I Gioielli dei Romanov e gli Impostori del ‘900

L’eredità dei Romanov ha sempre attratto gli interessi di moltissime persone. Gli Zar erano sicuramente ricchi ma gli enormi possedimenti, miniere di metalli preziosi, palazzi in Russia (e all’estero) e gioielli inestimabili erano in realtà in uso alla famiglia dello Zar e della famiglia imperiale, parte dei beni della corona.

La Famiglia Romanov al completo:

Le migliaia di ettari di terreno e le miniere rendevano moltissimo, ma le rendite servivano a mantenere la corte, l’esercito, per i lavori di costruzione e restauro, non erano alienabili dallo zar e la famiglia riceveva solo un appannaggio. C’erano ovviamente anche molti beni privati, palazzi, titoli e conti bancari, ma i titoli vennero venduti e i conti estinti da Nicola nel 1917 e trasferiti in Russia.

Strana decisione dato il periodo, voleva forse comprare la libertà per la sua famiglia? Fu costretto?

Con la rivoluzione d’Ottobre tutti i beni in Russia furono nazionalizzati. Nel 1920 Lenin rinunciò ai beni all’estero, per non pagare le tasse e i debiti di Nicola II, e questi furono incamerati dai vari stati e venduti a privati.

Da sinistra a destra, le Granduchesse Anastasia e Olga; Zar Nicola II, lo Tsarevich Alessio, le Granduchesse Tatiana e Maria con soldati cosacchi nel 1916. Per gentile concessione della Biblioteca Beinecke.

C’erano poi i gioielli, tanti e preziosissimi, anche in questo caso i più preziosi come le corone e molte tiare appartenevano alla corona ed erano depositati nei caveaux da dove venivano ritirati per le occasioni speciali ed erano a disposizione di tutti i membri della famiglia. Solo i gioielli personali, quelli che Maria Fedorovna chiamava “di tutti i giorni” (!) erano di loro esclusiva proprietà e furono portati con sé dalle sorelle dello zar, Xenia e Olga, dalla zarina madre Maria Fedorovna e dagli altri componenti della famiglia che riuscirono a scampare all’eccidio, Tutto quello che restò nei palazzi venne rubato o confiscato.

I gioielli personali della zarina Alexandra ebbero sorte più tragica. Nel 1917 quando la famiglia era ancora a Carskoe Selo ma sapeva del prossimo trasferimento a Tobolsk, Alexandra affidò molti diamanti e stoviglie preziose al Gran Maresciallo di Corte Conte Beckendorf Kerensky. Quando il governo provvisorio seppe dei beni depositati li confiscò e il Conte poté solo farsi rilasciare una ricevuta che però non menzionava i gioielli. A Tobolsk, dove erano sotto stretta sorveglianza, Alexandra diede un’altra parte dei suoi gioielli più voluminosi alle suore del convento Ivanov che assistevano la famiglia affinché li nascondessero e custodissero. Saputa la fine della famiglia le suore, terrorizzate all’idea che venissero trovati in loro possesso, li affidarono a loro volta al pescivendolo che riforniva il convento. L’uomo era fidato ma forse si lasciò scappare qualcosa di troppo, venne denunciato e i gioielli vennero sequestrati dalla polizia.

In tutto erano 154 pezzi ma non se ne seppe più nulla

Quello che restava dei gioielli, i pezzi più piccoli e le pietre sciolte, Alexandra e le figlie li cucirono negli abiti, nella biancheria, nei corsetti e nei cappelli, e furono proprio questi a causare la fine terribile delle granduchesse che non morirono sotto i colpi del plotone, deviati dalle gemme, ma vennero finite con colpi alla testa o a colpi di baionetta. Quando i cadaveri vennero spogliati e gli abiti fatti a pezzi le gioie furono ritrovate e sequestrate, ma molte vennero rubate dai soldati.

Anche le preziosissime 50 uova di Fabergè di Maria Fedorovna e di Alexandra Fedorovna restarono nei palazzi. Di queste una ventina si trovano al Cremlino, 6 risultano disperse e il resto è in collezioni private o musei all’estero.

