La condizione di schiavitù era spesso sinonimo di dolore e indicibile sofferenza. Si veniva sfruttati, quasi mai pagati, angherizzati nei modi peggiori e dai peggiori padroni. A volte si era più fortunati, e capitavano dei padroni magnanimi, le cose erano mutevoli in funzione del caso singolo. Questo valeva per le genti della parte Cristiana del mediterraneo così come per gli abitanti dell’Impero Ottomano, di religione islamica. Pensiamola da ambi i lati come una tortura che le genti del passato comminavano ad altri per riuscire a produrre a basso costo, per evitare di dover pagare un salario a lavoratori stipendiati.
Di uomini e donne cristiane in condizioni di schiavitù presso i “mori”, come chiamavano allora gli ottomani, abbiamo delle testimonianze, ne ho lette alcune nel video sulle torture patite dalle donne, se non l’avete visto correte a guardarlo, ma c’è un mondo che non ha lasciato quasi nessuna testimonianza: quello dell’infanzia. I bambini cristiani che venivano rapiti dagli ottomani nei villaggi italiani, francesi o anche in terre islamiche, non hanno lasciato scritto nulla, e di loro possiamo ricostruire la storia soltanto grazie a testimonianze frammentarie, che ci fanno capire i temi di vita che si trovavano ad affrontare queste persone. I Bambini cristiani potevano non solo essere rapiti. ma anche nascere da schiave cristiane, sia che fossero incinte prima del rapimento sia che venissero fecondate dopo, e vedremo come proprio i figli risultavano determinanti nel valore di acquisto della schiava stessa.
Gli schiavi degli Ottomani venivano recuperati dai corsari barbareschi, che effettuavano scorrerie in tutto il mediterraneo, non solo nei confronti delle popolazioni cristiane ma anche in Africa e poi più a Sud, lungo il Mar Rosso. Essere rapiti da questi pirati era un incubo, e spesso significava raggiungere la tomba in modo rapidissimo.
Gli uomini finivano spesso ai remi delle navi ottomane, e poteva ritenersi fortunato chi sopravviveva qualche anno in quella condizione. Incatenati all’asse di legno, costretti a mangiare, dormire e svolgere bisogni fisiologici sul posto, per anni e anni. Noi una vita del genere oggi non riusciamo nemmeno a immaginarla.
Le ragazze giovani, belle e in forma finivano all’asta per i ricchi pascià o sultani ottomani, mentre le donne più mature venivano vendute per il lavoro nei campi o per fare le schiave domestiche. Le schiave più belle finivano nell’Harem del Sultano e forse, in questo spettr o di mansioni che si potevano “svolgere”, diciamo così, il loro destino era il meno crudele di tutti. Diciamo che era quello che garantiva l’aspettativa di vita più lunga. Ma naturalmente dipende dai punti di vista.
La differenza fra uomini e donne era anche una questione di prezzo. Le donne valevano in genere molto di più degli uomini. Albert N’Damba calcolò il prezzo medio di 1.685 schiavi venduti a Cordoba dal 1600 al 1621, e trovò come prezzo medio per le donne 128 ducati, mentre 87 per gli uomini. A Granada le donne Moriscos dal 1572 al 1580 costavano in media 108 ducati rispetto ai 60 degli uomini. Le stesse differenze di prezzo si osservavano al mercato degli schiavi di Algeri, di Tunisi o di altre città sotto controllo ottomano.
Ma perché? Gli antropologi hanno fornito più spiegazioni, quindi non c’è una risposta univoca. Alcuni sostengono che il prezzo più alto fosse dato dal fatto che le donne potessero essere sfruttate a livello sessuale dagli acquirenti, che erano sempre uomini sia nel mondo cristiano sia in quello musulmano; poi potevano esser fatte prostituire, con guadagno del padrone, oppure sfruttate come balie, sempre per un guadagno del proprietario, ma oltre questo una schiava donna poteva produrre un altro schiavo, suo figlio, che diventava schiavo a sua volta e costituiva una risorsa aggiuntiva per il padrone, ottenuta gratis. Le donne non erano solo schiave, ma madri di bambini che sarebbero diventati schiavi a loro volta, e quindi (anche) per questa ragione valevano molto più degli uomini.
