Si fa presto a dire onore. E’ una parola utilizzata in molti contesti che forse, nel mondo moderno ha perso parte del suo significato, e non in modo sempre negativo. Era un delitto “d’Onore” l’uccisione del coniuge, quasi sempre della moglie, nel caso in cui questa fosse risultata adultera (in Italia giustificato dal diritto fino al 5 agosto 1981). E gli uomini “d’Onore” sono anche quegli assassini mafiosi che uccisero migliaia di innocenti durante gli anni ’80 e ’90.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Ma onore non significa solo questo. L’onore, nel Giappone del XVIII secolo, aveva un significato molto più nobile, più prossimo al sacrificio che non agli italici esempi di cui sopra, lontano anni luce dalla nostra mentalità moderna. E questa storia, anche se la premessa non lo farebbe pensare, parte proprio dal Giappone del XVIII secolo.

Edo (Tokyo), 1701

Nel 1701  due daimyō, Asano Naganori, il giovane signore di Akō (un piccolo feudo nella parte occidentale di Honshū), e Kamei Korechika del feudo Tsuwano, ricevettero l’ordine di organizzare un ricevimento per gli inviati dell’imperatore al castello di Edo, durante il periodo del sankin-kōtai allo shōgun.

All’epoca i daimyō, i signori feudali giapponesi, dovevano trascorrere un anno nel proprio feudo e uno nella capitale (alternanza chiamata sankin-kōtai), mentre i loro familiari erano sempre residenti a Edo, praticamente ostaggio degli uomini dello shōgun.

Asano e Kamei dovevano quindi essere istruiti nella necessaria etichetta di corte da Kira Kozuke-no-Suke Yoshinaka, un potente ufficiale dello shogunato di Tokugawa Tsunayoshi.

Kira era indisponente nei confronti dei due signori a causa delle offerte, che giudicava insufficienti, oppure perché non gli offrirono delle mance come desiderava. Altre fonti affermano che Kira era naturalmente scortese e arrogante o che era corrotto, il che offendeva Asano, un seguace della morale confuciana.

Inizialmente, Asano sopportò i soprusi stoicamente, mentre Kamei si arrabbiò e si preparava a uccidere Kira per vendicare gli insulti. Ma i saggi consiglieri di Kamei evitarono il disastro per il loro signore e per tutto il clan (poiché tutti sarebbero stati puniti se Kamei avesse ucciso Kira) dando di nascosto a Kira una lauta mancia; Kira cominciò quindi a trattare con rispetto Kamei il quale calmò i propri bollenti spiriti.

Kira però continuò a trattare duramente Asano perché adirato dal fatto che quest’ultimo non avesse emulato il suo compagno nell’offerta. Come insulto finale, Kira apostrofò Asano come “bifolco” senza buone maniere e Asano non riuscì a trattenersi. Al Matsu no Ōrōka, il grande corridoio principale che collega Shiro-shoin e Ōhiroma della residenza di Honmaru Goten, Asano attaccò Kira con un pugnale wakizashi, ferendolo in volto con un primo colpo e sferrandone un secondo che però rovinò soltanto un pilastro. In pochi istanti le guardie separarono i due.

Stampa Ukiyo-e raffigurante l’assalto di Asano Naganori a Kira Yoshinaka nel Matsu no Ōrōka del Castello di Edo:

La ferita di Kira era poco grave, ma l’attacco a un ufficiale dello shōgun all’interno dei confini della residenza era considerato un grave reato. Asano fu messo agli arresti, ma nel giro di poche ore fu deciso per la sua condanna a morte. Quella sera gli fu concesso di compiere un seppuku, un suicidio in forma privata.

I beni e le terre di Asano vennero confiscati e la sua famiglia finì in rovina e i suoi servitori furono resi dei rōnin (samurai decaduti).

L’ordinanza fu trasmessa a Yoshio Ōishi, il principale consigliere di Asano, che prese il comando del feudo e allontanò la famiglia dell’ex daimyo prima di ottemperare agli ordini e consegnare il castello agli agenti del governo.

