Una delle città fantasma più affascinanti del mondo fu scoperta solo nel 1936, quando per la prima volta dopo anni di rifiuti fu pubblicato il romanzo “Alle montagne delle follia” di H.P. Lovecraft. Nascosta oltre le impenetrabili montagne dei ghiacci antartici, la città fantasma di Lovecraft è un incrocio di geometrie impossibili, pinnacoli che sfidano la forza di gravità e tunnel dove a nessuno sano di mente verrebbe l’idea di entrare. La città ricorda molto da vicino l’altro grande abominio costruito da mani non umani che prende il nome di R’lyeh, la città fantasma dove risiede il divino e terribile Cthulhu.

 

E che dire di Jerusalem’s Lot negli Stati Uniti, teatro di uno dei più inesplicabili casi di scomparsa collettiva. Centinaia di abitanti spariti nel nulla, un terribile incendio e una città fantasma di cui sono rimaste ormai che poche case e un cartello consumato dalla neve e dal vento. In “A volte ritornano” Stephen King ci racconta di una terribile tempesta e di tre coraggiosi o forse incoscienti personaggi, che decidono di ritornare a Jerusalem’s Lot dove scopriranno molto di più di quanto non vorrebbero trovare.

Sotto, Fotografia di madrones / CC BY-ND 2.0

È facile restare affascinati dai misteri delle città fantasma partorite dall’immaginazione di autori come King e Lovecraft, ma di luoghi misteriosi, agglomerati urbani abbandonati in tutta fretta e mai più abitati ce ne sono tanti in giro per il mondo. Luoghi reali dove ogni via e ogni casa raccontano storie così terribili e inconcepibili da pensare che siano solo frutto di paure e superstizioni d’altri tempi, ma…

Prendete tre campi da calcio e metteteci dentro 35 mila persone. Avrete una vaga idea di quello che significava fino al 1999 vivere nella città fortificata di Kowloon City. Situata su un’isola al confine tra Hong Kong e la Repubblica Popolare Cinese, è stata per decenni l’agglomerato urbano più densamente popolato del mondo e la sua storia a seconda dei punti di vista è quella di una distopia o di un’utopia.

Fotografia di Ian Lambot / CC BY-SA 4.0

Sorta entro i confini di un vecchio forte la città fantasma di Kowloon si è sviluppata in verticale, una Manhattan autogovernata con leggi proprie dove le regole esistevano solo all’interno di un’economia in cui tutto era lecito e niente impossibile. Sarebbe stata la città ideale di William Burroughs e del capitano Mission, un luogo adatto a pirati e filibustieri.

Kowloon poteva contare su di un unico ristorante dove la carne veniva tagliata direttamente in faccia ai clienti, come garanzia di freschezza. Esistevano piccole industrie tessili e una concentrazioni elevatissima di dentisti, chissà poi perché.

Oggi della città di Kowloon non resta traccia se non nelle fotografie d’epoca, nelle inchieste giornalistiche che di volta in volta la riportano alla ribalta e nell’immaginario di coloro che vogliono credere al mito senza tempo delle città fantasma.

Nel sud est degli Stati Uniti, nello Stato del Nevada, la città di Bodie è una testimonianza unica del vecchio West. Una città fantasma congelata nel tempo, come leggiamo nel sito che riposta informazioni sulle visite in questo luogo unico degli Stati Uniti. Sì perché Bodie non è una ricostruzione hollywoodiana di un vecchio avamposto dell’epoca d’oro del Far West, ma qui tutto è conservato come all’epoca dei pionieri. Adagiata sul fianco di una morbida collina, la città fantasma di Bodie nasce nel 1869 per opera di un intraprendente cercatore d’oro William Bodey. Fu lui a dare il nome al villaggio che negli anni crebbe come avamposto per tutti i cercatori d’oro che si riversarono nella cittadina attratti da sogni di ricchezza.

Sotto, fotografia di David Broad / CC BY 3.0

Venti anni dopo la sua fondazione Bodie raggiunse una popolazione di 10 mila abitanti e tutto è rimasto come allora, quando le vene d’oro si esaurirono e i minatori e le loro famiglie abbandonarono poco a poco la città. L’ufficio dello sceriffo, il vecchio saloon, la chiesa e le abitazioni dei minatori. Si percorrono le vie della città fantasma di Bodie con l’inquietante sensazione di trovarsi fuori posto, come se a quella svolta sulla strada avessimo fatto molto di più di una semplice deviazione nello spazio.

