Herberts Cuckurs: da “Lindbergh lettone” a “macellaio di Riga”

Negli anni ’30 è il “Lindbergh lettone” – intrepido aviatore solitario che vola su aerei costruiti da lui stesso – ma dal 1965 è noto al mondo come il “macellaio di Riga”. Lui è Herberts Cukurs, che da eroe nazional-popolare della Lettonia si trasforma in un mostro capace delle peggiori atrocità, al servizio dell’ideologia nazista. Nonostante i suoi crimini, tutti compiuti nel suo paese, non viene mai processato e riesce facilmente ad espatriare in Brasile, grazie alle famigerate ratline.

Herberts Cukurs

Immagine via Wikipedia – Giusto Uso

Lascia così pochi testimoni dietro di sé, da non ritenere necessario nemmeno cambiare nome nella sua nuova vita. Perfino gli ebrei che nel dopoguerra danno la caccia ai criminali nazisti sfuggiti alla giustizia, su di lui hanno a disposizione un dossier veramente striminzito, composto di poche pagine.

Questa è la storia della caccia a un criminale di guerra che niente ha da invidiare a un romanzo o film di spionaggio. Perché lui, Herberts Cukurs, non è “un assassino da scrivania” come Eichmann, lui è un uomo abituato all’azione, che bisogna catturare o giustiziare prima che sia troppo tardi.

L’antefatto

E’ l’inizio del 1965 e sembra non esserci più tempo per rendere giustizia alle vittime dell’olocausto. In Germania si discute da mesi sull’approvazione di una legge che faccia cadere in prescrizione le accuse di omicidio dopo vent’anni, con la conseguenza che alla data dell’8 maggio, anniversario della fine della seconda guerra mondiale, nessun assassino nazista sarebbe stato più perseguibile (nel 1955 e 1960 era già stata messa una pietra sopra i reati di omicidio colposo e aggressione). Le probabilità che la legge venga approvata sono alte, ma i servizi segreti israeliani non ci stanno e decidono una missione che, oltre a essere di “giustizia”, deve avere anche uno scopo dimostrativo agli occhi dei tedeschi e del resto del mondo: i criminali nazisti saranno puniti, che la Germania lo voglia o no. E senza andare tanto per il sottile: niente processo giudici avvocati e giornalisti, come era avvenuto quattro anni primi con Eichmann (anche se in realtà Eichmann, secondo il diritto internazionale, avrebbe dovuto essere estradato in Germania e non sottoposto a giudizio in Israele), solo una sentenza da eseguire sul posto. Un’azione di questo tipo avrebbe dovuto scoraggiare il parlamento tedesco a deliberare quella legge, mostrando al mondo intero che in giro c’erano ancora troppi criminali di guerra, mai processati, mai condannati, e che non avevano scontato neppure un giorno di galera.

A gennaio del ’65, in una ristrettissima riunione dei dirigenti del Mossad, si deve decidere l’obiettivo tra una lista di nazisti ancora a piede libero.

Il prescelto è Herberts Cuckurs, responsabile della morte di molti parenti e amici di uno degli uomini presenti. Il suo assassinio (che naturalmente il governo di Israele non intende rivendicare) deve essere anche una sorta di monito sul tipo di “giustizia”, fuori dal Diritto, che sarebbe spettata agli altri ex-nazisti ancora in circolazione, in caso di approvazione di quella che, di fatto, era un’amnistia per i criminali di guerra.

Herberts Cuckurs

Cuckurs era, secondo un sopravvissuto all’olocausto in Lettonia, un uomo “pieno di tremende contraddizioni”.

