Il tema dei conflitti sociali è stato ampiamente trattato dagli autori di tutte le epoche. Celebre è il passo del Manifesto del Partito Comunista, che fa della storia un’incessante lotta tra classi -tra patrizi e plebei, ad esempio- in cui a contendersi la vittoria sono “oppressi” e “oppressori”.

Nella storia dell’antica Roma, il celebre conflitto tra plebe e patriziato non può essere considerato una rivoluzione improvvisa portatrice delle stesse istanze con cui, secondo Marx, nell’Europa dell’Ottocento, il proletariato avrebbe dovuto violentemente demolire lo stato borghese. La distinzione sociale tra patrizi e plebei non è mai stata netta e immobile, ma ha subito delle complesse evoluzioni nel corso dei secoli, a seconda delle esigenze della Repubblica.

Il termine plebs si è spesso confuso con quello di populus, in virtù della lente distorta con cui i contemporanei spesso guardano alla storia antica, pretendendo di applicare il lessico politico moderno ad una realtà comprensibile solamente attraverso una logica interna. Se vogliamo spiegarci prendendo come immagine metaforica una serie di anelli concentrici, populus rappresenta l’anello più esterno, la comunità estensiva di tutti i cittadini, patriziato incluso, e non semplicemente -come spesso si è detto- una massa popolare che si contrappone polemicamente agli ordini superiori. Plebe, invece, è l’anello più interno: escludendo il patriziato, finirà per darsi istituzioni rappresentative proprie (concilia plebis tributa, tribunato della plebe, edili della plebe), risultando un elemento con una propria specifica personalità all’interno del grande insieme della civitas.

Plutarco e Dionigi di Alicarnasso hanno voluto ricondurre la distinzione tra plebe e patriziato alle forme di clientela e patronato, due istituti caratteristici della tarda età repubblicana, utili per il mantenimento della pace sociale.

Compito dei patrizi erano gli uffici religiosi, le magistrature, l’amministrazione della giustizia […] I plebei venivano invece sciolti da codeste incombenze per le quali erano del resto impreparati e privi di tempo libero per la mancanza di rendite: essi dovevano dunque coltivare la terra, allevare il bestiame e praticare mestieri che producono beni. […] Diede i plebei ai patrizi come in affidamento, accordando a ciascun plebeo di scegliersi un patrizio come patrono […] I patrizi dovevano spiegare ai propri clienti le leggi che ignoravano, ed aver cura di loro, sia che essi fossero presenti o assenti, facendo cioè tutto quanto i padri fanno per i figli.

(Dionigi di Alicarnasso, Storia di Roma arcaica, II, 9-10)

La reciproca ripartizione di compiti, oneri, diritti e doveri avrebbe favorito la creazione di specifiche aree di competenza, un ordine equilibrato e accettato dalle rispettive le parti alla stregua di un legame paterno, in cui ognuno si riconosce nel proprio status, evitando l’emergere di invidie (da parte della plebe) e di velleità di prevaricazione (patriziato).

Tuttavia, il conflitto tra patrizi e plebei, per quanto spesso si sia configurato come un agente silente rispetto alle macro-questioni della storia, emergerà sempre di più come un contrasto civile sovrapposto alle problematiche estere, che copre un arco temporale di circa tre secoli -dalla creazione della Repubblica nel 509 alla Lex Hortensia del 287 a.C.

Alla strumentalizzazione di un disagio economico per raggiungere conquiste politiche si intrecciano anche elementi di sospetto, accuse di demagogia, come quella a Spurio Melio, ricco plebeo tacciato di pretese demagogiche quando intervenne per rimediare ad una carestia distribuendo grano ai poveri, o quella a Spurio Cassio, tre volte console, che dopo aver concluso vittoriosamente un foedus con gli Ernici e aver ottenuto due terzi del loro territorio, propose nel 486 a.C. di distribuirne metà alla plebe, a testimonianza di una germinazione del problema agrario che giungerà alla completa ribalta nella seconda metà del II secolo con i fratelli Gracchi.

La scelta nel V sec., per il popolo in armi, di sostituire al modello di combattimento aristocratico un ordinamento oplitico-falangitico di matrice greca fece emergere la figura dei fanti, ovvero di coloro che, fianco a fianco come un corpo compatto, potevano sostenere personalmente i costi dell’armamento, dagli oneri finanziari più pressanti, per le prime classi più ricche, a quelli minimi per possedere un’armatura basilare, per le classi di censo inferiori. Il reclutamento su base censitaria, infatti, rendeva sia patrizi che plebei non semplici spettatori della vita politica, ma essenziali protagonisti dei campi di battaglia.

A questo proposito risulta interessante l’appassionato discorso del soldato plebeo L. Siccio Dentato riportato da Dionigi di Alicarnasso, simbolo di una retorica oramai improntata sul modello greco dell’uguaglianza geometrica (maggiori doveri conducono a maggiori diritti, e viceversa).

Dunque, cittadini, questo Siccio, che per tanti anni ha prestato servizio militare in vostra difesa, che tante battaglie ha combattuto, che tanti riconoscimenti ha ottenuto, non si è mai tirato indietro […] voi, plebei, avete affrontato le mie medesime fatiche. E invece i più violenti, privi di scrupoli, sono loro a essersi presa la parte migliore, ad essersene goduti i frutti per lunghi anni. […] Ma se avessero faticato quanto noi (…) si sarebbe potuta anche capire la loro avidità; ora invece essi non hanno dato prova di nessuna azione grande e audace, in cambio della quale prendersi con forza ciò che è nostro.

