I 4 di Guildford: il più grande Errore Giudiziario della Storia Britannica Moderna

Irlanda del Nord, anni ‘70: in uno degli angoli più a ovest del continente, mentre la pace tra le nazioni europee del blocco occidentale riusciva a tenere con successo, il contrasto etnico e ideologico interno divideva due popolazioni: quella irlandese-cattolica e quella irlandese-protestante, la fazione pro repubblicana e quella unionista-monarchica.

Un conflitto che portava con sé le conseguenze, mai superate, del difficile compromesso del 1921, quando verso la fine della guerra d’indipendenza irlandese (l’Esercito repubblicano irlandese da una parte e l’Esercito britannico dall’altra) nacque l’Irlanda del Nord, un territorio che copre circa un sesto dell’isola irlandese e che venne creato per concedere spazio ai protestanti e ai presbiteriani dell’isola: la regione dell’Ulster si aggiunse quindi alla Corona britannica e divenne così la quarta nazione costitutiva del Regno Unito.

Una difficile convivenza tra le due diverse confessioni cristiane che proseguì anche dopo.

Nei decenni successivi i controlli di polizia nei confronti degli irlandesi-cattolici, sospettati di simpatie verso la causa repubblicana e verso l’Irish Republican Army (IRA), divennero una prassi quotidiana, provocando spesso discriminazioni e pregiudizi: come conseguenza, sassi, bombe e pallottole iniziarono a colpire i quartieri dormitori di Belfast verso la fine degli anni ‘60. Lo scontro si era ormai acuito e uscire di casa, nella capitale nordirlandese, significava mettere a rischio la propria incolumità.

Le forze paramilitari erano sempre pronte a colpire. L’IRA da una parte, cattolica, filo irlandese e filo repubblicana, con i suoi diversi sottogruppi; l’Ulster Volunteer Force (UVF) dall’altra, protestante, filo britannica e filo unionista. Bastava una piccola scintilla per colorare di rosso il grigiore della città. Non sempre però, essere cattolico o essere protestante significava appoggiare per forza Dublino o Londra: l’ideologia variava, specie dove non esistevano i ghetti. A volte, nascevano coalizioni popolari miste contro l’esercito britannico di stanza su suolo nordirlandese. Il susseguirsi di violenze, inoltre, macchiava un ambiente dove regnava, spesso, povertà, apatia e scarse possibilità lavorative.

Di giorno, la guerriglia urbana poteva scoppiare in un qualsiasi momento anche attraverso il minimo sgarbo. Di notte, le strade fantasma della città erano popolate dalle gang di una o dell’altra fazione:

Il posto sbagliato al momento sbagliato poteva risultare fatale. A Belfast e non solo…

Fu la sfortuna a rovinare per sempre le vite di un gruppo di nordirlandesi cattolici che si trovavano a Londra: indagati con la pesante accusa di terrorismo e processati per un crimine mai commesso, furono condannati dal tribunale inglese al carcere a vita.

Correva l’anno 1974: Gerry Conlon era un ventenne di famiglia cattolica che viveva a Belfast ovest, lungo Falls Road, importante snodo tra centro e periferia. Figlio di Giuseppe, operaio in una fabbrica di vernici e di Sarah, inserviente in ospedale, Gerry era dedito ai piccoli furti di strada: Giuseppe, preoccupato della vita del figlio, spinse Gerry a trasferirsi a Londra e a cercare un lavoro.

Convinto, salì su una nave assieme al suo amico di infanzia, Paul Hill: lì, i due ragazzi erano attesi da Anne Maguire, la zia di Gerry e madre di quattro figli, che viveva nel nord-ovest di Londra, a Kilburn. Una sera, tra una tappa e l’altra, furono ospitati da una comunità hippie. Lì, incontrarono Carole Richardson, ragazza inglese allora diciassettenne, e Paddy Armstrong, venticinquenne ed ex compagno di scuola di Gerry e Paul.

