Quasi tre quarti della superficie terrestre sono coperti dai mari, e i mari non hanno confini: perciò è naturale che gli spostamenti più importanti, per secoli, si siano compiuti tramite navigazione. Questo, nonostante l’uomo abbia sempre temuto il mare, anche quando ne sente il fascino in modo irresistibile.

Temere il mare è un fatto naturale. Il mare è immenso e lo conosciamo molto poco. Ancora oggi, figuriamoci secoli fa. In mare si può restare vittima della furia degli elementi anche più che sulla terraferma. In mare è facile perdersi, anche quando si sa navigare. In mare è morta moltissima gente, a volte in circostanze assurde.

Eppure, nei secoli passati, se si voleva davvero arrivare da un capo all’altro della Terra, si doveva farlo per forza via mare. E, nel calcolo della probabilità dei rischi, non era detto che i relativi viaggi fossero più pericolosi di quelli via terra.

Dopo i primi contatti con l’Oriente, ad opera di Marco Polo e dei suoi contemporanei, vista la difficoltà a tenere i contatti attraverso territori spesso politicamente instabili, nonché pieni di delinquenti, di deserti e paludi e di ogni altra insidia, i sovrani e i mercanti europei capirono rapidamente che la via preferenziale per i commerci internazionali doveva solo essere quella del mare. Anche se si trattava di avventurarsi dove nessuno era mai stato prima (o, almeno, così si credeva).

La Geografia di tutti i continenti e di tutti i mari contiene riferimenti a tantissimi di quelli che provarono (e a volte riuscirono) a portare a termine imprese di scoperta ed esplorazione di nuove vie e nuovi territori, spesso in condizioni incredibilmente difficili. Di molti altri, che sono letteralmente scomparsi nel Nulla, non è rimasta traccia se non nei documenti che ogni tanto qualche storico riesce a disseppellire da qualche remoto archivio.

Ma c’è perfino chi ha lasciato una traccia indelebile nella Storia delle esplorazioni e nella Geografia, eppure è scomparso anche lui nel Nulla.

Facciamo adesso un volo pindarico e immaginiamo New York, la Grande Mela. Difficilmente potremmo pensare a un posto più affollato, pulsante di vita frenetica, in attività per 24 ore al giorno.

Eppure, non più tardi di quattro secoli fa, al suo posto c’erano alcune isolette poste alla foce del fiume Hudson, praticamente deserte, fatta eccezione per tre misere capanne sulla costa di Manhattan.

Il primo a parlarcene è stato Giovanni da Verrazano, il navigatore fiorentino cui oggi è dedicato il Ponte di Brooklyn, che navigò per conto della corona francese dal 1523 in poi. Però Verrazano ci passò soltanto, nel 1524, pur rivendicando questo territorio per la Francia. Stava esplorando tutta la East Coast e non aveva tempo da perdere.

Sotto, Giovanni da Verrazano:

È il primo navigatore di questa storia del quale non si sa che fine abbia fatto. L’ipotesi più probabile è che se lo siano mangiato i nativi delle Bahamas nel 1528, nel corso di un successivo viaggio.

Il viaggio di Verrazano nel 1524:

A esplorare per primo il territorio di New York come si deve fu invece, nel 1609, un inglese, Henry Hudson, che ha dato il nome al fiume. Navigava per conto di una compagnia di mercanti olandesi, che non rimasero molto soddisfatti della scoperta, anche se poi gli olandesi sono stati i primi a stabilire degli insediamenti in zona (il nome originario di New York era appunto New Amsterdam). Conosciamo la situazione del tempo e la storia delle tre capanne di Manhattan grazie al diario redatto dal secondo di Hudson, l’olandese Robert Juet, unico documento rimasto di quella spedizione.

Henry Hudson:

Hudson è un nome che, nella geografia nordamericana, ricompare abbastanza spesso. Per esempio, nella Baia di Hudson, molto più a Nord, quel vasto mare a Nord del Canada, che si inoltra in mezzo alle propaggini del continente e alle isole circumpolari formando una sorta di Mediterraneo artico.

Lo Hudson della Baia è lo stesso Hudson di New York? Sì. È lo stesso Hudson. Ed è ancora lì, da qualche parte, nella Baia, dal 1611. Dove, esattamente, non si sa. Ma si sa benissimo cosa ce l’ha portato. Una tempesta? Una malattia improvvisa? Un cibo avariato? Un inizio precoce dell’inverno artico? Un incidente? Uno scoglio a pelo d’acqua? Un delitto? Un combattimento? All’epoca i marinai potevano soccombere a moltissime cause ma, se vogliamo essere proprio precisi, non sappiamo di cosa esattamente sia morto Hudson. Sappiamo la causa remota che lo portò a finire i suoi giorni in qualche sconosciuto punto da qualche parte della baia. Un ammutinamento.