I figli di queste donne, che fine facevano? Il destino poteva essere molto diverso in base alla regione dove si capitava, se in Tunisia o in Anatolia o in Grecia, ad esempio, ma anche in funzione della famiglia di appartenenza. Se la schiava che li partoriva era una nobile, se era una popolana, se si era convertita all’Islam oppure no. I fattori che cambiavano il risultato erano tantissimi. Una premessa iniziale però è imprescindibile: i bambini seguivano il destino delle madri, non ho trovato fonti di padri che si occupino di neonati o bambini piccoli in genere. All’epoca la genitorialità era una questione di genere, non c’era accudimento da parte paterna. Il figlio o la figlia di una schiava era schiavo a sua volta, costituiva una merce che veniva commerciata esattamente come oggi compriamo un aspirapolvere o un pezzo di carne dal macellaio.
I temi della schiavitù e dei moti interiori di queste persone durante la loro prigionia erano molto simili fra loro, fossero essi figli, padri o madri. Cosa provavano queste persone, e quali erano i loro obiettivi di vita? Dalle fonti io ho percepito due sentimenti principali: il primo era il costante desiderio di liberazione, che produceva instancabili appelli alle autorità cristiane negli stati d’Italia, il secondo era quello delle terribili condizioni di prigionia e lavoro cui erano sottoposti.
Parto da quest’ultimo punto con due fonti che ci raccontano la loro storia, 4 secoli fa. Guttormur Hallsson, islandese rapito dai corsari, scrive una lettera nel 1631: “C’è una grande differenza qui tra i maestri. Alcuni schiavi in cattività sono con padroni buoni, gentili o intermedi, ma alcuni sfortunati si trovano con tiranni selvaggi, crudeli e duri di cuore, che non smettono mai di trattarli male e che li costringono a lavorare e faticare con abiti scarni e poco cibo, legati in catene di ferro, dalla mattina alla sera”.
Poi c’è Domenico Cuneo, schiavo cristiano che scrive alla moglie Maria, nel 1763, dove la supplica di muoversi per liberarlo: “Mia carissima, se bramate vedermi prima di morire non mancate a quanto io vi prego per le viscere Sagratissime di Gesù Christo, che se sapeste la penosa schiavitù che io soffro, vi accingereste voi stessa al viaggio di Roma, non mi spingo di più per non darvi maggior afflizione, altro non dico solo che col più cordiale affetto abbracciarvi in questo foglio assieme con tutti i nostri figli poveri orfani senza padre”.
Non posso portarvi fonti scritte di testimonianze di bambini cristiani perché ovviamente non ce ne sono, ma la sofferenza di questi uomini, non certo abituati a lamentarsi per il lavoro o la fatica, ci dà il metro di quella che doveva essere la vita in schiavitù. Abiti scarni, lavoro senza sosta, poco cibo e la fame. Un’esistenza di stenti e peripezie.
Il secondo tema è la liberazione di questi cristiani, che costituiva un fatto sia personale della famiglia sia un fatto di stato, talmente importante che veniva finanziato direttamente dal Papa o da governi dei tanti stati italiani. Alcuni schiavi cristiani sceglievano di convertirsi all’Islam nella speranza di esser poi liberati dai padroni. Succedeva alle donne, che spesso venivano sposate dai loro padroni e conseguentemente liberate, ma a volte anche agli uomini, che speravano nella clemenza del padrone e in una potenziale liberazione. La strada della conversione però era senza ritorno: una volta passati a Maometto non sarebbe più stato possibile tornare a vivere nel mondo cattolico. Esistevano cristiani e cristiane integerrimi che non volevano convertirsi, e rimanevano fedeli a Cristo per tutta la vita, anche senza alcuna speranza di liberazione. E’ il caso della figlia di una schiava cristiana, nata in Grecia, la cui storia giunge persino alle orecchie del Papa.
Siamo nel 1734 quando viene scritta all’Arciconfraternita del Gonfalone di Roma un’istanza da uno dei padri Trinitari, rivolta al pontefice Clemente XII. La confraternita era attivissima nel riscatto degli schiavi catturati dai musulmani, un compito svolto attraverso la raccolta di fondi e la negoziazione per la loro liberazione.