Immagine di pubblico dominio

Il “Lindbergh lettone”, quello dell’anteguerra, è un ragazzo audace posseduto dalla voglia di avventure. Nel 1933 vola senza scali dalla Lettonia in Gambia a bordo di un improbabile aereo a cabina aperta, che aveva assemblato lui stesso utilizzando pezzi di recupero. Nel 1937 percorre (in aereo) 45.000 chilometri, verso l’Asia: visita Cina, Giappone, India e Indocina. Nel dicembre 1939 affascina gli ebrei di Riga con il resoconto, corredato di foto, della sua ultima impresa, che lo ha portato a Tel Aviv, Gerusalemme, Betlemme. A chi lo ascolta (lo testimonierà anni dopo un ragazzo ebreo presente) sembra entusiasta di quello che ha visto, di quel movimento sionista che già aveva portato molti ebrei in Israele, all’epoca sotto mandato britannico.

Nonostante ogni tanto gli scappi qualche considerazione negativa, all’epoca nessuno lo vede come un anti-semita, tanto è vero che spesso si intrattiene a parlare, seduto in qualche locale pubblico, con gli intellettuali ebrei di Riga.

Cosa porta allora questo ragazzo, tutto preso da aerei e avventure, a trasformarsi nel “macellaio di Riga”?

Intermezzo

Nel 1939, l’Unione Sovietica e la Germania firmano il patto Molotov-Ribbentropp (trattato di non aggressione), dove c’è un protocollo segreto che consente all’URSS di assoggettare Finlandia, Estonia, Bessarabia e Lettonia, mentre i tedeschi possono prendersi Polonia e Lituania. Il 5 ottobre del ’39, Russia e Lettonia firmano un patto di alleanza che dura poco: a giugno del 1940 di fatto il paese viene invaso dai sovietici, che mostrano da subito qual è la loro linea politica: terrore e deportazioni. Dopo appena un anno, i lettoni si vedono invadere nuovamente, questa volta dai tedeschi, che loro però accolgono come liberatori.

Propaganda nazista antisemita in Lettonia

Immagine di Bundesarchiv, Bild – licenza CC-BY-SA 3.0

Devono ben presto ricredersi, perché i nazisti non si sognano nemmeno di ridare indipendenza alla nazione, anzi: nei piani di Hitler c’è l’intenzione di dimezzare la popolazione, con la consueta eliminazione di politici avversi, intellettuali, alti ufficiali, comunisti, rom e soprattutto ebrei (gli unici che avevano visto con favore l’occupazione sovietica, proprio paventando quella tedesca).

La mappa del Rapporto Stahlecker, del 31 gennaio 1942, con l’entità delle esecuzioni di ebrei nei paesi baltici. In basso, c’é la stima di 128.000 ebrei ancora in vita, mentre l’Estonia è marcata come “Judenfrei”

Immagine di pubblico dominio

Le esecuzioni di massa cominciano dopo pochi giorni dall’invasione, e a luglio già si forma l’Arājs Kommando (dal nome del suo fondatore, Viktors Arājs), formato da circa 300 lettoni di estrema destra, soggetti ovviamente al servizio di sicurezza nazista. In Lettonia muoiono 70.000 ebrei e molti di loro sono uccisi proprio dall’Arājs Kommando.

Rastrellamenti di ebrei a Libau – Lettonia

Immagine di Bundesarchiv, Bild 183-B11441 / CC-BY-SA 3.0

I tedeschi giocano bene le loro carte, perché diffondono voci, anche grazie alla stampa locale, che gli ebrei sono “il nemico interno”, collaboratori dei sovietici anche nelle atrocità perpetrate contro la popolazione locale. Un giornale scrive: “Nessuna pietà e nessun compromesso deve essere mostrato. Nessuna tribù ebraica di vipere deve essere autorizzata a risorgere”. E difatti nessuno mostra pietà né ripensamenti.