I viaggi di Hudson fra il 1609 e il 1611:

Facciamo un passo indietro. Nel primo decennio del XVII secolo, Henry Hudson, “englishman” come risulta da un contratto da lui sottoscritto, era uno dei più stimati navigatori del mondo. Aveva compiuto tre importanti viaggi alla ricerca di nuove rotte per la navigazione: il primo lo aveva portato oltre le Spitzbergen, alla latitudine di 80°26′ (577 miglia dal Polo), che sarebbe rimasta il punto più a Nord toccato dall’uomo per oltre un secolo e mezzo. Nel secondo si era spinto fino alla Nova Zemlja prima di essere fermato dai ghiacci. Il terzo è appunto quello in cui visitò la futura New York.

Con queste credenziali, la ricca Compagnia Britannica dei Mercanti Avventurieri gli allestì, nel 1610, una spedizione ancora più ambiziosa, mettendogli a disposizione una nave ben più grande di quelle che aveva usato fino ad allora (la “Discovery”, di 55 tonnellate) e un equipaggio pari al doppio di quelli soliti, ossia 23 uomini.

Apriamo un attimo una parentesi, perché di questo equipaggio, tra un po’, si parlerà parecchio. All’epoca, non si può dire che quello del marinaio fosse un mestiere molto ambito. Spessissimo, finivano per imbarcarsi i peggiori ceffi, di solito per sfuggire alla galera o alla forca. Altri marinai venivano “reclutati” dalle compagnie tramite degli “arruolatori” che andavano in giro per le taverne dei porti e, quando si imbattevano in un tipo robusto più o meno incosciente a forza di ubriacarsi, lo trascinavano sulla nave senza chiedergli alcun parere, così finiva per risvegliarsi in mare aperto e non poteva fare altro che guadagnarsi il vitto e l’alloggio lavorando a bordo (o, nel caso fosse recalcitrante, veniva convinto a farlo con le buone maniere, ossia a forza di scudisciate). Dunque, anche se il resto del racconto potrà dare l’impressione che l’equipaggio di Hudson fosse composto da delinquenti e sfaccendati, non c’è da sorprendersene: era la regola.

In realtà, Hudson si era portato dietro qualcuno che, almeno nelle intenzioni, doveva rappresentare una persona fidata, anche se poi non tutti si rivelarono tali. Oltre al secondo Juet c’erano il pilota Robert Bylot, il quartiermastro John King, il carpentiere Philip Staffe, il giovane chirurgo Edward Wilson, un matematico ingaggiato per i calcoli topografici, Thomas Wydowse, e poi via via tutti gli altri, fino ai due mozzi, uno dei quali, John Hudson, era il figlio più giovane del capitano. Ma anche un amico di cui Hudson si fidava al punto da ospitarlo in casa propria, Henry Greene.

Notiamo, en passant, che della vita privata di Hudson si sa veramente poco. Viene comunemente identificato con un omonimo che risulta nato in un villaggio inglese il 12 settembre 1570. Si sa, da documenti posteriori alla sua scomparsa, che aveva una moglie, Katherine, e che gli sopravvissero almeno altri due figli, Richard e Oliver. Non si sa altro di lui fino al suo primo viaggio per mare, datato 1607.

Replica della Halve Maen:

Il viaggio avrebbe poi rivelato che Juet era un tipo subdolo, fissato con l’ambizione di sostituire Hudson al comando; che Bylot era un’opportunista, capace di trovarsi sempre dalla parte giusta al momento giusto; che forse lo era anche Wilson, o era uno sprovveduto; che Greene era l’individuo più infido e viscido con cui si potesse avere a che fare; che solo King e Staffe avrebbero mantenuto la loro fedeltà al capitano.

La situazione, comunque, era di quelle che avrebbero fatto emergere i lati peggiori di chiunque. Visto il livello degli equipaggi, la disciplina, su queste navi, si manteneva solo a forza di dure punizioni e continue intimidazioni. Hudson ci metteva di suo anche un carattere fatto apposta per seminare la zizzania tra i suoi subordinati: ostentava smaccate preferenze per alcuni insieme al massimo disprezzo per gli altri; ma si poteva entrare e uscire dall’olimpo delle sue preferenze per un nonnulla. Prima o poi, tutti erano stati insultati o svillaneggiati da lui, perfino quelli cui riservava un trattamento di massimo favore. In definitiva, dopo qualche mese di viaggio, non lo sopportava più nessuno.

Il viaggio, in realtà, all’inizio sembrò molto proficuo. Dopo aver visitato l’Islanda e la Groenlandia, imboccò la via giusta per entrare nella Baia di Hudson, fino ad allora mai esplorata. Poiché non erano ancora stati inventati i cronometri di precisione per misurare la longitudine, Hudson aveva solo una vaga idea dei chilometri che percorreva verso ovest e quindi credette a lungo di aver trovato un passaggio capace di portarlo rapidamente in Oriente, quel “passaggio a Nord-Ovest” che, per quasi tre secoli, sarebbe stato l’ossessione e la dannazione di molti altri navigatori.

Il passaggio sarebbe stato poi scoperto avventurosamente e soprattutto casualmente (viaggiando via terra e non via mare) da Robert McCure nel 1850 e attraversato solo nel 1906 da Roald Amundsen, in un viaggio che dimostrò come questa rotta non fosse affatto comoda e pratica ma, anzi, rischiosissima.

