Quanti di voi indosserebbero senza esitare un gioiello realizzato con i capelli di un defunto? Lo trovereste macabro? Eppure gioielli di tal natura sono stati molto popolari nell’Ottocento, e costituiscono ancor oggi l’oggetto di desiderio di collezionisti del genere in tutto il mondo. Per capirne l’origine bisogna, tuttavia, fare un passo indietro, al tempo in cui non esistevano le foto per conservare la memoria visiva di coloro che si erano un tempo amati.

Per sopperire, in parte, al senso di perdita, sin dal XV secolo nacquero i primi «gioielli da lutto», che divennero comuni due secoli dopo, in Inghilterra. Essi si inscrivono più genericamente in quella produzione di monili, detti «sentimentali», che nel Settecento seppe tradurre in oreficeria le vibrazioni del cuore, tramite un’iconografia artistica neoclassica fatta di cupidi, di cuori e di nastri che celebravano l’amore eterno e la fedeltà.

Oggetto sentimentale era anche il gioiello da lutto, evocativo dell’indissolubilità dell’amore che lega alle persone amate, a dispetto della morte. Sotto il profilo degli stilemi, esso attingeva ai motivi funerari tratti dal repertorio neoclassico, urne cinerarie, colonne spezzate, salici piangenti, donne in lacrime, scritte commemorative, ispirati anche alla poesia cimiteriale inglese, così in voga nel XVIII secolo, che prediligeva il simbolismo legato al sonno, alla morte ed alle atmosfere macabre e crepuscolari.

I gioielli erano spesso raffinate miniature su avorio o paste vitree, oppure anelli o spille con un piccolo scomparto segreto che serbava i capelli del defunto. Già comuni all’epoca del primo sovrano della dinastia degli Hannover, Giorgio I, asceso al trono nel 1714, i gioielli da lutto erano però destinati a divenire popolarissimi alla corte d’Inghilterra alla morte del principe Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha.

Alberto era l’adorato marito della regina Vittoria. Il loro – fatto inusuale per i reali dell’epoca – era stato un matrimonio d’amore, vissuto anche in modo fortemente sensuale, come testimoniano i commenti imbarazzati dei loro contemporanei, e coronato dalla nascita di ben nove figli. Quando il principe tedesco, non particolarmente amato inizialmente dai britannici per le sue origini straniere, ma che aveva saputo farsi apprezzare nel tempo per le sue doti di riformatore in campo sociale e tecnologico, morì per le complicazioni dovute ad una febbre tifoidea il 14 dicembre del 1861, la regina Vittoria divenne inconsolabile e vestì a lutto per tutto il resto della vita. Ella si avvicinò nuovamente ad un uomo soltanto con il suo “Maestro” di urdu, un bellissimo capitolo che ci dimostra l’apertura mentale di una regina spesso stigmatizzata.

In età vittoriana le regole non codificate che disciplinavano il lutto, ne auspicavano una durata che poteva variare da quella di tre settimane, per parenti più lontani ed amici, sino a quella di due anni e mezzo per il coniuge. Durante il periodo del lutto meno stretto era anche possibile indossare i gioielli da lutto, medaglioni, anelli, pendenti, che presentavano piccoli scomparti segreti che contenevano ciocche dei defunti, o addirittura frammenti dei denti, artisticamente lavorati dagli orafi.

Gli anelli erano quasi sempre in smalto nero, con impresse frasi d’amore o di commemorazione della persona scomparsa, unite alle date di nascita e di morte. Le pietre utilizzate spaziavano dall’onice alle perle, al vetro nero, al gaietto ( o Jet Whitby, un minerale nero simile al carbone estratto dalla cittadina di Whitby, nello Yorkshire), dall’avorio, all’ossidiana per il lutto stretto, alla tormalina, all’ametista, al granato, per il lutto meno stretto.

Sono tuttavia i bracciali ad essere i pezzi più sorprendenti, fatti di capelli intrecciati a volte in modo magistrale, spesso recanti un castone a guisa di chiusura, con la miniatura dell’amato defunto, come testimoniano i superbi gioielli conservati al Victoria & Albert Museum di Londra. Persino le catene degli antichi orologi da taschino potevano essere di capelli tessiti, a volte rinforzati da crini di cavallo.

Diffusi erano anche i choker necklace, ovvero degli alti girocolli che fasciavano il collo femminile, esaltandone la sinuosità, da cui pendevano miniature o camei commemorativi. La produzione della gioielleria tardovittoriana fu straordinariamente creativa, pur dovendo privilegiare soggetti spesso macabri e materiali che non esaltavano la luce.

Assoluti dominatori dell’oreficeria della seconda metà del XIX secolo, quando l’anziana regina Vittoria morì, nel 1901, anche i gioielli da lutto tramontarono con lei, per aprire la strada a monili fatti di materiali più leggiadri e preziosi, quali il platino e i diamanti, che nelle loro forme allungate ed eleganti guardavano all’Art Nouveau, che ebbe nei disegni floreali di William Morris uno dei più grandi ispiratori.

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Giovanna Potenza
Giovanna Potenza

Giovanna Potenza è una dottoressa di ricerca specializzata in Bioetica. Ha due lauree con lode, è autrice della monografia “Bioetica di inizio vita in Gran Bretagna” (Edizioni Accademiche Italiane, 2018) e ha vinto numerosi premi di narrativa. È uno spirito curioso del mondo che ama viaggiare e scrivere e che legge avidamente libri che riguardino il Rinascimento, l’Età Vittoriana, l’Arte e l’Antiquariato. Ha una casa ricca di oggetti antichi e di collezioni insolite, tra cui quella di fums up e di bambole d’epoca “Armand Marseille”.