Ancora Herberts Cuckurs

Testimonianze raccolte negli anni immediatamente successivi alla guerra raccontano di come Cuckurs abbia partecipato con entusiasmo alle azioni del Arājs Kommando, di cui diventa il vice-comandante. Partecipa a molti massacri, a partire da quello nel ghetto di Riga, dove spara a bruciapelo alle persone “ridendo diabolicamente”, fino al terribile episodio durante il quale vengono uccisi 25.000 ebrei, condotti alla foresta di Rumbula, dove c’erano già pronte le fosse ad aspettarli, passando per gli incendi nelle sinagoghe e i rastrellamenti nelle città e nelle campagne.

Monumento commemorativo della strage di Rumbula

Immagine di M.Strīķis via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Lo stermino degli ebrei lettoni è talmente devastante che rimangono scarse testimonianze oculari (nel fascicolo su Cuckurs ce ne sono forse a malapena sei).

All’arrivo dell’Armata Rossa, l’aviatore che si era trasformato in un feroce assassino, si ritira dalla Lettonia insieme alle forze armate tedesche, poi dalla Germania passa in Francia, dove ottiene un visto per il Brasile, proprio a suo nome.

Arriva a Rio, dove cerca di darla a bere a tutti: racconta di essersi trasferito perché perseguitato dai comunisti anche per l’aiuto dato agli ebrei durante l’olocausto.

Intanto però in Europa, gli ebrei che cominciano a stilare l’elenco dei criminali sfuggiti alla giustizia, mettono il suo nome nella lista nera.

Nel frattempo lui va avanti con la sua vita: organizza voli turistici, attività che va a gonfie vele, e viene addirittura intervistato da un’importante giornale brasiliano che lo definisce “epitome dell’umanità”.

Nel 1950 però la verità viene a galla, e le comunità ebraiche locali tentano di farlo estradare, l’Unione Sovietica lo reclama per processarlo, ma il governo brasiliano (all’epoca molto comprensivo con i criminali nazisti) rifiuta: solo la Lettonia, che non esiste più come stato indipendente, avrebbe avuto diritto di giudicare Cuckurs.

Con questa notorietà negativa ormai diffusa a Rio, gli affari di Cuckurs cominciano ad andare male, cosi lui si trasferisce a San Paolo, dove campa con una piccola impresa di noleggio barche e aerotaxi.

Herberts Cuckurs nel 1965

Immagine di pubblico dominio

Se a Rio non si fosse dato tanto da fare per mettersi in mostra, e avesse condotto un’esistenza più ritirata, probabilmente il Mossad non sarebbe riuscito a risalire con tanta facilità a lui. Evidentemente però Cuckurs non riusciva ad adattarsi a una vita vissuta nell’ombra…

Il cacciatore di nazisti Jaakov “Mio” Meidad

Jaakov Meidad è “l’uomo dalle cento identità”, un agente segreto impassibile e freddo come il ghiaccio, che non mostra mai nulla di ciò che lo agita dentro. Anche quando lo convocano a Parigi, e gli spiegano i motivi alla base della prossima missione (la legge salva-nazisti) e l’obiettivo prescelto, lui non muove un muscolo, la sua espressione non cambia, ma dentro di sé sente “il livello di adrenalina salire alle stelle”.

Perché Cuckurs non è Eichmann, e la sua esecuzione seguirà strade completamente diverse da quell’ormai storico rapimento a Buenos Aires, condotto a termine da almeno una dozzina di persone, tra le quali c’era anche lui, Jaakov Meidad detto Mio.

Jaakov è un ebreo tedesco, nato nel 1919, che scampa alle persecuzioni naziste perché i genitori, nel 1934, lo mandano in Israele. Loro invece non ce la fanno: la madre muore ad Auschwitz, e suo padre, decorato con la croce di ferro per il suo servizio nell’esercito tedesco durante la prima guerra mondiale, finisce i suoi giorni nel “campo modello” di Theresienstadt.

Portare a temine quella missione è cosa complicata, intanto perché Cuckurs non si fida di nessuno, poi perché l’esecuzione non può avvenire in Brasile, dove ancora vige la pena di morte per il reato di omicidio. Meidad deve quindi conquistare la fiducia di Cuckurs e poi attirarlo in Uruguay, dove i rischi, se fosse stato scoperto, erano minori.

