Il lungo regno della regina Vittoria (1837-1901) fu caratterizzato da profondi mutamenti nei settori più disparati. La stessa vita quotidiana si trasformò in maniera significativa, a causa della letterale esplosione di invenzioni tecnologiche favorite dalla Rivoluzione industriale. Il celebre scienziato Charles Darwin, il famoso scrittore Charles Dickens e l’economista John Stuart Mill furono solo alcuni dei personaggi che vissero nell’età vittoriana e che, insieme a moltissimi altri, contribuirono a rendere quegli anni una sorta di nuovo Rinascimento britannico, nonostante tutti i limiti, i nodi problematici e le contraddizioni.

L’età vittoriana fu per molti aspetti unica, come unico fu il suo stile che, dall’abbigliamento agli accessori, all’arredamento, si configurò inconfondibile al punto che, a quasi due secoli di distanza, possiamo ancora riconoscerlo immediatamente.

Un accessorio considerato irrinunciabile per le donne dell’epoca fu il cappello, che completava l’elaborato abbigliamento femminile, a lungo contraddistinto dalle voluminose gonne sostenute dalle crinoline o dai cerchi.

Ad inizio Ottocento era apparso un nuovo modello di copricapo femminile, destinato ad avere un successo straordinario, al punto che tuttora lo associamo indissolubilmente all’età della regina Vittoria, il «poke bonnet» o «Neapolitan bonnet».

La prima descrizione del poke bonnet è riportata dalla sezione riservata alla moda del “The Times” del 1807, in cui viene descritto come un cappello in velluto o broccato a visiera, dal bordo arrotondato, allacciato con dei nastri sotto il mento. Inizialmente indossato dalle borghesi, il poke bonnet si diffuse ben presto presso le dame dell’aristocrazia britannica, obbedendo al gusto dell’epoca che esaltava la modestia e il pudore femminile, anche attraverso il celare il volto agli sguardi indiscreti.

Dagli anni ’30 ai ’50 del XIX secolo il poke bonnet divenne così ampio e prominente, con il viso della persona che lo indossava che poteva essere visto solo frontalmente, particolare che scatenò continue vignette satiriche da parte della stampa dell’epoca.

Tramontata la moda del poke bonnet, in epoca tardo-vittoriana divenne popolare un nuovo tipo di copricapo femminile, quello a tesa larga, ornato da intricate decorazioni di fiori, nastri, piume esotiche, oppure decorato con veri e propri uccelli imbalsamati.

In realtà in Europa la passione per i cappelli femminili adorni di penne e di piume di volatili iniziò in Francia con Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI, nel Settecento, ma fu dal decennio 1870-1880 all’età edoardiana che questi vistosi accessori raggiunsero l’apice del successo, divenendo di moda persino nelle colonie britanniche e negli Stati Uniti.

Particolare poco noto è che in quegli anni il commercio legato alla produzione di cappelli adornati di piume e di penne divenne talmente fiorente che giunse a provocare la morte di centinaia di migliaia di uccelli, dalla Florida a tantissime altri parti nel mondo.

La specie più ricercata dai cacciatori era quella dell’egretta, un trampoliere dal superbo piumaggio che poteva variare dal bianco, al bruno al nero, presente nelle aree tropicali e subtropicali. Molto amate per la resa estetica finale erano anche le penne degli aironi, dei gabbiani e delle starne. Per tutte le specie si preferivano gli esemplari giovani. Naturalmente, una volta uccisi i genitori, anche i piccoli abbandonati nei nidi ne seguivano rapidamente la sorte.

Secondo Harper’s Bazaar, una celebre rivista di moda statunitense, nel 1875 il merlo era uno dei volatili più richiesti dalle fabbriche di cappelli, in particolare il merlo brasiliano, ricercatissimo per la livrea dalle tonalità non corvine, ma blu e bronzo. In Inghilterra invece si privilegiavano spesso le cince o le rondini grigie, le cui dimensioni contenute consentivano alle orgogliose signore di esibirle imbalsamate per intero sui copricapi, collocate su fili e molle che permettevano alla testa e alle ali di muoversi con effetti realistici. Le donne con minori possibilità economiche ripiegavano su cappelli ornati di teste di piccioni, fagiani o pavoni dagli occhi in vetro. Costose piume di struzzo ornavano invece i cappelli destinati alle ricercate mise da teatro delle dame della buona società tardo-vittoriana.

Inizialmente la moda di esibire piume, penne, o addirittura interi uccelli imbalsamati non fu vista come crudele; tuttavia, quando la sua produzione divenne un business molto redditizio e quando, per soddisfare l’enorme domanda mondiale di piume, aumentò in maniera esponenziale il numero degli uccelli da sacrificare, tra cui tordi, picchi, passeri, gufi e quaglie, qualcosa si mosse nell’opinione pubblica, e i primi ambientalisti del tempo, tra cui la giornalista ed attivista americana Adeline Knapp, si schierarono contro il massacro degli uccelli a fini commerciali.

Per avere un’idea del volume delle morti dei volatili, basta fare riferimento ad un’asta della London Commercial Sales Room del 1902, che riferì di aver venduto 1.608 pacchetti di penne di aironi, che avevano richiesto la morte di ben 192.960 esemplari; ancora nel 1911 la medesima asta della capitale inglese annotò la vendita di 129.000 penne di egrette e di 13.000 aironi, 20.698 uccelli del paradiso, 41.090 colibrì e di 9.464 aquile, condor ed altri uccelli da preda.

Nonostante i numeri degli uccelli uccisi fossero da brivido, i produttori di cappelli continuarono a definire “estremisti” e “sentimentalisti” coloro che invocavano norme più rigide di controllo, sostenendo che una regolamentazione del commercio avrebbe provocato effetti gravi sull’economia ad esso legata.

L’industria della produzione di cappelli decorati con volatili o con parti di essi, dopo un trentennio di immensa popolarità, fu tuttavia alla vigilia del suo declino: il primo conflitto mondiale era ormai alle porte, e risultava impossibile procurarsi con la medesima facilità di un tempo le materie prime. Il mercato della moda si orientava inoltre verso nuovi modelli femminili più pratici e sportivi, che prediligevano abiti dalle linee pulite ed essenziali, in larga misura privi di cappelli.

La salvezza per milioni di volatili…

Giovanna Potenza
Giovanna Potenza

Giovanna Potenza è una dottoressa di ricerca specializzata in Bioetica. Ha due lauree con lode, è autrice della monografia “Bioetica di inizio vita in Gran Bretagna” (Edizioni Accademiche Italiane, 2018) e ha vinto numerosi premi di narrativa. È uno spirito curioso del mondo che ama viaggiare e scrivere e che legge avidamente libri che riguardino il Rinascimento, l’Età Vittoriana, l’Arte e l’Antiquariato. Ha una casa ricca di oggetti antichi e di collezioni insolite, tra cui quella di fums up e di bambole d’epoca “Armand Marseille”.