A Londra, Gerry girava da un posto all’altro, vagando per le strade in cerca del divertimento. Una sera, assieme a Paul, si trovava in un parco di Guildford dove conobbe Charlie Burke, un uomo irlandese senzatetto.

D’improvviso, il fragore di una bomba scosse l’intero vicinato.

Era il 5 ottobre 1974 e alle ore 20:30 e 21:00, due attentati di ordigni artigianali, a base di nitroglicerina, scoppiarono in due pub di Guildford, sobborgo londinese. Il Seven Stars e l’Horse and groom, particolarmente frequentato dai militari inglesi. Morirono cinque persone, tra cui un civile.

Fu l’inizio di una stagione di violenze: l’IRA, dall’Irlanda del Nord, si spostò in Inghilterra, prendendo di mira le istituzioni e i corpi militari britannici. Arrivò, persino, a uccidere nel 1979 l’ammiraglio Louis Mountbatten, ex viceré dell’India e zio della Regina Elisabetta, mentre navigava al largo di Sligo, in Irlanda.

Gerry e Paul, nel frattempo, tornarono a Belfast. Partirono le indagini, nelle settimane in cui il parlamento di Westminster, in fretta e furia, approvò il Prevention of Terrorism Acts (Legge di prevenzione contro il terrorismo): una legge che autorizzava, tra i vari punti, un maggiore intervento delle forze dell’ordine, anche nei confronti dei cattolici minimamente sospettati, un fermo fino a sette giorni senza alcuna assistenza legale e l’assenza, a processo, di una giuria. Pochi giorni dopo l’attentato, la polizia, d’improvviso, fece una brusca irruzione a casa di Gerry. Arrestato, pensò subito alla semplice accusa di furto o di uso di sostanze stupefacenti e non avrebbe mai pensato, invece, alla peggiore delle accuse:

Quella, infamante, di terrorismo

La legge appena entrata in vigore sdoganava, nelle stanze delle questure e delle caserme, le pratiche più coercitive degli interrogatori, senza alcuna possibilità di difesa: permise l’uso della pressione e della tortura psicologica, della privazione del sonno e delle minacce di omicidio nei confronti dei familiari. A Paul, dissero che avrebbero ucciso la moglie Gina, incinta. Fu il primo ad arrendersi e a firmare l’atto di colpevolezza. Anche Gerry, che intanto completò i sette, lunghissimi giorni di interrogatorio, si arrese:

Minacciarono di uccidergli il papà Giuseppe

Furono arrestati, nel frattempo, anche lo stesso Giuseppe, oltre alla zia che ospitò Gerry e Paul e due dei propri figli.

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Gli attentati di Guildford, accompagnati il 21 novembre 1974 dall’esplosione di altre bombe in due pub a Birmingham, crearono in Inghilterra malumori e pregiudizi nei confronti degli irlandesi-cattolici: era la stampa inglese, in primis, a gettare benzina sul fuoco e ad ergersi, prima ancora che gli addetti ai lavori in aula, a giudice. I ragazzi, in modo spregiativo, furono ribattezzati come “i 4 di Guildford” e questo provocò, nell’opinione pubblica inglese, grandi contestazioni, anche quando i ragazzi scesero dalle automobili davanti all’Alta Corte di Londra, subendo fischi ed insulti.

Le accuse, nel frattempo, erano gravi: terrorismo nei confronti dei ragazzi; complicità nei confronti dei familiari di Gerry.

Il papà di Giuseppe, uno degli arrestati, lavorando in una fabbrica di vernici, contrasse la fibrosi polmonare e necessitava di continue cure: giunse comunque a Londra per parlare con i legali ma anche lui finì davanti al giudice mentre si trovava a casa di Anne. La zia Anne Maguire, invece, venne accusata di fabbricazione di esplosivi che sarebbero stati prodotti in casa con l’aiuto dell’ultimo marito, Patrick. Persino i due figli di Anne, il 16enne Vincent e il 13enne Patrick, furono arrestati dopo il ritorno da scuola. Inoltre, in tribunale finirono anche il fratello di Anne, Sean Smyth, e un amico di famiglia, Patrick O’Neill. L’accusa: favoreggiamento e detenzione di esplosivo.

