Katherine Johnson, Dorothy Vaughan, Mary Jackson: tre donne straordinarie, tre vite straordinarie, dedicate alla ricerca scientifica in campo aerospaziale. La NASA (l’Agenzia spaziale degli Stati Uniti) deve molto del successo delle sue missioni spaziali al lavoro di queste donne: tutte e tre facevano parte del team “coloured computers” (calcolatori di colore), presso il Langley Researh Center, in Virginia (quando ancora la Nasa si chiamava NACA). Oltre ad essere dei geni in matematica e fisica, avevano in comune il fatto di essere afroamericane, e quindi discriminate all’interno del luogo di lavoro: lavoravano e mangiavano separate dai colleghi bianchi, e ovviamente dovevano usare bagni diversi.

Katherine Johnson

Katherine Johnson è stata una delle più brillanti matematiche nella storia della NASA. Anche se interessata alla ricerca, fino al 1953 non aveva trovato di meglio che fare l’insegnante, perché all’epoca molte porte erano chiuse alle donne, in particolare se di colore. Nel 1953, la NACA aveva iniziato ad assumere donne afroamericane per il dipartimento di Guida e Navigazione. Johnson entrò a far parte del team West Area Computer, dove svolgeva, letteralmente, il lavoro di computer umano, elaborando dati utili a ridurre, ad esempio, il consumo di carburante degli aerei. Il team era composto esclusivamente da donne di colore, guidate da Dorothy Vaughan, la prima donna afroamericana ad aver ottenuto l’incarico di supervisionare tutto il lavoro dei “computer umani”.

Ben presto Johnson fu trasferita alla Fligth Research Division, dove si occupò di complessi calcoli aerospaziali, come la traiettoria della capsula di Alan Shepard, o il percorso che doveva fare John Glenn (l’astronauta pretese che la Johnson controllasse i calcoli effettuati dal computer elettronico) nel primo viaggio orbitale intorno alla Terra progettato dalla NASA, in quegli anni in cui gli Stati Uniti rincorrevano l’Unione Sovietica nella “corsa allo spazio”. Ma è la missione dell’Apollo 11 a rendere veramente orgogliosa di se stessa la Johnson: fu lei a calcolare la traiettoria per far arrivare l’astronave sulla luna, così come contribuì al salvataggio dell’equipaggio dell’Apollo 13, lavorando sulle procedure di rientro dopo l’interruzione della missione. Negli ultimi anni della sua carriera, lavorò al programma dello Space Shuttle e al progetto di una missione su Marte.

Johnson ha lasciato la NASA nel 1986, e quando nel 2015, quasi centenaria, ha ricevuto dal Presidente degli Stai Uniti Barack Obama la Medaglia della Libertà, ha semplicemente commentato: “Era il mio lavoro. E ho fatto il mio lavoro correttamente e bene”. Certamente però non deve essere stato così facile, in un’epoca in cui la lotta contro la discriminazione aveva molta strada da percorrere.

Dorothy Vaughan

Quando Katherine Johnson arrivò alla divisione West Area Computers, trovò come supervisore un’altra donna straordinaria, Dorothy Vaughan, che era entrata nel team nel 1943. Quando Dorothy seppe che la sua equipe poteva essere sostituita da computer elettronici, gli IBM 7090,  imparò da autodidatta il linguaggio di programmazione (Fortran), che poi insegnò anche alle altre donne della sua unità.

Durante la sua brillante carriera al Langley Research Center, la Vaughan conduceva (come le altre scienziate, del resto) una vita normalissima: si occupava dei suoi quattro figli e andava al lavoro con i mezzi pubblici. Riflettendo sulla sua condizione di donna afroamericana, ha commentato: “Ho cambiato quello che potevo, e quello che non potevo, l’ho sopportato.”

Mary Jackson

Mary Jackson entrò a far parte della West Area Computers nel 1953, per lavorare ad un progetto legato al volo aereo supersonico, effettuando studi nella galleria del vento.
Mary lavorava con l’ingegner Kazimierz Czarnecki, che la incoraggiò a specializzarsi in ingegneria aerospaziale. I corsi si tenevano alla Hampton High School, riservata agli studenti bianchi. Mary comunque non si demoralizzò quando non fu ammessa, e raccolse le firme dei cittadini favorevoli al suo ingresso all’università. Nel 1958 si laureò in ingegneria aerospaziale, il primo ingegnere nero della NASA.

Fu solo nel 1958 che la divisione “coloured” fu sciolta, al Langley Research Team

Nel frattempo, ognuna di queste donne, (ma anche altre come Melba Roy e Christine Darden) si era distinta per la grande preparazione tecnica e scientifica, ma soprattutto per l’enorme forza di volontà, che le aveva fatte diventare un punto di riferimento, non solo per una ristretta minoranza (solo il 2% delle donne afroamericane riusciva a laurearsi in quegli anni), ma per tutti coloro che combattevano contro la discriminazione razziale.

Sotto, Melba Roy era a capo del gruppo di matematici che lavorava ad un esperimento pionieristico di comunicazioni via satellite per il Goddard Space Flight Center della NASA negli anni ’60:

 
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La straordinaria storia di queste donne non è stata dimenticata grazie ad una biografia di Margot Lee Shetterly, Hidden Figures, dedicata “alle donne afroamericane che aiutarono a vincere la corsa spaziale”. Nel 2016 è stato realizzato un film, basato sul libro, che in Italia è uscito con il titolo “Il diritto di contare”.

Anche se non afroamericana, è doveroso ricordare una delle altre donne che contribuì al successo della missione Apollo 11, sviluppando il software di bordo sia del modulo di comando sia del modulo lunare: Margaret Hamilton., di cui è famosissima l’immagine con l’altezza del codice da lei scritto per i computer di bordo:

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.