In passato l’acqua veniva prelevata non in continuo ma a orari ben definiti: al mattino e alla sera suonava la “campana dei pozzi” e gli abitanti andavano a prenderla con i secchi per poi usarla a casa. Vista la vitale importanza dell’acqua filtrata e conservata nella cisterna la custodia di questi luoghi venne affidata a vere e proprie figure specifiche, i fanti dei provveditori delle acque, Sanità e Comun, che a loro volta delegavano ai parroci o ai capi del sestriere la custodia delle chiavi per l’apertura del pozzo.
Purtroppo per i veneziani però capitavano a volte lunghi periodi di siccità, e l’acqua dei pozzi / cisterna non era più sufficiente. E’ così che, nel XV secolo, Venezia cerca sulla terraferma la soluzione, e la trova nel fiume Brenta. Da lì si forniscono gli acquaroli, o burchieri, che portano dalla terraferma acqua all’interno della città, che poi viene conservata nelle botti e distribuita ai cittadini.
In quel caso la figura dell’acquaiolo era indispensabile: dalla terraferma, da dove oggi si trova la località Moranzani, partivano delle navi che trasportavano e vendevano grandi quantità d’acqua alle case di Venezia.
La figura degli acquaioli è talmente importante che nel 1386 viene fondata la “Corporazione” omonima, che in caso di siccità rifornisce i veneziani di acqua potabile.
Oltre agli acquaioli, che esercitavano un commercio legale, l’acqua in città veniva venduta anche dai “Forastieri”, in modo abusivo ma tollerato dalle autorità, che si accontentavano di una donazione di questi alla corporazione degli acquaioli.
Anche gli animali hanno bisogno della raccolta dell’acqua piovana, e fra loro uno in particolare veniva accudito dagli abitanti: con piccole ciotole dedicate ai lati delle vere da pozzo: il gatto, che mangiava i ratti che venivano portati dalle navi dei commercianti e riusciva, ma non sempre, a proteggere Venezia dalle epidemie di peste che questi portavano con le pulci attaccare alla loro pelle.
I pozzi diventano anche luoghi di mistero e fascino, e dietro a loro si nascondono leggende e storie macabre. Alcune storie popolari li vogliono ingressi segreti ai sotterranei di palazzi nobili o chiese, mentre non può mancare una storia di true crime con protagonista un pozzo.
Siamo nel 1779, quindi pochi anni prima della conquista napoleonica, e in campo San Trovaso una donna sta per prelevare l’acqua dal pozzo. Getta il secchio nella canna ma questa è ostruita, bloccata da qualcosa, e le impedisce di raccogliere l’acqua. La donna si allarma e chiama aiuto. La scoperta che fanno le autorità è agghiacciante: all’interno della canna c’è il busto di un uomo, decapitato, cui sono state tagliate via anche le gambe.
La voce corre ovunque in città, e si controlla negli altri pozzi se ci siano i pezzi mancanti. Le gambe vengono trovate nel pozzo della parrocchia Santa Margherita, la testa nel canale di Santa Chiara e altri resti degli organi interni mentre scorrevano nel canale della Giudecca. Il doge e il governo cittadino ordina l’esposizione della Vergine Maria alla basilica di San Marco, mentre del Santissimo Sacramento in tutte le chiese cittadine. La testa del malcapitato viene imbalsamata ed esposta su due panche fuori dell’Uffizio dell’Avogaria, con lo scopo di riconoscere la vittima.
Ma fra i capelli del cadavere viene trovato un piccolo foglio di carta con una sigla indecifrabile V.F.G.C. Indecifrabile per tutti, ma non per Giovanni Cestonaro, che capisce tutto e corre a Venezia da Este.
La lettera l’aveva inviata lui e significava: Vostro Fratello Giovanni Cestonaro. La prova tangibile dell’identità della vittima.
Quando vede la testa del fratello non ha dubbi: l’assassina è Veneranda Porta, la moglie, che ha una relazione con Stefano Fantini, staffiere della famiglia Dolfin.
Il 26 giugno 1779 Giovanni racconta la storia del povero fratello, una storia che come spesso capitava, si spingeva molto oltre la città di Venezia. Francesco voleva scoprire e vedere il mondo, e così da giovane viaggia verso i domini greci dello Stato da Mar veneziano. Raggiunge prima Cefalonia e poi Corfù, dove sposa Veneranda Porta da Sacile, una vedova di circa 30 anni di età, lui la definisce zoppa e brutta, che aveva già due figlie, di cui però teneva soltanto una con sé, l’altra l’aveva mandata a Sacile dai parenti.