Quasi Due anni di attesa

E così tutto il clan di Asano finì apparentemente alla deriva. Ōishi finì per ubriacarsi costantemente e vivendo alla giornata. Altri rōnin trovarono dei lavori umili con cui sbarcare il lunario, costantemente al riparo da intrighi politici o ambizioni di qualsiasi tipo. Yoshio, durante una delle sue colossali sbronze, venne persino malmenato da un samurai di Satsuma che lo offese per la vergogna che rappresentava per la casta dei samurai, e l’ex consigliere di Asano non oppose alcuna resistenza al pestaggio del guerriero. Le spie mandate dal responsabile del disastro della famiglia Naganori, Kira Yoshinaka, riferirono della vita dissoluta che conducevano Ōishi e gli altri uomini, e la sorveglianza sul signore si allentò via via sempre di più.

Ma qualcosa bolliva in pentola

Degli oltre 300 uomini di Asano, 47, e in particolare proprio il loro leader Yoshio Ōishi, si rifiutarono di lasciare il loro signore senza vendetta, anche se la ritorsione era proibita in questo caso specifico.

Due dei rōnin: Horibe Yahei e suo figlio adottivo, Horibe Yasubei. Yasubei ha in mano un ōtsuchi:

I samurai si unirono con il giuramento di vendicare Asano uccidendo Kira, anche se sapevano che sarebbero andati incontro a una severissima punizione per il loro gesto. Ōishi divorziò dalla moglie in modo che non potesse essere punita nel momento in cui i ronin avessero portato a termine la loro missione. La mandò via con i due figli più piccoli a vivere con i genitori. Il consigliere diede al figlio maggiore, Chikara, la scelta di rimanere e combattere oppure di andarsene. Chikara scelse di rimanere con suo padre.

Molti dei fedeli rōnin andarono a vivere a Edo facendo gli operai e i mercanti, e ottennero anche accesso alla casa di Kira, acquisendo familiarità con la struttura e con i suoi abitanti. Uno dei custodi (Okano Kinemon Kanehide) sposò persino la figlia del costruttore della casa per ottenere le piantine dell’edificio.

Parte dei resti dell’ex residenza Kira, attualmente il parco Honjo Matsuzaka-cho. Fotografia di Kensin condivisa con licenza Creative Commons 2.5 via Wikipedia:

Dopo più di un anno, quando Ōishi fu convinto che Kira avesse abbassato la guardia, fuggì da Kyoto evitando le spie che lo stavano seguendo, e l’intera banda si radunò in un luogo di incontro segreto nei pressi di Edo per rinnovare il giuramento di vendetta.

L’attacco

Il 14 dicembre del 1702, durante una forte tempesta di neve, Ōishi e gli altri rōnin attaccarono la dimora di Kira Yoshinaka a Edo. I Samurai si divisero in due gruppi e attaccarono armati di spade e archi. Un gruppo, guidato da Yoshio Ōishi, attaccò il cancello anteriore; l’altro, guidato da suo figlio, Chikara Ōishi, doveva attaccare la casa attraverso il cancello posteriore. L’attacco prevedeva di risparmiare donne, bambini e altre persone indifese.

I rōnin attaccano la porta principale della dimora di Kira:

Ōishi fece in modo che quattro uomini scalassero la recinzione ed entrassero nella portineria, catturando e legando la guardia. In seguito mandò dei messaggeri in tutte le case vicine per spiegare che non erano ladri ma servitori che vendicavano la morte del loro padrone e che non sarebbe stato fatto alcun male agli innocenti. Uno dei rōnin salì sul tetto e urlò a squarciagola che la questione era un atto di vendetta (katakiuchi).

I vicini, che odiavano tutti Kira, non fecero nulla per ostacolare i samurai

Dopo aver inviato gli arcieri a impedire a coloro che erano all’interno della casa (che non si erano ancora svegliati) di chiedere aiuto, Ōishi suonò il tamburo per iniziare l’attacco. Dieci dei servitori di Kira tentarono di impedire l’attacco frontale, ma nel mentre quello di Chikara Ōishi e dei suoi uomini colpiva il retro della casa.

