Il valoroso Achille – eroe greco invincibile se non fosse per quel suo unico punto debole, il tallone – guida un esercito di guerrieri leggendari, i Mirmidoni.

Teti immerge il figlio Achille nelle acque del fiume Stige tenendolo per un tallone – Antoine Borel

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Inquadrati come un corpo che obbedisce ciecamente agli ordini del capo, potrebbero quasi richiamare, visti con occhi moderni, un esercito di robot. Tanto è vero che fino a qualche secolo fa, “mirmidone” aveva un po’ il significato che oggi diamo alla parola “automa”.

Combattimenti e conquiste di eroi immortali – 1910

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In realtà quel nome, Mirmidoni, li identifica con le formiche (dal greco μύρμηξ), inarrestabili insetti che non si fermano mai, nemmeno davanti alla morte.

Quei feroci guerrieri guidati da Achille sono forse i più valorosi a combattere nella guerra di Troia, almeno per come ne parla Omero nell’Iliade. La loro storia però è, come sempre quando si parla di antica Grecia, legata a miti diversi tra loro.

Tanto per cambiare, tutto comincia con Zeus che si invaghisce per l’ennesima volta di una ninfa, Aegina. La rapisce, forse prendendo l’aspetto di un’aquila o forse di una grande fiamma, e la porta sull’isola di Oenone, che in seguito prenderà il nome proprio da lei (Egina). Come sempre accade quando si tratta di Zeus (quale popolo d’altronde non vorrebbe vantare origini divine?), anche da quel rapporto nasce un figlio, Eaco, che diventa re dell’isola.

La posizione di Egina, tra Peloponneso e Attica

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Anche in questo caso come in molti altri, la legittima sposa di Zeus, la gelosissima Era, escogita una tremenda vendetta:

Prima avvelena tutte le fonti d’acqua e poi scatena i  venti più torridi sull’isola

I disgraziati abitanti, con quel terribile caldo, non fanno altro che bere e così muoiono tutti. Eaco è disperato, non ha più sudditi su cui regnare, così prega il padre Zeus che, impietosito, fa cadere una provvidenziale pioggia sull’isola. La fresca acqua arrivata dal cielo prende il posto di quella avvelenata da Era, mentre Eaco, in sogno, vede delle formiche che si arrampicano su una quercia sacra trasformarsi in uomini.

Il sogno di Eaco

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E difatti, quando si sveglia, trova tante persone sull’isola, tutte pronte a riconoscerlo come loro sovrano. Lui chiama quel suo nuovo popolo Mirmidoni, per ricordare la loro origine, così come l’aveva vista in sogno.

Eaco poi mette al mondo Peleo, che uccide il fratellastro Foco ed è costretto a scappare in Tessaglia, con un certo numero di mirmidoni al seguito. Il figlio di Peleo, Achille, sarà poi l’eroe che renderà leggendario il suo esercito di obbedienti formiche, che indossano, guarda caso, armature nere.

Il vaso può rappresentare la partenza di due guerrieri in armatura completa, che lasciano la casa per la guerra, oppure può rappresentare una scena famosa de “L’Iliade” in cui Priamo, re di Troia, viene a chiedere e pagare il riscatto per il corpo di suo figlio Ettore. Achille, che ha ucciso Ettore in un combattimento a due, saluta l’anziano re. Testimoni di questa scena sono un secondo guerriero, che sta accanto ad Achille, e un altro uomo, in piedi dietro.

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C’è un’altra versione del mito, che nasce sempre dalle incontenibili infedeltà di Zeus. Il re degli dei seduce la mortale Eurimedusa, prendendo l’aspetto di una formica. Il frutto di questa unione è Myrmidon – chiamato così proprio per la forma assunta da Zeus nel concepirlo – che poi diventa re della Tessaglia, dove a un certo punto arriva Peleo. Il cerchio si chiude quindi con la nascita di Achille, il guerriero più valoroso di tutta la Grecia, l’eroe che conduce i suoi inarrestabili guerrieri a Troia.