Il padre trinitario chiede che venga pagato il prezzo di riscatto per una ragazza di circa vent’anni, una cattolica, orfana da quando era in fasce. Della giovane non si conosce il nome, ma della sua vita si sa moltissimo. E’ schiava di un ricco di nome Stamurat, e proviene dalla Morea, che è il nome antico con cui veniva definito il Peloponneso, in Grecia. Il Peloponneso era tornato in mano turca nel 1715, gli ottomani avevano ucciso il padre e tradotto in schiavitù la madre, conducendo entrambe a Tunisi.
“Nacque in Morea, senza sapersi il luogo preciso, e poco dopo la di lei nascita li Turchi s’impadronirono di quel regno, uccisero il padre, e la fanciulla, che era di latte, fu condotta schiava colla madre in Tunisi. Morì la madre da buona cattolica in quel regio Ospedale de Padri Trinitarij di Castiglia nel principio della sua fondazione, per lo che venne la fanciulla a restar orfana di padre e madre di tenera età, dal che s’inferisce, che sia batezzata, particolarmente per essersi conservata sempre cristiana”
Il padre trinitario continua a tessere le lodi di questa ragazza. Scrive: “La giovane non ha altro di cristiano, non per colpa sua, ma per non aver chi l’istruisca, non sapendo altro linguaggio che l’arabo appreso nella casa del suo padrone, senz’aver avuto chi l’insegni altra lingua, nè chi le abbia data più istruz[ion]e di quella, che ha avuta dalle more, e per alta provvidenza di Dio, il che si giudica un miracolo, si mantiene nella religione cristiana, almeno col nome, per che non può saper’altro».
Il padre si stupisce talmente del fatto che la ragazza non sia diventata musulmana che vuole rivolgere la sua supplica al papa. Una ragazza così, cresciuta con i musulmani, che parla solo arabo, ma che mantiene la fede cristiana costituisce un miracolo.
Dice il religioso: «dopo la morte della madre non vi è stata altra cristiana nella casa ove dimora, né il padrone la lascia mai uscir di casa, né le permette di pratticar con altri cristiani, se non una volta l’anno, nella domenica di Resurrezione; che per il costume di Tunesi la lasciano andar ad ascoltar la messa, e solo per il tempo che questa dura può pratticar colli cristiani». Ma nemmeno a pasqua i padri Trinitari possono accostarsi alla ragazza e parlarle di alcunché «perché non intende la loro lingua, ed essa non intende li med[esi]mi, onde solam[ent]e a’ cenni l’animano a perseverare nella religione cristiana».
Questo documento ci racconta moltissimo della realtà dell’Impero Ottomano dell’epoca, ben lontano dal “mamma li turchi” che veniva tramandato in occidente. Il padrone della ragazza, il ricco Stamurat, le consente di andare a messa almeno a Pasqua, e non le impone la propria fede islamica. La scelta religiosa, anche per gli schiavi, è lasciata libera, una conversione forzata non avrebbe nessun valore. Nello stesso periodo nell’Europa Cristiana c’era la lotta alle eresie e i roghi degli eretici. Non riesco a immaginare come ci vedessero all’epoca gli ottomani.
Quella ragazza cristiana, nata nel Peloponneso da genitori africani, costituisce un prodigio del signore, e per i confratelli del Gonfalone va salvata, a tutti i costi. Dice il padre trinitario: «se non fusse per li lumi particolari, che Dio gli dà; quantunque molte volte sia stata istigata a farsi maomettana, non ha mai voluto, e di più colla grazia di Dio ha resistito, quantunque anche più volte sia stata tentata da un figliuolo del suo p[ad]rone di fargli perder colla fede anche l’onore».
Il Gonfalone a quel punto non ha scelta e decide di accordare il prezzo del riscatto al padre trinitario: “Dopo aver esaminato le circostanze dell’oratore, vale a dire il pericolo imminente stesso, a condizione che la presente concessione non diventi un esempio, concede 60 scudi per la sua liberazione”. La ragazza viene liberata e di lei si perdono le tracce nella storia. Il problema, per la Santa Sede, era che lei non era cittadina dello stato, e quindi si preoccupa di affermare che quella eccezionalità non deve diventare un esempio, altrimenti sarebbero stati obbligati a liberare tutti gli schiavi che sembrano integerrimi cristiani anche se non sono cittadini del papa.