Il tutto, riportato ufficialmente nei diversi documenti manomessi: nelle indagini, venne scritto erroneamente che le mani risultarono positive alla nitroglicerina ma dopo giorni di attenti controlli, in casa, attorno all’abitazione e nei luoghi che erano soliti frequentare, non ci furono tracce né di esplosivi, né di materiali affini. Accanto ai quattro di Guildford, si aggiunsero così anche i 7 Maguire.

Gli 11 imputati speravano ancora, illudendosi, di trovare un sistema giudiziario indipendente dalla politica e dalle influenze esterne e si sperava, pur sapendo che non sarebbe stato immediato, che qualcuno dall’IRA potesse parlare per poterli scagionare definitivamente.

Erano però completamente ignari del fatto che in realtà quel processo era una vera e propria farsa: era tutto già scritto.

La pena arrivò velocemente: per i 4 di Guildford, ergastolo, da scontare con un minimo di trent’anni di reclusione. Hanne McGuire e il marito: 14 anni di carcere. Giuseppe Conlon, Sean Smyth e Patrick O’Neill: 12 anni. I minorenni Vincent e Patrick Maguire: 5 e 4 anni. Un incubo.

I 4 di Guildford furono portati nella struttura carceraria di massima sicurezza, cambiando sedi in continuazione, a causa delle violenze tra le mura e degli attacchi che i condannati subivano anche dagli altri detenuti.

Passò un anno e l’IRA rivendicò l’attacco. I responsabili delle bombe a Guildford appartenevano alla costola chiamata Provisional IRA e per un anno proseguirono indisturbati una lunga stagione di attentati: uno, in particolare, tenne col fiato sospeso l’Inghilterra quando tra il 6 e il 12 dicembre 1975, al numero 22B di Balcombe Street a Londra, presero in ostaggio una coppia che lì viveva, i coniugi Matthews, e negoziando con la polizia per sei giorni, alla fine si arresero e furono arrestati in 4: Joe O’Connell, Edward Butler, Harry Duggan e Hugh Doherty. Sui primi tre pesarono 12 condanne a vita, sull’ultimo 11: loro stessi, sollecitarono la difesa a intervenire a favore del rilascio dei 4 di Guildford e dei 7 Maguire. Continuavano a ribadire, che in nessuna cellula dell’IRA risultavano i nomi degli 11 condannati e che nessun membro dell’IRA li conosceva. L’intervento in aula passò però inascoltato: se solo la Corte inglese avesse riaperto il caso e riorganizzato il processo, non sarebbe di lì in poi risultata credibile agli occhi dell’opinione pubblica.

Gli 11 divennero anche loro, in quel conflitto, delle vittime innocenti.

Provò Giuseppe, dal carcere, a scrivere lettere: chiese in continuazione l’apertura di un nuovo processo d’appello, ma le richieste furono sempre respinte. La salute del padre di Gerry, intanto, non reggeva: col tempo, senza cure e assistenza, si aggravò e il 23 gennaio 1980 morì tra le sbarre, lontano dal figlio.

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Il fatto aprì, lentamente, ad una presa di coscienza: intervenne, con appelli e solleciti, Amnesty International, e furono realizzate continue inchieste da parte della stampa irlandese. Anche l’opinione pubblica inglese cambiò, ben presto, visione:

Lo slogan divenne, a quel punto, “Liberate i 4!”

Furono tenute diverse iniziative, tra cui convegni, per raccogliere fondi e anche in diverse piazze inglesi si manifestava a favore dei detenuti.

Gli 11, non erano i soli ad essere condannati ingiustamente: anche per l’attentato ai pub di Birmingham del 21 novembre 1974, furono condannati sei uomini innocenti: Patrick Hill, Gerard Hunter, Richard McIlkenny, William Power, Hugh Callaghan e John Walker.