Incisione su legno di Kunisada raffigurante l’attacco (inizi del 1800):

Kira, terrorizzato, si rifugiò in un armadio nella veranda, insieme a sua moglie e alle sue servitrici. Il resto dei servitori, che dormivano in una caserma all’esterno, tentò di entrare in casa in suo soccorso. Dopo aver superato i difensori nella parte anteriore della casa, le due falangi guidate da padre e figlio si unirono e combatterono i servitori che entravano per dare man forte a Kira. Questi essendo in inferiorità numerica, tentarono di chiedere aiuto, ma i loro messaggeri vennero uccisi dagli arcieri.

Cartolina raffigurante l’attacco, primi anni ’20:

Dopo la lotta tutti i servitori di Kira finirono prigionieri. In totale i rōnin uccisero 16 uomini e ne imprigionarono 22.

Ma di Kira non c’era traccia

In tutto l’edificio furono trovati soltanto donne e bambini in lacrime.

 

La morte di Kira

Dopo molte ricerche venne trovato l’ingresso a un cortile segreto. Questo ospitava un magazzino per il carbone e la legna da ardere, e all’interno furono trovati Kira e due servitori. I due uomini vennero immediatamente uccisi, e infine si giunse a Kira.

Egli rifiutò di dire chi fosse, ma con un fischio i rōnin si radunarono attorno al capanno e Ōishi, grazie a una lanterna, vide il volto con la cicatrice provocata dal pugnale di Asano.

Rievocazione moderna di un samurai armato per l’attacco:

Ōishi si inginocchiò e, in considerazione dell’alto rango di Kira, si rivolse all’uomo rispettosamente annunciandogli che erano i custodi di Asano, giunti a vendicarlo per rispettare il loro patto d’onore di samurai. I rōnin offrirono quindi a Kira la possibilità di fare seppuku uccidendosi da solo. Il consigliere  gli offrì lo stesso pugnale che Asano aveva usato per uccidersi.

Kira però si accovacciò, tremante e senza parole

Alla fine, vedendo che era inutile continuare a insistere, Ōishi ordinò a un compagno di tenerlo fermo e lo uccise tagliandogli la testa. I samurai spensero quindi tutte le lampade e i fuochi della casa (per evitare che la casa prendesse fuoco e danneggiasse i vicini) e se ne andarono con la testa di Kira.

A uno dei rōnin, Kichiemon Terasaka, fu ordinato di recarsi ad Akō e riferire che la loro vendetta era stata completata.

I quarantasette ronin vengono accolti fuori dal palazzo di Matsudaira-no-Kami:

All’alba del 9 Dicembre del 1702 i fedeli servitori di Asano portarono la testa di Kira alla tomba del loro signore nel tempio di Sengaku-ji, marciando per una decina di chilometri attraverso la città e provocando una grande agitazione lungo la strada. La storia della vendetta si diffuse rapidamente, e sul loro cammino i samurai vennero elogiati e accolti come uomini d’onore.

All’arrivo al tempio, i 46 rōnin (tutti tranne Kichiemon Terasaka) lavarono e ripulirono la testa di Kira in un pozzo posandola con il fatidico pugnale davanti alla tomba di Asano. Offrirono quindi preghiere al tempio e diedero all’abate tutto il denaro che era loro rimasto, chiedendogli di seppellirli con le più solenni preghiere.

Al termine delle operazioni il gruppo si separò in quattro e andò in custodia a quattro diversi daimyō.

La condanna

Due servitori di Kira giunsero al tempio a reclamare la testa, e la ricevuta che venne rilasciata ai monaci è ancor oggi in possesso del tempio. I funzionari dello shogun di Edo erano però caduti in un dilemma. I samurai avevano seguito i precetti vendicando la morte del loro signore, ma avevano anche sfidato l’autorità dello shogunato esigendo una vendetta che era stata loro proibita.

Inoltre lo shōgun ricevette una serie di petizioni dalla popolazione che plaudeva l’operato dei rōnin, chiedendo che fosse risparmiata loro la vita. Come previsto i rōnin furono condannati a morte per l’omicidio di Kira, ma lo shōgun risolse l’impasse ordinando loro di commettere onorevolmente seppuku anziché farli giustiziare come criminali.

Ciascuno degli assalitori praticò il suicidio rituale

Dipinto raffigurante Ōishi Yoshio che commette il seppuku:

Oishi Chikara, il più giovane, aveva solo 15 anni il giorno in cui avvenne il raid e 16 il giorno in cui commise seppuku.