Ma la normalità della vita di uno schiavo era fare lo schiavo, e quindi la stragrande maggioranza dei figli delle cristiane nascono, crescono, vivono e muoiono in questa condizione. Non bisogna far l’errore di considerare le lettere che vi sto per proporre come la prassi, queste sono un’eccezione perché hanno lasciato traccia scritta, mentre di tantissimi altri schiavi noi non abbiamo alcuna memoria.
Maddalena Bindi, che è una cittadina romana, si trova a Tunisi con i suoi due figli, Luigi e Gaetano. Scrive di lei sempre un padre trinitario «l’uno di quattro anni nato nella schiavitù, l’altro di dieci nato a Firenze». I due bambini sono schiavi al servizio del padrone della madre, ma il più grande dei due sembra essere in procinto di convertirsi all’Islam. Scrivono i padri trinitari: “Questo colocato nel bardo, o sia palazzo del Bei fra la ciurma de i rinegati stà nel pericolo più imminente di avandonare la nostra Santa Fede». Risponde alle suppliche della donna, che non scrive di suo pugno, l’avvocato Antonio Scaramucci, che promette lo stanziamento di seicento scudi romani «per la redenzione di Maddalena Bindi rom[an]a, e figlio nato nella schiavitù considerato per rom[an]o».
I religiosi decidono di salvare chi era ancora saldo nella fede cristiana, quindi Maddalena e il figlio piccolo, mentre chi era già potenzialmente corrotto non valeva il prezzo del riscatto. Un anno dopo, noi non sappiamo perché, ancora Scaramucci scrive alla congregazione per accordare altri 100 scudi alla causa della liberazione della donna e questa volta di entrambi i figli.
Gli schiavi però non erano solo cristiani in mano turca, ma anche turchi in mano cristiana. A questo proposito ci rimane la straordinaria testimonianza di Zein Elabidi. Fra il 1758 e il 1760, che scrive al padre che sta a Costantinopoli, Hussein Baria Kdar, come sia stato catturato e quale vita d’inferno si trovi a vivere. Scrive ovviamente in arabo: “Carissimo sig[no]r padre, dall’intimo del cuore ed animo mio le avanzo i miei rispettosi amorevoli saluti, desiderando di sapere lo stato della di lei salute, cui Sua Divina Maestà le conceda ottima, e perfetta. Se brama ancor ella intendere della mia, sappia che per grazia dell’Altissimo, ed a gloria del Principe tra Profeti, sto bene sino a che è segnata la presente. Dopo esser capitato in Algieri, sono caduto schiavo ne’ Paesi del Papa a Roma, e mi trovo per anco nelle mani degli infedeli. Alla fame, e nudità che provo, soccorso alle catene e ferri, da quali sono oppresso, e stretto alla gola, a piedi, ed alle mani, e spoglio, e lacero sto per perdermi, e morire: aita alli continui profondi sospiri, e lagrime di sangue, onde giorno, e notte piango, fremo, e languisco”.
Il ragazzo specifica che il suo prezzo del riscatto è di 100 Zecchini, e aggiunge: “se ha intenzione di liberarmi, le notifico pure che il luogo dove m’attrovo è vicino a Germania, sicché colla diligenza del Ministro di quella Potenza si potrebbe sperare l’intento, e questa è la fiducia”. Se lo si vuole liberare bisogna parlare con il ministro tedesco, perché è lì che è capitato dopo esser stato rapito. Alla fine il povero Zein si ricorda degli altri parenti: “Saluti alla carissima mia sig[no]ra madre, e sorelle, a Sivazli Emir Mustafà mio cognato, così pure ad ogni uno degli amici, e conoscenti, ed a tutti quei che dimandano di mia persona”.
La madre qualche mese dopo risponde al figlio, e gli comunica che sta trattando per la sua liberazione. Dice Madama Aisce: “abbiamo presentato la vostra lettera alla maestà del sultano Mustafà, ed egli vi ha fatto raccomandare agli ambasciatori, ad effetto di farvi mettere per mezzo della loro opera in libertà; onde procurate di star allegramente, e siate pur certo, che l’unica nostra premura è di rendervi libero”.
Ovviamente noi oggi possiamo solo sperare che le suppliche del povero Zein sia state ascoltate e che lui sia stato liberato.