Il piano è questo: Meidad deve assumere la personalità di un uomo d’affari austriaco con trascorsi nazisti, andare in Brasile e allettare Cuckurs con una proposta così invitante da non poter essere rifiutata.

L’agente Meidad diventa Anton Kuenzle, perfetto imprenditore austriaco alla ricerca di nuovi sbocchi in Sud-America. “Mio” in Brasile lavora da solo, non ha nessun supporto e nemmeno un piano B: la sua strategia è quella di essere sempre nella parte (Cuckurs è sospettoso e lo mette alla prova in diversi modi), e di far rinascere nel suo nemico il “sogno di se stesso”, ovvero tornare a essere una persona di successo (anche a livello economico), all’altezza della fama che si era conquistato in gioventù.

Kuenzle propone a Cuckurs di fargli da consulente, vista la sua esperienza come pilota, per l’attività turistica che vuole avviare in Uruguay. L’ex nazista, pur sospettoso, accetta di andare a Montevideo, dove incontra Kuenzle il 23 febbraio del 1965. Vanno insieme in una villa in periferia – spacciata come la sede della società – dove sono in attesa altri cinque
agenti, che subito cercano di immobilizzare Cuckurs. Ma quell’uomo non è un “assassino da scrivania” e reagisce come un leone, quasi riesce a guadagnare la porta, ma viene freddato da due colpi di pistola alla testa.
Il suo corpo viene messo in una cassa, insieme a un biglietto:

“Prendendo in considerazione la gravità dell’accusa mossa contro l’imputato, cioè di aver personalmente supervisionato l’uccisione di più di 30.000 uomini, donne e bambini, e considerando l’estrema dimostrazione di crudeltà che il soggetto ha mostrato nello svolgimento dei suoi compiti, l’imputato Herberts Cukurs è qui condannato a morte. Accusato fu giustiziato da chi non potrà mai dimenticare il 23 febbraio 1965”

Il commando prende in tutta fretta un volo per Parigi, da dove parte una telefonata a un giornale locale, con la quale si rende noto il luogo dove trovare il corpo di Cuckurs. L’editore pensa a uno scherzo e occorre una seconda telefonata per convincerlo ad allertare la polizia, che interviene solo il 6 marzo, quando viene finalmente fatto il macabro rinvenimento.

Epilogo

Si può rispondere alla domanda iniziale: perché Cuckurs si è trasformato nel “macellaio di Riga”?

Pare di sì. Nel 1979, durante il processo a Viktor Arājs, è saltato fuori, per sua stessa testimonianza, che Cuckurs aveva collaborato con i sovietici all’epoca della prima annessione. La paura che quel coinvolgimento gli costasse la vita, lo aveva indotto a schierarsi apertamente con i nazisti, senza farsi scrupolo di assecondarne la ferocia.

La proposta di legge sulla prescrizione dei crimini nazisti alla fine fu respinta, ma nessuno è in grado di dire se l’esecuzione di Cuckurs abbia in qualche modo influito.

Certamente però, il fatto che quel criminale non sia mai stato processato ma sottoposto a una giustizia sommaria, ha alimentato le rivendicazioni di un gruppo di connazionali e della sua famiglia, che vorrebbero, ancora oggi, farlo passare per eroe.

Alla fin fine quindi, la domanda che bisogna porsi forse è un’altra: dove finisce la Giustizia e comincia la Vendetta?

Perché quando si giustifica la vendetta con il manto della giustizia, si aprono scenari inquietanti…

Nota a margine: c’è un altro “macellaio di Riga”, Eduard Roschmann, anche lui scappato dalla Germania grazie alle ratline, anche lui rifugiato in Sud America e anche lui, come molti altri, mai punito per i suoi crimini.

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.