E’ impossibile dire quanto sia stato rubato e rivenduto da soldati e ufficiali, con la rivoluzione i documenti andarono perduti ed è impossibile fare un inventario, ma quello che arrivò alle autorità venne stimato e venduto, spesso smontando le pietre dalle montature per una vendita più veloce e meno impegnativa, molti nelle case d’asta inglesi.
Nel 1918 Ksenija Aleksandrovna Romanova, sorella di Nicola, era stata informata della sorte della famiglia, e nel 1919 appena arrivata con la madre in Danimarca aveva avviato la richiesta di morte presunta dello zar e dei suoi familiari, che venne dichiarata nel luglio del 1928. Speravano di recuperare parte dei beni dello zar ma ebbero brutte sorprese, non riuscirono a recuperare neppure la tenuta finlandese che contavano di vendere.

Ksenija Aleksandrovna Romanova

Ksenija viveva in Inghilterra nella casa che le aveva dato il cugino Giorgio V con marito e 7 figli, ma dovette vendere i suoi gioielli per mantenere la famiglia. Un’altra sorella, Olga che viveva in Danimarca, vendette i propri per acquistare la fattoria dove si stabilì con marito e figli. Maria Fedorovna viveva in Danimarca a Hvidore con una rendita offertale dai parenti danesi, ma non volle mai separarsi dai gioielli.

Nell’ottobre 1928 Maria Fedorovna morì, le sorelle vendettero la casa di Hvidore e i gioielli della madre che vennero in buona parte acquistati dalla regina Mary di Inghilterra e oggi si vedono spesso indossati da Elisabetta II e da altri membri di casa Windsor.

Gli Impostori e la Famiglia Romanov

Nel 1979 vennero ritrovati i corpi di 5 membri della famiglia Romanov, dissepolti e identificati solo nel 1991, ma mancavano all’appello Alexej e una delle due granduchesse minori, Maria o Anastasia, lasciando spazio agli impostori ai creduloni. La più famosa sedicente fu Anna Anderson, ovvero Franziska Schanzkowski, la donna polacca malata di mente definitivamente smascherata nel 1994 con l’analisi del DNA.

Oltre alla Anderson ci furono una trentina di sedicenti figli e nipoti dello zar e perfino chi sostenne di essere una quinta figlia di Nicola e Alessandra. Quasi tutti scrissero la loro “vera” storia vendendo migliaia di libri, esclusive ai giornali e alle televisioni e grazie ai sostenitori ottennero donazioni e aiuti, intascando forse più dell’effimera eredità.

I più famosi impostori Romanov

Eugenia Drabek Smetisko, arrivata negli Stati Uniti nel 1922 dove aveva preso il nome di Eugenia Smith, sosteneva di essere Anastasia che aveva ripreso conoscenza dopo l’esecuzione di Casa Ipat’ev. Una donna l’aveva salvata e due soldati l’avevano accompagnata nel lungo viaggio a ovest. Sorprendentemente passò l’esame del poligrafo ed ebbe diversi sostenitori che la finanziarono.

Olga, Tatyana e Marja sullo Štandart, nel 1914. Quando moriranno, 3 anni dopo, avevano 22, 21 e 19 anni
Eugenia Smith

Si arrivò perfino a un incontro fra la Smith e Michael Goleniewski, un ufficiale polacco che sosteneva di essere lo zarevic Alessio, che tutta la famiglia imperiale era sopravvissuta aiutata da Jakov Jurovskij, capo del plotone di esecuzione, e che tutti vivevano in Polonia. Goleniewski era di 18 anni più giovane del povero Alessio, e si notava, ma secondo lui l’emofilia dalla quale era guarito lo aveva mantenuto giovane. I due impostori ovviamente fra abbracci e lacrime si riconobbero, anche se la Smith sosteneva nel suo libro di essere l’unica superstite. Con gli anni i rapporti fra i due si incrinarono e la Smith dichiarò che Goleniewski era un impostore.