Le fonti per ricostruire queste e tantissime altre vicende sono archivistiche, come ad esempio quello dell’”Arciconfraternita della Redenzione dei Cattivi” di Palermo, dove “Cattivi” significa coloro i quali sono in cattività, in schiavitù. Anche il Regno di Sicilia aveva la sua istituzione per tentare di liberare gli schiavi, che si occupava di reperire fondi in modo da liberare più persone possibile. Oltre questo archivio c’è quello dell’arciconfraternita del Gonfalone di Roma, dal quale provengono i casi che ho citato prima, e come questi ci sono altri archivi storici disseminati per l’italia, alcuni ancora non studiati. Per esempio quello di Palermo fu scoperto solo nel 1984, prima erano solo dei faldoni antichissimi che prendevano polvere in un ex-ospedale psichiatrico.
I figli, specialmente se nati nella prigionia o molto giovani, vengono nominati con scarni dettagli: la sopravvivenza delle carte è limitata, le istanze spesso erano centrali per la liberazione del prigioniero “principale” (la madre) e i figli venivano citati come elementaggiuntivi, non come soggetti indipendenti. Molti casi restano interrotti nella documentazione prima che si arrivi al “dopo riscatto”. Le fonti sono pensate per motivare la concessione del riscatto, non per seguire il destino post-liberazione.
Per alcuni figli di schiavi che furono liberati, tantissimi altri rimasero nel mondo islamico. E’ il caso di Thomas Pellow (un bambino inglese di 11 anni) – che fu catturato dai corsari di Salé (1716) e consegnato a Moulay Ismaʿil in Marocco: nelle sue memorie racconta la conversione forzata all’Islam poco dopo l’arrivo; restò oltre vent’anni in schiavitù prima di fuggire. Poi c’è Ḥasan Āghā, veneziano catturato da bambino da Uccialì, questo un personaggio straordinario, un rinnegato calabrese, si chiamava Giovan Dionigi Galeni, beilerbei della Reggenza di Algeri e infine capitan pascià, che combatté a Lepanto e fu l’unico generale islamico a salvarsi. Ḥasan Āghā dicevamo, cresciuto alla corte corsara, abbracciò l’Islam e divenne a sua volta un potente rinnegato (fonti storico-letterarie e storiografiche lo indicano esplicitamente come “catturato da ragazzo” e poi convertito).
Chi si occupava della liberazione dei figli, e anche delle mogli, tenute in schiavitù? Erano le confraternite a trovare i fondi, ma chi doveva insistere erano i mariti, che potevano soltanto appellarsi al buon cuore dei religiosi. A questo proposito vi racconto la storia di Giovanni Battista Infante, napoletano, che ha moglie e figliastra prigioniere ad Algeri. Lui era schiavo con loro ma è stato riscattato, e ora tenta di far liberare Maria Santagata, la moglie, e Vittoria Canizzi, la figlia di lei. Prima prova a trovare i soldi a Napoli, ma quando capisce che non riesce nell’intento si sposta a Roma, anche se le donne non erano cittadine dello stato della Chiesa.
Lo scrive nel suo memoriale, «ottenne rescritto, che li Pii Luoghi di questa città di Roma avessero avuto mira per un tal riscatto; in fatti dall’E[ccellenze] V[ost]re l’o[rato]re ne ottennè [sic] due promesse». Il Gonfalone gli promette 25 zecchini per ciascuna delle due donne, rimborsabili dietro presentazione dei documenti di avvenuto riscatto. Queste sono cifre rimborsabili, non erogate prima della liberazione. Una volta che Giovanni Battista si presenterà a Roma con le due donne liberate allora potrà ottenere indietro la cifra spesa.
L’uomo riesce a mettere insieme i 25 zecchini, lavora e si indebita, raggiunge Algeri, paga il riscatto e libera le due donne. Poi torna a Roma, con le carte che certificano la liberazione, e deve tentare di essere rimborsato dalla confraternita religiosa. Ma a questo punto le cose iniziano ad andare male. Il Gonfalone fa resistenza, ci sono cavilli burocratici che andrebbero risolti, e i soldi non arrivano. Passa un anno, ne passano due, ne passano tre, ma del rimborso per quei 50 zecchini non si vede l’ombra. Giovanni Battista allora scrive un memoriale, dice che a causa di quella perdita lui adesso deve fare la carità, scrive proprio: “per perdita sofferta nel mare l’o[rato]re è in istato oggi giorno che merita essere compassionato».
