I Pastori della Svanezia sono all’origine del mito del Vello d’Oro?

Ma la Svanezia, esattamente, dove si trova? A questa domanda possono rispondere, probabilmente, solo i più esperti in geografia o gli appassionati di trekking ai confini del mondo.

La Svanezia nei confini della Georgia odierna

Immagine di Giorgi Balakhadze via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

In realtà la Svanezia (o Svaneti) non è un luogo poi così remoto, visto che si trova nello stato della Georgia, ai piedi del Caucaso. Eppure, le alte montagne e le profonde valli, le foreste e i ghiacciai, insomma una natura selvaggia, hanno consentito alla Svanezia di vivere in un certo beato isolamento, almeno fino alla metà dell’800.

Un villaggio della Svanezia

Immagine di Jaba 1977 via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Così ancora oggi, oltre alla natura incontaminata, nella regione ci sono antiche vestigia risalenti principalmente al Medio Evo: decine e decine di chiese ortodosse, e soprattutto le suggestive case a torre, costruite a scopo di difesa dall’VIII secolo fino al XVIII. Perché gli Svaneti, per quanto isolati, hanno sempre avuto le loro beghe da risolvere con persiani, bizantini, romani, principi locali e poi l’impero russo e l’Unione Sovietica.

Villaggio di Chazhashi

Immagine di Alen Ištoković via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Una regione ricca di storia dunque, forse più conosciuta (almeno dagli appassionati di mitologia) con il suo antico nome, Colchide. Per la precisione, l’attuale Svanezia era un territorio che apparteneva al più esteso regno di Colchide, praticamente il primo stato della Georgia, su cui regnava il leggendario Eete, che aveva la sua residenza ad Aia, città che secondo il poeta greco Apollonio Rodio “giace oltre i limiti del mare e della terra”.

Re Eete in un dipinto di Bartolomeo di Giovanni

Una terra misteriosa ricca d’oro e di miti legati a inquietanti personaggi che amano ricorrere alla magia per risolvere ogni sorta di problemi. A partire da Eete, che comunque è un dio, anche se di rango minore.

Suo padre è il potente Elios, il dio del Sole, mentre la madre è una semplice ninfa, l’oceanina Perseide, che pare fosse piuttosto brava nell’uso delle erbe per preparare pozioni e medicamenti. Una dote che trasmette non solo ad Eete, ma anche agli altri tre figli avuti da Elios: Perse, Pasifae e Circe, la “maga” per antonomasia.

Perse, capace pare di far tornare in vita i morti, diventa re dei Persiani; Pasifae, madre del Minotauro, grazie alle sue arti magiche rende micidiale, per le altre donne, il seme del marito Minosse; e poi “Circe riccioli belli, terribile dea dalla parola umana, sorella germana d’Eete dal cuore crudele” (Odissea, libro X). E’ la dea-maga di cui parla Omero nell’Odissea, che poteva mutare gli uomini in bestie, e lo fa con i marinai di Odisseo, trasformati in porci. L’eroe omerico, l’uomo dai molti ingegni e dai mille inganni, la scampa solo grazie all’aiuto del dio Ermes, che gli dà un antidoto, l’erba moly, grazie alla quale riesce ad avere la meglio sugli incantesimi di Circe, e alla fine tanto apprezza la sua ospitalità da fermarsi per un anno nella sua isola e, mentre la fedele Penelope lo aspetta a Itaca, lui concepisce con la maga un figlio che sarà causa della sua morte, ma questa è un’altra complicatissima storia…

L’antico regno di Colchide, in verde


Maghi e maghe dunque, questi figli e figlie di Elios e Perseide, ma non nell’accezione moderna del termine, perché nella Grecia arcaica non esisteva la magia come la intendiamo oggi. Loro sono dei, che oltre ai loro poteri divini hanno la capacità di ricavare dalle erbe potenti i pharmaka, per scopi talvolta benefici e più spesso malefici.

Laggiù ad oriente, ai limiti del mare e della terra, arriva Eete dopo aver lasciato il suo regno in Peloponneso, e fonda la città di Aia. Giunge lì, volando a cavalcioni di un ariete magico dal manto d’oro, il principe Frisso: insieme alla sorella Elle deve sfuggire alla ire della matrigna, che li vuole entrambi morti. In groppa alla straordinaria creatura, i due ragazzi sorvolano terre e mari sconosciuti, fino a quando la povera Elle non cade preda del sonno e scivola giù, in quel braccio di mare poi chiamato Ellesponto (mare di Elle) in suo onore e oggi conosciuto come stretto dei Dardanelli.

Frisso e la sorella Elle caduta in mare – Affresco pompeiano

Frisso invece arriva in Colchide, dove Eete lo accoglie tanto amichevolmente da fargli sposare una delle sue figlie, Calciope. In segno di riconoscenza il principe dona l’ariete magico al sovrano, che lo sacrifica a Zeus e poi consacra il vello d’oro – capace di guarire da ogni male – al dio Ares, e lo inchioda al tronco di un albero, in un bosco sacro. A fare la guardia il re pone un drago insonne, perché sa che qualcuno, prima o poi, cercherà di rubare il magico vello.

E difatti arriva in Colchide Giasone che, per riconquistare il trono di suo padre, re di Iolco, spodestato dallo zio Pelia, si cimenta in quell’impresa apparentemente impossibile. Parte accompagnato da eroi e semidei (Eracle, Castore e Polluce e molti altri), a bordo della nave Argo: sono i mitici Argonauti.