Marga Boodts sosteneva di essere la granduchessa Olga, scampata all’eccidio grazie a un ufficiale cosacco che l’aveva tramortita e sostituita con il corpo di una cameriera e aiutata dai tedeschi nel lungo viaggio. Arrivò prima in Francia, dove venne arrestata per frode sostenendo di essere Olga, e poi in Italia nel 1939. Fu sicuramente la più tenace, negli anni ’50, e a causa di problemi economici ricominciò a sostenere di essere Olga, anche lei sostenuta da diversi finanziatori come Sigismondo di Prussia, cugino della vera Olga, riuscendo perfino a farsi ricevere da Pio XII e premendo per un riconoscimento ufficiale per ottenere l’eredità. Riuscì solo a farsi assegnare una piccola rendita dal fondo di carità papale, probabilmente giudicata pazza.

Marga Boodts

Marga viveva sul lago di Como e si incontrava spesso con Ceclava Czapska, la sua sedicente sorella Maria. Anche Marga nel suo libro sosteneva di essere l’unica superstite eppure riconobbe la “sorella”. In seguito Alexis Brimeyer, nipote della Czapska, provò a farsi riconoscere come pronipote di Nicola II. Il suo abituale abuso di titoli nobiliari gli costò parecchie denunce, e le sue lettere a sovrani europei restarono ignorate.

L’imperatrice Aleksandra (a sinistra) con Anna Vyburova e la granduchessa Olga

Fra le varie falsità raccontate dai sedicenti figli di Nicola il premio della fantasia ex aequo lo meritano Suzanne Catharine de Graaf e Michael Gray.

Nel 1903 la Zarina Alexandra aveva avuto una gravidanza isterica o un aborto, una gravidanza era stata annunciata ma non era seguita alcuna nascita. Alexandra era in cura dal dottor Nizier Philippe Vachot, un ciarlatano che sosteneva di poter influenzare il sesso del nascituro all’inizio della gravidanza. La Zarina Alexandra, disperata per la mancanza di un erede maschio, aveva convocato questo “uomo dei miracoli” su suggerimento delle granduchesse Milica e Anastasia del Montenegro, sorelle della Regina Elena, che porteranno a corte in seguito anche Rasputin. Secondo la De Graaf non ci fu alcun aborto o gravidanza isterica, nacque invece una quinta femmina e i genitori, per non rendere noto questo ennesimo fallimento, affidarono la piccola al dottore che la diede in adozione.

Lo Zar e Aleksej

Secondo la Graaf la famiglia imperiale aveva pagato gli adottanti perché mantenessero il silenzio e allo scopo vennero mostrati al reporter Lovell, che scrisse un libro sulla Graaf, alcuni rubli di epoca imperiale che dovevano costituire una parte del pagamento. La Graaf venne smentita in modo assoluto dalla sorella e la famiglia ne prese le distanze.

Lo scrittore Michael Gray (pseudonimo di William Lloyd Lavery) sostiene invece di essere il figlio dello zarevic Alexej che era riuscito a fuggire con la nonna Maria Fedorovna sulla M/n Marlborough nel 1919. Secondo la sua storia Alexej aveva sposato segretamente alla fine degli anni ’40 la Principessa Marina di Grecia, vedova di Giorgio Duca di Kent, e lui sarebbe il risultato del loro amore.

Ma sfortunatamente per tutti questi impostori nel 2007 furono ritrovati i resti di Aleksej e Maria, come confermato dai DNA. La famiglia era al completo

Fine della storia? A logica dovrebbe esserlo, eppure qualcuno ancora crede a sostituzioni ed errori, e dato che il complotto non è mai finito nel 2017 il Vescovo Tikhon Shevkunov, vicino a Putin, dichiarò che la famiglia era stata sterminata non per ragioni politiche ma durante un assassinio rituale, lasciando intendere che potessero essere stati gli ebrei. Dopo le accuse di antisemitismo precisò che intendeva che gli assassini fossero atei bolscevichi. Dopo oltre 100 anni ancora non c’è pace per i Romanov.


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