I soldi gli arrivano solo il 6 settembre 1795, quando viene dato mandato per il pagamento di «scudi novantotto [e] b[aiocchi] 33, per suo rimborso di tanti promessi […] per il riscatto della di lui moglie Maria Santagata che una in somma maggiore delli 28 dicembre 1777, ed altra delli 28 gen[nar]o 1778».
Ma il povero Giovanni Battista così viene rimborsato solo della quota di sua moglie, mentre della figlia di lei i religiosi romani non fanno menzione. Soltanto a distanza di due anni l’ex schiavo scopre che c’era stato un banale errore di trascritta del nome, e così scrive ancora al Gonfalone, sottolineando che il nome della figliastra era stato segnato come Vittoria Cognola e non come Vittoria Canizzi.
Giovanni Battista produce altri documenti, e chiede il rimborso almeno di una parte di quanto speso: “che almeno a titolo di caritatevole sussidio li sia pagata la somma di scudi 17.08 […] non solo in vista della sua estrema povertà essendo costretto in oggi a mendicare, ma altresì sul riflesso di due riscatti da lui fatti, e dell’equivoco occorso nel registro del cognome sud[det]o”. Il Gonfalone accetta di rimborsare quella cifra e la famiglia ottiene quel denaro che serve per tentare di reintegrarsi nella società, magari aprendo una piccola attività o comunque avendo un tetto sotto al quale dormire.
La vicenda di Giovanni Battista, della moglie Maria e della figliastra Vittoria fa capire quanto fosse complessa la liberazione degli schiavi, con le famiglie che venivano aiutate dalle istituzioni religiose, ma che rischiavano di perdere tutto il proprio patrimonio, o peggio di indebitarsi, se tentavano di riscattare gli schiavi in modo autonomo.
Di tutti gli altri figli di schiavi che invece nacquero, crebbero e morirono in cattività non abbiamo notizia. Come la maggioranza delle persone del passato non ha lasciato traccia, sono scomparsi come lacrime nella pioggia, e di loro non possiamo che immaginare una vita fatta di dolore, di costrizioni e di fatica, certo fisica ma tantissime volte anche psicologica. Moltissimi finirono ai remi sulle galee, praticamente un inferno in terra, mentre altri vennero sfruttati per il lavoro nei campi, per le faccende di casa, insomma per tutti quei compiti che ai padroni sarebbero costati moltissimo denaro se avessero dovuto assumere lavoratori specializzati. La schiavitù era il modo con cui il mondo antico manteneva separate le classi sociali, con cui i ricchi continuavano ad esser ricchi e i poveri non avevano speranza di arricchirsi.
A fine video faccio una precisazione: tanti di voi, come me, avranno visto le conferenze del Professor Barbero in cui parla dei cristiani che venivano scelti dagli incaricati del Sultano per essere presi dai villaggi e portati a palazzo per diventare giannizzeri e militari di carriera. Questi non erano schiavi del sultano, venivano sempre presi con la forza, ma non erano in condizione di schiavitù. Erano scelti in base a doti fisiche e morali per rappresentare l’élite militare dell’Impero, ma non erano destinati a lavori logoranti. Ci si potrebbe confondere perché la cattività era la stessa, ma il destino dei ragazzi era talmente diverso che paragonare schiavi da galea a giannizzeri sarebbe certamente sbagliato.
Le fonti principali di questo testo sono due articoli pubblicati sulla rivista Storia delle Donne, uno del 2009 a cura del Professor Roberto Benedetti, “Madri, figlie, mogli, schiave. Le istanze di liberazione inoltrate all’Arciconfraternita del Gonfalone (Secolo XVIII)”, l’altro del Professor Bartolomé Bennassar “L’Esclavage des femmes en Europe à l’époque moderne”. Poi l’archivio dell’”Arciconfraternita della Redenzione dei Cattivi” di Palermo, che è disponibile sul sito del ministero della cultura.
Io vi ringrazio per esser stati con me fino alla fine, e ringrazio i tanti abbonati che sostengono questo mio lavoro di divulgazione culturale. Se vi va lasciatemi un commento qui sotto con altri desiderata riguardo i video futuri. Grazie mille a tutti noi ci vediamo al prossimo video.