Pieter Paul Rubens – Achille trafigge Ettore

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Come accade nella maggioranza dei miti, anche la leggendaria ripopolazione di Egina può trovare la sua origine in qualche lontano evento.

L’isola risulta abitata fin dal neolitico, da popolazioni forse giunte dall’Anatolia. Nel corso della fiorente età del bronzo Egina, per la sua strategica posizione tra l’Attica e il Peloponneso, è un importante punto di riferimento per i traffici commerciali durante la civiltà minoica prima, e quella micenea dopo. La ricchezza dell’isola è testimoniata dal Tesoro di Aegina, formato da preziosi gioielli minoici in oro (oggi al British Museum) risalenti ad un periodo compreso tra il 1800 e il 1500 a.C.

Elaborato orecchino d’oro, parte del Tesoro di Aegina

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Nella tarda età del bronzo i sopravvenuti micenei dedicano, sul più alto rilievo dell’isola, un luogo di culto al dio Sole, poi sostituito con quello di Zeus Hellanios.

Con il crollo della civiltà del bronzo l’isola probabilmente viene quasi completamente abbandonata, per poi essere ripopolata da coloni provenienti dalla città di Epidauro, anche se in qualche modo la cultura micenea rimane viva ancora per molto tempo dopo l’arrivo dei dori (1200 a.C. circa).

Anche in epoca classica Egina è fiorente, addirittura al centro dei traffici marittimi verso paesi lontani come Spagna, Egitto e Persia. Un predominio che Atene tollera poco, tanto che la città entra in conflitto con la popolazione dell’isola, ufficialmente a motivo di due statue portate sull’isola da Epidauro (e per una complicata questione di offerte alle divinità fatte nel modo sbagliato, come dire che ogni pretesto è buono per fare la guerra), ma in realtà perché invidiosa del suo dominio marittimo, in particolare del monopolio sul grano proveniente dal Ponto.

Tutto questo cosa c’entra con il mito dei Mirmidoni?

Il primo punto di collegamento interessante sta nel nome del fondatore della colonia, quando l’isola viene ripopolata, che guarda caso è Eaco, come il figlio di Zeus e della ninfa Aegina. Un’altra associazione si può fare per il colore delle armature usate dai guerrieri dell’isola, che sono nere, come le formiche. Il nome Mirmidoni potrebbe quindi essere nato in virtù di un’associazione basata su un tonalità di nero. Si tratta ovviamente di ipotesi, supportate però da qualche evidenza archeologica e letteraria.

Zeus rapisce la ninfa Aegina

Immagine di Caeciliusinhorto via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

Come è del tutto ipotetica la possibilità che un esercito di guerrieri valorosissimi, abituati a una cieca obbedienza e alla più completa lealtà al loro capo, abbia preso il nome di Mirmidoni ispirandosi proprio alle società complesse formate dalle formiche. Difficile stabilire se i greci avessero una conoscenza approfondita del complicato sistema sociale che vige nelle colonie di formiche, eppure, quell’associazione con i guerrieri potrebbe non essere casuale.

Le formiche infatti sono tra le poche specie animali (uomo compreso) a condurre delle vere e proprie guerre su vasta scala: non scontri isolati fra gruppi, come avviene ad esempio tra gli scimpanzé oppure anche tra tribù umane che vivono isolate, ma vere e proprio guerre che finiscono solo con l’annientamento di una delle due parti o con la resa.

Quando due diverse grandi colonie (più di 10.000 individui) di formiche combattono per il controllo di un territorio, vanno avanti fino a quando una delle due non risulti completamente distrutta. Sarebbe molto interessante dilungarsi sul fatto che esistono formiche kamikaze, oppure che gli individui feriti vengono soccorsi dalle sorelle e riportati al nido, ma questa è veramente un’altra storia…

Non sapremo mai perché i leggendari guerrieri di Achille si chiamassero Mirmidoni, ma questo accostamento con formiche vere toglie un po’ di poesia alla loro leggenda. Tutto sommato forse, è meglio il mito greco…

Fonti: Mirmidoni su Public.wsu.edu; Scientificamerican.com.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.