Nell’immaginario collettivo, un animale vivisezionato lo si crede esclusivamente bloccato su un tavolo da laboratorio, con uno scienziato in camice bianco occupato ad esaminagli le viscere. In verità, ogni atto che vada a ledere la dignità nonché la forma fisica e mentale dell’animale, è considerabile vivisezione.

 

Nelle scienze sociali, nel campo della psicologia, i modelli comportamentali della depressione hanno sempre avuto un grande spazio di ricerca, sia a livello fisico sia emotivo e, ovviamente, gli studi venivano quasi sempre condotti su cavie da laboratorio.

La depressione venne collegata in seguito anche a teorie sulla deprivazione materna e sull’isolamento

Gli studi più celebri vennero svolti tra il 1957 ed il 1963 da Harry Harlow, ed ebbero come oggetti di studio la deprivazione materna e l’isolamento sui primati. In questo caso agli animali non venne somministrata alcuna sostanza, ma furono posti in condizioni sperimentali particolari, fisicamente e psicologicamente traumatiche, tali da provocare traumi fisici e psichici che i ricercatori interpretarono come segni di depressione.

L’esperimento era semplice ed era composto da tre elementi: diversi cuccioli di macaco rhesus (ne scelse vari dalla sua personale colonia istituita nel 1932), vennero imprigionati con una madre surrogata fredda e metallica che dispensava nutrimento (la madre di ferro), e una madre calda di pezza che però non dispensava nutrimento (la madre di pezza).

La domanda iniziale era:

Il cucciolo riverserà il suo affetto verso chi lo nutre o verso chi lo “coccola”?

Il cucciolo venne messo in isolamento con questi due impianti, in una gabbia priva di stimoli esterni.

Lo scimmiotto rimaneva tutto il tempo abbracciato alla “madre di pezza”, quando aveva fame correva dalla “madre di ferro”, si nutriva per pochi secondi e tornava subito dalla “madre di pezza”.

Con il passare del tempo, le scimmiette utilizzate per gli esperimenti, quando venivano reintrodotte nella colonia, mostravano comportamenti antisociali, si nascondevano rannicchiate in un angolo e venivano evitate ed escluse dalle altre scimmie. Quelle allevate dalla sola “madre di ferro” presentavano squilibri mentali più gravi che le portavano anche a tentare il suicidio in presenza di altri esemplari.

Uno dei passi più conosciuti degli studi di Harlow è “il test della paura”:

Al cucciolo venne mostrato un mostro metallico che produceva forti rumori, in assenza della madre surrogata il cucciolo si rannicchiava cercando di evitare il mostro, in sua presenza, invece, spesso andava incontro al mostro attaccandolo ma mostrando comunque evidenti segni di paura.

Harlow decise di continuare con altri esperimenti per capire scientificamente quali caratteristiche dovesse avere una madre

Costruì altre madri surrogate utilizzando diversi materiali, cambiandone la consistenza, notando, quindi, che più la madre era soffice più veniva apprezzata. Successivamente provò a far passare dell’acqua fredda tramite una serpentina inserita all’interno della “madre preferita” e i cuccioli iniziarono ad evitarla come se fosse morta.

E se fosse stata semovente?

Appese dei morbidi sacchi a circa un metro da terra che incontravano il gradimento delle cavie. Harlow era arrivato a capire le caratteristiche base di una madre:

Soffice, calda e non statica

Decise quindi di quantificare quanto fosse importante la presenza di una madre, sfociando in vere e proprie forme di tortura: costruì delle “madri di pezza” dotata di congegni a molla che scattavano quando il cucciolo la abbracciava, scaraventandoli a grande distanza. Un’altra lanciava getti d’aria compressa e infine costruì anche una madre sulla stessa figura di una “vergine di Norimberga”, con spuntoni che uscivano dal corpo e che trafiggevano il cucciolo ad ogni tentativo di ricevere un po’ di calore materno.

Nessun cucciolo demorse dal provare ad abbracciarle, ripetendo la stessa scena periodicamente

Dolore, spavento e umiliazione erano meno forti del bisogno di ricevere calore materno. Scientificamente notò che i soggetti avevano comunque guadagnato peso, ma le scimmie allevate esclusivamente dalla “madre di ferro” avevano feci più morbide, difficoltà a digerire il latte e spesso soffrivano di diarrea . L’interpretazione di Harlow di questo comportamento, che è ancora ampiamente accettata, è che la mancanza di comfort e di contatto fisico era psicologicamente stressante per le scimmie, quindi i problemi digestivi sono una manifestazione fisiologica dello stress.

Non soffrivano certamente di meno i cuccioli lasciati in isolamento totale, ovvero senza le madri surrogate, dai tre ai ventiquattro mesi, in quello che veniva chiamato il “pozzo della disperazione”. Venivano separati dalla madre appena nati e lasciati completamente isolati dal mondo esterno. Nessun cucciolo morì durante l’esperimento, tuttavia, uno dei sei cuccioli isolati per tre mesi rifiutò di mangiare dopo il rilascio, e morì cinque giorni dopo.

Il rapporto dell’autopsia attribuiva la morte all’anoressia emotiva

Tutte le altre scimmie, comunque, hanno terminato la loro vita nell’angoscia, nel disagio e nella sofferenza. Gli studi, ormai, avevano oltrepassato ogni limite etico e morale e, questo ebbe un effetto sulla sensibilità popolare, al punto che il dottor Harlow cercò di risollevare la propria reputazione interrompendoli e tentando di riabilitare le scimmiette, senza però ottenere alcun successo.

L’importanza di questi studi è dovuta al fatto che hanno contraddetto sia il tradizionale consiglio pedagogico di limitare o evitare il contatto fisico nel tentativo di non rovinare i bambini, sia per il contrasto che instillarono verso l’insistenza della scuola comportamentista, in cui era predominante il pensiero secondo cui le emozioni sono trascurabili.

Sebbene ampiamente accettate ora, queste idee erano allora rivoluzionarie

La sola cosa di cui mi preoccupo è se le scimmie mostreranno una caratteristica che io possa pubblicare. Non provo nessun affetto verso di loro. Gli animali non mi piacciono affatto. Disprezzo i gatti. Odio i cani. Come possono piacermi le scimmie?” – Harry Harlow in un’intervista apparsa nell’edizione del 27 ottobre 1974 del Pittsburgh Press Roto.

Categorie: Scienza

Eugenia Varaldo

Eugenia Varaldo

Sono una studentessa di scienze della comunicazione. Durante il mio percorso scolastico al Liceo delle Scienze Sociali e Comunicazione ho avuto il piacere di vedere pubblicati una mia indagine nel libro “Nel Cibo La Vita”, ed un’intervista all’interno della raccolta de “I Quaderni Savonesi”. Vincitrice per due anni consecutivi del concorso letterario indetto dalla regione Liguria “Il sacrificio degli Italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia: mantenere la memoria, rispettare la verità, impegnarsi a garantire i diritti dei popoli”. Appassionata di occulto, paranormale ed arte funerea dell’epoca vittoriana. Inguaribile nerd, con un amore per la fantascienza e Star Wars che dura da tutta una vita.