Entrò in scena, ad un certo punto, Gareth Peirce, un’avvocatessa da sempre molto attiva in tema di diritti umani. Iniziò, per lei, un duro lavoro: innanzitutto, doveva cercare le parole dei testimoni di quella sera. Fondamentali, sarebbero risultate quelle del senzatetto Charles Burke.

Gareth trovò, dagli archivi nelle sedi della polizia, altre prove da sempre occultate, che riportavano la scritta: “da non mostrare alla difesa”. Scoprì, dunque, che quei fondamentali documenti furono manomessi.

Il 19 ottobre 1989, dopo ben 15 anni dietro le sbarre, i 4 furono scarcerati

Fu la pubblica accusa a manipolare le prove e a nascondere ogni elemento probatorio che avrebbe scagionato gli imputati e archiviato il caso. Ai Maguire, invece, l’innocenza fu riconosciuta solo nel 1991 quando ormai finirono di scontare le proprie condanne. Valse, postuma, anche per Giuseppe.

Usciti di prigione, per Gerry Conlon tornare alla normalità fu praticamente impossibile: subì molti crolli nervosi, fu assistito in lunghi trattamenti psichiatrici, soffrì di alcolismo e tentò il suicidio. Morì di cancro il 21 giugno 2014 a 60 anni.

Paul Hill, invece, dopo la liberazione si è subito impegnato nella causa dei diritti umani, collaborando con Amnesty International: si è sposato con Courtney Kennedy, figlia di Bob Kennedy e nipote dell’ex presidente degli USA, John Fitzgerald.

Paddy Armstrong, dopo alcuni problemi di alcolismo, si è trasferito a Dublino: sposato, ha due figli. Carole Richardson non volle più mostrarsi al pubblico: sposatasi, ha avuto una figlia. Anche con lei, alla fine, il cancro non ha avuto pietà: è morta, all’età di 55 anni, nel 2013.

Gli allora giovanissimi Maguire, che videro scomparire d’improvviso la propria adolescenza, continuano oggi a raccontare la storia.

Dal mondo della politica britannica, le scuse pubbliche giunsero nel febbraio 2005 dall’allora Primo Ministro, Tony Blair. Dal mondo giudiziario, dopo il rilascio dei 4, furono incriminati tre poliziotti con l’accusa di cospirazione sulle prove.

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Furono però prosciolti

Il giudice John Donaldson, colui che emise la sentenza, proseguì la sua carriera. In più occasioni, ha ammesso il dispiacere di non aver potuto optare per l’ormai scomparsa pena di morte: a pochi istanti dal verdetto finale infatti, ricordò ai ragazzi che un’azione così, se fosse stata compiuta in passato, avrebbe comportato la pena capitale per impiccagione.

Dal 1988 al 2005 ottenne il prestigioso incarico di Master of the Rolls, secondo giudice di Inghilterra e Galles per importanza dopo il Lord Chief.

E che ne fu, invece, dei 6 di Birmingham?

Furono scarcerati nel 1991. Dei sei, Richard McIlkenny morì di cancro nel 2006, a 73 anni. Ricevettero compensi, tra le 800 mila e un milione di sterline, mentre Conlon, appena rilasciato, ricevette la somma di 500 mila sterline.

Su questo assurdo errore giudiziario, il peggiore della storia inglese contemporanea, nel 1993 uscì il film “In the Name of the Father – Nel nome del padre” con Daniel Day-Lewis nel ruolo di Gerry Conlon. Si può già cogliere il dramma di questa storia, nella straordinaria colonna sonora realizzata dal cantante degli U2, Bono, assieme al cantautore irlandese Gavin Friday.

Nicola Pisetta

Nicola Pisetta, trentino, appassionato di storia, geografia, sport, viaggi, montagna e mare. Mi basta un libro da leggere in cima alla montagna, nel bosco, steso in spiaggia o davanti al caminetto per sentirmi bene!