Francesco e Veneranda fanno un’altra figlia, che affidano a uno zio ad Este, e la coppia va a vivere a Venezia nei pressi di Campo San Barnaba, in calle della Madonna. Ma Francesco e Veneranda non sono una coppia felice. Lei ha una relazione con uno staffiere della famiglia Dolfin, e Francesco scrive doloranti lettere di lamentele al fratello.
Ai magistrati veneziani quella spiegazione basta e avanza: fanno arrestare Veneranda che viene condotta in tribunale. All’inizio la donna nega tutto, poi confessa: il 12 giugno Francesco voleva ammazzare lei e l’amante, al che lo staffiere si ribella e uccide a colpi di mazza il marito tradito. Poi lo squarta e divide il cadavere spargendone i resti per la città.
Ma di Stefano Fantini in città non c’è traccia, e le cose rimangono congelate fino al 27 novembre, quando viene scoperto in una casa vuota in Rio Marin. A quel punto l’amante non può che confessare, ma racconta una storia diversa. Veneranda l’ha sedotto, e quella notte fatale si era gettato addosso al marito ferito, soffocandolo con la gonna perché non gridasse e aveva ordinato a Stefano di dargli altri colpi, fino a quando con un rasoio non lo aveva sgozzato, e poi aveva ordinato all’amante di fare a pezzi la vittima.
Viene interrogata anche Vittoria, la figlia di primo letto di Veneranda, la quale era presente durante l’assassinio. Ai giudici risulta chiaro che i due fossero d’accordo nell’ammazzare il povero Francesco, e che addirittura prima dell’assassinio avevano tentato per tre volte di avvelenarlo. La Quarantia Criminale il 10 Gennaio 1780 sentenzia la pena capitale per entrambi mediante decapitazione.
Il 12 gennaio i due amanti vengono uccisi, Veneranda chiede non la grazia ma il privilegio di essere uccisa per prima, una grazia che non le viene concessa. Lei viene sepolta mentre Stefano Fantini viene squartato ed esposto agli angoli della città. Fra l’altro se vi interessa la storia della pena di morte a Venezia trovate tantissime informazioni nel mio libro dedicato: L’Ultima Ora, la storia dell’uomo attraverso la pena di morte.
La storia di Francesco, Stefano e Veneranda si arricchisce di una leggenda nell’800, quando inizia a circolare la voce che avrebbe chiesto la grazia. Il mito vuole che la donna, condannata all’impiccagione e non alla decapitazione, abbia detto: “Per me questa sentenza non potrà mai avere luogo. Non potete impiccare una donna. Considerate l’improprietà di un tale gesto. In gonne, e appesa così in alto…”. Uno dei magistrati allora rispose: “Mia cara vorrà dire che sarà impiccata vestita dei miei pantaloni”.
I Pozzi di Venezia erano diventati testimoni di un terribile omicidio, ma in città continuano a essere fondamentali per la sopravvivenza dei suoi abitanti.
Poi, nel XIX secolo, anche Venezia saluta per sempre il proprio geniale sistema di approvvigionamento idrico per qualcosa di più comodo. Nel 1884 in città arriva l’acquedotto e le case vengono collegate all’acqua della terraferma. Con quella rivoluzione i pozzi/cisterna diventano inutili, e vanno in progressivo stato di abbandono. Dopo qualche decennio nessuno si occupa più di quelle cisterne, che vengono murate per evitare che qualcuno possa pensare di farsi un giro all’interno, possa riempirli o chissà cos’altro. Oggi è impossibile aprirli, e le vere da pozzo rimangono come silenziose testimoni di un passato ingegnoso.
Il pozzo/cisterna alla fine dell’800 finisce la sua epoca storica, superato da mezzi molto più tecnologici, ma per circa 1300 anni aveva consentito a Venezia di diventare la potenza che è stata, di essere (quasi) sempre dotatissima di acqua potabile, e in definitiva ai suoi abitanti di vivere in una città moderna da diversi punti di vista, una vita che, anche grazie all’acqua dei pozzi, poteva davvero definirsi “Serenissima”.
