Nel caso vi recaste un giorno a Portsmouth, cittadina costiera dell’Inghilterra meridionale, giudicherete forse, come me, imperdibile una visita al locale Portsmouth Historic Dockyard per ammirare la Victory, il vascello sul cui ponte l’ammiraglio Nelson fu ferito a morte, nel corso della battaglia di Trafalgar del 21 ottobre del 1805.

La visita guidata vi condurrà alla scoperta di una delle navi più prestigiose e meglio conservate della Marina Britannica, e vi verranno contestualmente narrati aneddoti, avvenimenti importanti e storie della vita quotidiana dei marinai di Nelson, che vi proietteranno nel passato facendovi rivivere la tensione di quei giorni convulsi, che videro naufragarsi il sogno napoleonico di piegare l’Inghilterra.

Pochi sanno che molti italiani, o meglio di quella che verrà considerata “Italia” 56 anni dopo, presero parte alla battaglia di Trafalgar, parteggiando per uno schieramento, o per l’altro, in un’epoca in cui il nostro paese rivestiva un ruolo puramente marginale nello scacchiere delle potenze europee. Lo stesso comandante della flotta spagnola, alleata dei francesi, può considerarsi attualmente italiano, l’ammiraglio Federico Carlo Gravina di Palermo (anche se allora era formalmente spagnolo), e molti marinai del bel paese si erano uniti all’equipaggio francese, sedotti dalle idee napoleoniche.

Sotto, lo schema vincente di Nelson con le due linee parallele che attaccano perpendicolarmente il fronte navale delle forze franco-spagnole:

Sull’altro fronte, imbarcato sui vascelli britannici, o sulla stessa Victory capitanata da Lord Nelson, vi era un nutrito gruppo di uomini, prevalentemente provenienti dal livornese. Di loro non è restata quasi traccia nella storia, se si eccettuano i cognomi conservati, insieme a quelli del resto dell’equipaggio di Nelson, presso il National Archives – Public Record Office di Londra. Nominativi spesso trascritti impropriamente in fase di registrazione, perché spesso i marinai erano analfabeti e privi di documenti di riconoscimento.

Grazie agli archivi conosciamo le generalità, le altezze e persino, in qualche caso, il lavoro precedentemente esercitato dagli arruolati sotto la bandiera britannica. Veniamo così a sapere che i toscani annoveravano tra le loro fila il marinaio di seconda classe Giovanni Bartolomei, nato nel 1763, già quarantenne al momento dell’imbarco, che sul Defence vi era un tal Domenico Rossi, marinaio di terza classe di 24 anni, e che sull’Achilles c’era addirittura chi poteva ricoprire un incarico di maggiore specializzazione, come il ventottenne Enrico Sergenti, assistente mastro velaio…

Due livornesi si arruolarono invece nei Royal Marines, corpo distintosi nel fuoco di moschetteria durante gli arrembaggi, il giovanissimo Luigi Antonio, imbarcato sull’Ajax, ed il venticinquenne Stefano Curcio, in forza al Royal Sovereign

Non sappiamo cosa abbia spinto i nostri connazionali a combattere al fianco dell’ammiraglio inglese, se sia stata l’avversione alle idee napoleoniche o, più prosaicamente, l’allettante prospettiva di ingaggio economico offerto dalla Royal Navy, notoriamente all’affannosa ricerca di nuove leve a seguito delle gravissime perdite di vite umane subite. Né sappiamo se questi uomini siano sfuggiti alla morte, magari stabilendosi in Inghilterra, una volta cessato il loro rapporto di lavoro. Sappiamo però che ricordare gli eventi che li spinsero oltremanica è un piccolo modo per rinverdirne la memoria, sottraendoli all’oblio cui la storia sembra averli condannati.

Giovanna Potenza
Giovanna Potenza

Giovanna Potenza è una dottoressa di ricerca specializzata in Bioetica. Ha due lauree con lode, è autrice della monografia “Bioetica di inizio vita in Gran Bretagna” (Edizioni Accademiche Italiane, 2018) e ha vinto numerosi premi di narrativa. È uno spirito curioso del mondo che ama viaggiare e scrivere e che legge avidamente libri che riguardino il Rinascimento, l’Età Vittoriana, l’Arte e l’Antiquariato. Ha una casa ricca di oggetti antichi e di collezioni insolite, tra cui quella di fums up e di bambole d’epoca “Armand Marseille”.