A volte l’immaginazione e i sogni di grandezza di un imprenditore brianzolo riescono a produrre sogni o incubi, a seconda dei punti di vista, che neppure l’immaginazione di uno Stephen King riuscirebbe a eguagliare. Consonno è stato il frutto di un potere creativo senza limiti e di una spregiudicatezza imprenditoriale che hanno dato come risultato una delle città fantasma più affascinanti e suggestive che possiamo trovare in Italia. Le colline a pochi chilometri da Lecco da cui si godono spettacolari viste sul monte Resegone furono la location di un progetto imprenditoriale futuristico che si sviluppò negli anni Sessanta, quelli del boom edilizio e della ripresa.

La città nacque con la promessa di essere una nuova Las Vegas. Architetture ardite per l’epoca, con portici arabeggianti, pagode cinesi, castelli medievali  e l’immancabile albergo di lusso Hotel Plaza. Per migliorare la fruibilità del panorama fu spianata anche una collina, garantendo ai futuri ospiti una spettacolare vista sulle montagne circostanti. Purtroppo il progetto del conte Mario Bagno non vide mai la luce, non come era nelle sue intenzioni se non altro. La crisi degli anni Settanta e la natura hanno impedito alla città di nascere, ma l’hanno anche resa uno dei luoghi più incredibili e inquietanti tra le città fantasma d’Italia.

Nel 1956 l’ultima famiglia abbandonò la città fantasma di Kolmanskop in Namibia. Da allora questo agglomerato urbano che negli anni venti del secolo scorso raggiunse i 20 mila abitanti è stato pressoché dimenticato. Dobbiamo la sua riscoperta alle splendide immagini del fotografo tedesco Thomas Froemmel che nelle sue foto ha fatto risorgere l’antica città fantasma di Kolmanskop dalle sabbie del tempo. Il deserto e il vento impetuoso che sempre soffia nelle regione non sono riusciti a cancellare quella che è stata una delle città più ricche del mondo. Da queste parti le miniere di diamanti avevano attratto più di un cercatore e il PIL pro capite degli abitanti fu per molto tempo uno dei più alti del pianeta.

A Kolmanskop troviamo ospedali, abitazioni, sale da bowling e perfino un casinò realizzato secondo lo stile architettonico del tempo quando in  Germania venivano costruiti quelli storici di Bad Homburg e Baden-Baden. Si chiudeva un’epoca d’oro iniziata anche questa in Germania da Jacques Benazet quando le sale da gioco facevano parte di un più ampio complesso di intrattenimento e svago. Kolmanskop risponde proprio a questo trend dato il grande numero di ricchi esponenti della borghesia attratti dalle ricchezze della zona e desiderosi di sfidarsi e divertirsi nel casinò locale. Poco importa se circondati dal deserto e lontani migliaia di chilometri dalla madrepatria.

Fotografia di Damien du Toit / CC BY 2.0

Prendete le case dei Barbapapà, poi immaginate il classico UFO e unite il tutto. Quello che ottenete non è un’astronave incapace di volare e decisamente poco aerodinamica, ma la città fantasma di Zhanzi nella Cina meridionale. Le immagini ricordano un luogo bucolico, immerso nel verde, a pochi passi dal mare e con al centro uno stagno di acqua dolce.

L’architetto ha di sicuro contato su di un eccesso di creatività, ma le immagini di Zhanzi sono davvero eloquenti. Una città fantasma che più che appartenere al passato sembra provenire dal futuro; un futuro colorato e dalle forme tondeggianti. Eppure la storia della città fantasma cinese non ha avuto un lieto fine. Non conosciamo le intenzioni dell’architetto, luogo di villeggiatura, forse, stazione balneare, chissà, urbanistica residenziale, potrebbe. Quello che sappiamo è che molto probabilmente la città fantasma fu costruita sopra a un cimitero e le cose non andarono mai bene visto che pochi giorni dopo l’inaugurazione la statua di una Dragone Cinese fu rotta accidentalmente. Chissà se la località balneare costruita sulle rovine di Zhanzi avrà più fortuna.

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Antonio Pinza

Quando avevo 3 anni volevo fare l’astronauta, oggi ho le idee molto meno chiare, ma d’altronde chi ha detto che bisogna avere un piano preciso? Nella vita ho “fatto” svariati lavori, praticato sport, viaggiato, letto e mangiato di tutto. Mentre continuo a perdermi nei meandri della mia esistenza scrivo su Vanilla Magazine.