Dosso Dossi, La partenza degli Argonauti, 1520


Eppure, pur con tutto il loro eroismo e dopo infinite peripezie, gli Argonauti non avrebbero raggiunto il loro scopo se non fosse stato per un aiuto divino: come sempre, il destino degli uomini è condizionato dalla benevolenza o dall’ostilità degli dei.

Eete promette di cedere a Giasone il vello d’oro a patto che superi tre prove. Pensa di vincere facile il sovrano, visto che l’eroe deve aggiogare due tori che fanno uscire fiamme dalle narici, seminare un campo con dei denti di drago che germogliano guerrieri invincibili, e infine combattere il drago insonne che sta di guardia al vello d’oro.

La missione è apparentemente destinata a fallire, e se Giasone avesse accettato di sottoporsi a quelle prove contando solo sulle forze ci avrebbe certamente rimesso la pelle. Invece interviene la dea Era che, per tramite di Afrodite, convince il temibile (e terribile) dio Eros a scoccare una delle sue frecce, che faccia innamorare di Giasone l’altra figlia di Eete, Medea.

Giasone e Medea (1907), di John William Waterhouse

E qui entra in scena una delle figure più tragiche della mitologia greca, in perenne contrasto tra sentimento e ragione, tra rabbia e amore, tra fedeltà e tradimento alle proprie origini. Medea è infatti una donna capace di magie, sempre immersa tra erbe e pozioni, che per i greci dell’età classica incarna “il diverso”, una poco amata straniera venuta da una terra ancora arcaica e perciò primitiva, contrapposta al civilizzato mondo ellenico.

Medea si innamora perdutamente di Giasone (ma ancora una volta la responsabilità é di una divinità) e sceglie di stare dalla sua parte, in contrapposizione con il padre e la sua stessa patria.

Medea incantatrice protegge l’eroe greco con filtri magici che gli consentono di superare le prove e di impadronirsi del vello, ma solo dopo che lui ha accettato un patto: deve prenderla con sé nel suo viaggio di ritorno in Grecia, e sposarla.

Giasone torna in patria con il Vello, in un vaso attico a figure rosse

La donna, che lascia la sua città a bordo dell’Argo, ormai non arretra davanti a nulla per amore di Giasone, che le ha giurato eterno amore. Uccide il fratellino Apsirto, portato via con sé, e ne getta il corpo smembrato in mare, per rallentare l’inseguitore Eete, costretto a recuperare i resti del figlio per garantirgli una sepoltura onorevole. Poi, una volta giunti a Iolco, con un’inganno induce le figlie di Pelia a uccidere in modo orrendo il padre, che si era rifiutato di cedere il trono nonostante Giasone gli avesse portato il vello d’oro.

Medea e il troppo amato Giasone finiscono in esilio a Corinto, dove nascono i loro due figli. Ma la tragedia è in agguato, secondo il racconto di Euripide.

Giasone, dopo dieci anni di vita tranquilla a Corinto, decide di sposare la principessa Glauce, per ereditare il trono del padre Creonte, che gli ha offerto la figlia in sposa.

Medea, disperata, ricorda al marito tutto quello che aveva fatto per amor suo, ma lui sembra indifferente e accampa scusanti legate a un mero calcolo di convenienza. Ecco che allora tutta la passione e l’amore di Medea si trasformano in un odio feroce, che porta al più efferato dei crimini: l’uccisione dei suoi stessi figli, dopo aver tolto di mezzo, sempre usando trame ingannevoli, la povera e incolpevole Glauce.

La donna poi fugge sul cocchio del nonno, il dio Sole, verso Atene e nuove avventure, mentre Giasone muore disperato e solo, abbandonato anche dagli dei che fino ad allora lo avevano protetto.

Medea fugge da Corinto con i figli morti, sul cocchio del dio Sole

Germán Hernández Amores – Collezione Museo del Prado – Madrid

Medea dunque è una donna che non conosce misura, passionale nell’amore e implacabile nell’odio, ma non è solo questo. Nella tragedia di Euripide, nonostante l’innegabile mentalità misogina degli antichi greci (e anche romani), Medea è una figura in perenne lotta con se stessa, piena di dubbi e conflitti interni, che alla fine però non le impediscono di compiere il suo ultimo, folle gesto: l’uccisione dei figli è il mezzo per rescindere ogni legame con il suo passato di donna assoggettata alla volontà di un uomo, peraltro non così eroico come sembra. Giasone non è migliore di lei:

Opportunista e infedele alla parola data, sceglie per convenienza “un letto migliore”

Alla fine, Medea torna in Colchide per aiutare il padre a riprendersi il trono, che gli era stato usurpato dal figlio Perse. Si chiude dunque un cerchio: Medea torna alle origini, alla sua terra selvaggia e primitiva (rispetto all’Ellade), dove tutto era cominciato con quel magico vello d’oro. E forse non è un caso che la leggenda del vello d’oro sia nata proprio qui, tra le impervie montagne della Colchide: potrebbe avere come genesi un’usanza non ancora persa del tutto tra i pastori locali, che spostandosi da un pascolo all’altro cercano l’oro nelle acque dei fiumi, e usano come setaccio proprio una pelle di ariete, nella quale le lucenti pagliuzze rimangono incastrate, a dimostrazione che alla base del mito c’è sempre un fondo di verità. Basta avere occhi per guardare oltre l’orizzonte e cuore per comprendere. Perché alle volte la realtà supera la fantasia.


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