La richiesta di mitigazione delle norme sui debiti, limitando il tasso di interesse ad un tetto massimo, di un’equa distribuzione dell’ager publicus e di una parificazione tra i due ordini in merito ai diritti politici, quindi l’apertura alla plebe del consolato, la massima magistratura, portò dapprima a uno sciopero generale e poi alla celebre Secessio plebis sul colle Aventino (494 a.C.)

Poco dopo, la creazione di un tribunato della plebe, rappresentante ed esecutore della volontà plebea, che secondo Plutarco costituiva una sorta di “antimagistratura” creata per fare opposizione alle preesistenti e per annullare gli effetti di un eccesso di autorità, attraverso lo strumento del veto su qualsiasi provvedimento, deliberazione o decisione che andava a ledere gli interessi della plebe.

I conflitti si riaccesero poco dopo, al momento delle deliberazioni della commissione decemvirale. I Decemviri Legibus Scribundis Consulari Imperio componevano un collegio eletto dai romani per la compilazione di un corpus normativo, un codice di leggi scritte ispirato alle raccolte greche (difatti, una legazione fu inviata in Attica per studiare la legislazione di Solone). Nato per risanare i contrasti tra patrizi e plebei, le fonti descrivono il comportamento del collegio come sempre più violento, anche alla luce della discussissima disposizione contro il matrimonio tra patrizi e plebei, contenuta nell’undicesima tavola delle Leggi delle XII tavole (451 – 450 a.C), tra le prime codificazioni scritte del diritto romano.

Fu un tribuno, Caio Canuleio, a sollevare rimostranza contro la legge iniqua, qualche tempo più tardi alla presenza del Senato, avanzando una duplice controproposta. Interessante il ricorso al termine di <<patria>>, che si avvale di un significato che travalica il semplice vincolo giuridico-patrimoniale, per sconfinare nel germe del patriottismo: la comune appartenenza a un luogo natio che è fonte di valori, visioni, pratiche culturali condivise che trascendono le semplicistiche segmentazioni di stirpe e censo, tanto care ai romani. Il suo discorso è riportato da Livio, in Storia di Roma dalla sua fondazione (IV, 3, 1-7)

Quanto i patrizi vi disprezzino, o Quiriti, e quanto vi considerino indegni di convivere con loro in un’unica città […] cos’altro ci proponiamo se non di avvertirli che noi siamo loro concittadini e che, se non abbiamo lo stesso potere, tuttavia abitiamo la stessa patria? Con la prima proposta noi chiediamo quel diritto di connubio che si è soliti concedere ai popoli confinanti e agli stranieri: il diritto di cittadinanza per l’appunto (…) noi l’abbiamo concesso persino ai nemici vinti; con la seconda noi non proponiamo nulla di nuovo, ma rivendichiamo e pretendiamo quello che è un diritto del popolo, che cioè il popolo romano conferisca a chi vuole le cariche pubbliche.

E poi una precisazione ulteriore, a ribadire la scorrettezza dell’equazione plebe=massa. Il tribuno non chiede che una massa indistinta e inadeguata venga innalzata agli standard della civitas, ma che vi giunga una nobilitas plebea che ha già affrontato un processo di integrazione e di osmosi con il patriziato:

Forse che questa città non potrà rimanere in piedi? È forse finita per il nostro stato? E il fatto che possa diventare console un plebeo vale come se si dicesse che diventerà console uno schiavo o un liberto?

Il plebiscito Canuleio verrà approvato, ma la strada per l’accesso della plebe alla massima magistratura sarà spianata solamente a partire dal 367 a.C., data della promulgazione delle dibattutissime Leggi Licinie Sestie (fu una gara a colpi di veti), in virtù delle quali almeno uno dei due consoli avrebbe dovuto essere plebeo.

La storiografia suole porre al 287 a.C. la conclusione del travagliato scontro tra i due volti del popolo romano. La lex Hortensia, dal nome del dittatore Quinto Ortensio, parificava nel diritto i plebisciti alle leges rogatae, ossia alle deliberazioni della più importante assemblea romana, quella centuriata.

Aldilà delle implicazioni politiche, oggi è difficile ricostruire un percorso lineare della storia di questa antica dicotomia. Ci si potrebbe infatti chiedere quando è realmente iniziata. In fin dei conti, le partizioni erano care agli antichi romani, e venivano impiegate anche per distinguere, all’interno dello stesso patriziato, i patres (senatori di antico insediamento) dai conscripti (senatori aggiunti).

Ad ogni modo, il conflitto tra patriziato e plebe sollevò soprattutto un problema di coscienza e di consapevolezza di una comunità nella comunità, che più che corrodere la stabilità di una società politica ne rinnovò le fondamenta attraverso passi moderati e graduali, “alzando l’asticella” per una riforma più aggiornata delle istituzioni repubblicane.

FONTI: Geraci, G.; Marcone, A.; Cristofori, A.(2017). Storia romana. Editio maior. Milano: Mondadori Education. Geraci, G.; Marcone, A.; Cristofori, A.(2006). Fonti per la storia romana. Le Monnier Università, Milano: Mondadori Education, Nicolet, C. (1984). Strutture dell’Italia romana (secoli III-I a.C.). Milano: Jouvence.