Ognuno dei 46 rōnin si uccise il 4 febbraio del 1703

La confusione sul numero dei rōnin è da allora materia di dibattito. Il quarantasettesimo, identificato in Kichiemon Terasaka, alla fine tornò dalla sua missione e fu graziato dallo shōgun (alcuni dicono a causa della sua giovane età). Visse fino all’età di 87 anni, morendo intorno al 1747, e fu poi sepolto con i suoi compagni. Gli assalitori che morirono tramite seppuku furono successivamente sepolti al tempio di Sengaku-ji, di fronte alla tomba del loro signore.

L’incenso brucia di fronte tombe dei quarantasette ronin a Sengaku-ji:

I vestiti e le armi che indossavano sono ancor oggi conservati nel tempio, insieme al tamburo e al fischietto.

Le tombe di Sengaku-ji divennero un luogo di grande venerazione, e in molti si radunarono lì per pregare. Uno di questi era l’uomo di Satsuma che aveva percosso e sputato su Ōishi mentre giaceva ubriaco per strada. Rivolgendosi alla tomba, chiese perdono per le sue azioni e per aver pensato che Ōishi non fosse un vero samurai.

L’uomo si suicidò e fu sepolto accanto al rōnin

La signoria del clan Asano viene ristabilita

Sebbene la vendetta fu vista come un esclusivo atto di lealtà, c’era anche un secondo obiettivo, ristabilire la signoria degli Asano e trovare un luogo dove i loro compagni samurai potessero servire. Centinaia di samurai che avevano prestato servizio sotto Asano erano ormai senza impiego, e molti non erano in grado di trovare un lavoro poiché avevano prestato servizio in una famiglia caduta in disgrazia. Molti vivevano come agricoltori o realizzavano semplici oggetti artigianali per sbarcare il lunario. La vendetta dei quarantasette rōnin cancellò l’onta dai loro nomi, e molti trovarono lavoro poco dopo che i 47 erano stati condannati alla loro onorevole fine.

Asano Daigaku Nagahiro, fratello minore ed erede della famiglia Naganori, fu autorizzato dallo shogunato Tokugawa a ristabilire il suo feudo, sebbene il suo territorio fosse ridotto a un decimo dell’originale.

La critica ai Rōnin

I rōnin attesero oltre 14 mesi in attesa del “momento giusto” per la loro vendetta. Yamamoto Tsunetomo, autore della celebre opera Hagakure, pose la domanda:

E se, nove mesi dopo la morte di Asano, Kira fosse morto di malattia?

La sua conclusione fu che i quarantasette rōnin avrebbero perso la loro unica possibilità di vendicare il loro signore. Anche se avessero affermato, quindi, che il loro comportamento dissoluto era solo una messa in scena, e che poco tempo dopo sarebbero stati pronti per la vendetta, chi li avrebbe creduti?

Il sepolcro dei 47 Ronin. Fotografia di Raquelquinto condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Sarebbero stati ricordati per sempre come codardi e ubriaconi, portando eterna vergogna al nome del clan Asano. La cosa giusta da fare per i rōnin, scrisse Yamamoto, era attaccare Kira e i suoi uomini immediatamente dopo la morte di Asano. I rōnin avrebbero probabilmente subito una sconfitta, dato che Kira era pronto a difendersi, ma questo non era importante.

Secondo Yamamoto, Ōishi fu troppo ossessionato dal successo della missione. Pensò al suo piano per garantire l’uccisione di Kira, che non doveva essere la vera preoccupazione per il samurai: l’importante non era la morte di Kira, ma dimostrare l’eccezionale coraggio e determinazione dei samurai in un attacco totale contro la casa di Kira, ottenendo così eterno onore per il loro signore morto. Anche se non fossero riusciti a uccidere Kira, anche se fossero morti tutti, non avrebbe avuto importanza, poiché la vittoria e la sconfitta non erano l’obiettivo finale. Aspettando più di un anno migliorarono le loro possibilità di successo ma rischiarono di disonorare il nome del loro clan, il peggior peccato che un samurai potesse commettere.

Come è facile intuire, quindi, si fa presto a dire “onore”, ma alla fine è tutta una questione di punti di vista.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...