Hudson non aveva la minima idea di questo e dunque passò mesi cercando la strada per l’Oriente. Benché il resto dell’equipaggio volesse rientrare, si ostinò a esplorare l’area finché le acque ghiacciarono, costringendolo a prendere terra nel punto più a Sud della Baia (una baia più piccola che oggi si chiama Baia di James) e a trascorrere lì l’inverno.

Fin qui, abbiamo il diario redatto da Hudson stesso a raccontarci cosa accadde. Ma questo diario finisce senza una spiegazione alla data del 3 agosto 1610. Per il resto, dobbiamo affidarci a un altro diario, tenuto da uno dei marinai, un ex mercante che probabilmente si era imbarcato per sfuggire ai creditori, Abacuk Prickett. In base alle non molte testimonianze che ci sono giunte al riguardo, sembra che Prickett fosse un tipico soggetto manipolatore, quindi ciò che riporta va preso sempre con prudenza. Alcuni lo accusarono anche di aver distrutto il resto del diario che Hudson avrebbe continuato a tenere, ma non ci sono prove a dimostrarlo.

Comunque, l’inverno non fu facile. Le provviste scarseggiavano, la vegetazione era poca, gli animali ridotti a pochi uccelli. Hudson finì per litigare anche con i pochi nativi americani che tentarono di prendere contatto, perdendo così anche la possibilità di compiere qualche utile scambio. Ogni tanto Hudson se la prendeva con qualcuno: il secondo Juet fu degradato e sostituito da Bylot; il nostromo Francis Clemens fu sostituito da un certo William Wilson, che era un vero delinquente; durante una discussione, Hudson percosse il carpentiere Staffe, reo solo di essersi trovato in dissenso con lui. Poi accadde che morì uno dei marinai, John Williams. Una volta sepolto, secondo consuetudine, i suoi beni dovevano essere messi all’asta. L’oggetto più ambito, in mezzo a quel freddo, era una veste pesante di lana grigia. Hudson impose che fosse consegnata a Greene: poi, però, litigò con Greene e gliela tolse, assegnandola a Bylot. Ciò non impedì che, poco dopo, Bylot venisse degradato e il suo grado di secondo assegnato a King.

In un clima da Notte dei Lunghi Coltelli, nella primavera del 1611, i ghiacci si sciolsero e la “Discovery” poté riprendere il mare. Tutti i marinai credevano di poter tornare finalmente a casa, ma Hudson li gelò, ordinando di dirigersi verso Nord-Ovest per riprendere le esplorazioni.

Fu allora che scattò la molla dell’ammutinamento

Inizialmente, furono in sette a ribellarsi: Juet, Greene, William Wilson, altri tre marinai e il matematico Wydowse, cui Hudson dava sistematicamente del cretino (forse a ragione, visto come andarono poi le cose).

Il 21 giugno 1611, appena levata l’ancora, i sette ribelli raggiunsero Hudson, lo disarmarono e lo legarono. Solo King e Staffe intervennero in sua difesa, ma furono immobilizzati anche loro. Gli ammutinati misero in mare una scialuppa con un po’ di cibo, un fucile e un po’ di munizioni e costrinsero Hudson e suo figlio ad entrarci. Anche King, l’ex nostromo Clemens e un altro marinaio fedele al capitano, di nome Bond, furono calati nella scialuppa. Tuttavia, Greene, che era diventato il leader degli ammutinati, ci ripensò e li fece risalire a bordo, per sostituirli con due marinai malati che erano stati tolti a forza dalle loro cuccette. Poi Greene tentò in tutti i modi di convincere Staffe a rimanere a bordo: ma il carpentiere, l’uomo più capace a bordo, che già diverse altre volte si era rivelato preziosissimo nei momenti di difficoltà, non volle intendere ragioni:

Sarebbe andato con il capitano, punto e basta

Altri due marinai, Moore e Fanner, lo seguirono. L’ultimo a essere scaraventato nella scialuppa fu Wydowse che, secondo Greene, era del tutto inutile a bordo. Prickett, il chirurgo Wilson e Bylot, pur presenti ai fatti, a dir loro, non si schierarono né con il capitano né con gli ammutinati. Ma rimasero a bordo.

Dunque, la scialuppa fu abbandonata e la “Discovery” fece vela verso Nord-Est.

Il dipinto di John Collier su Hudson, suo figlio e il suo fedele equipaggio mentre vanno alla deriva:

Il viaggio di ritorno fu segnato dalla malasorte come se fosse stato maledetto. Alle isole Digges, prima ancora di uscire dalla Baia di Hudson, quattro uomini al comando di Greene scesero per andare a caccia ma furono assaliti da un gruppo di indigeni eschimesi che li bersagliarono con le frecce uccidendone subito due, compreso William Wilson. Gli altri due cercarono di fuggire ma furono ripresi sulla spiaggia: Greene fu ucciso, l’altro si salvò ma dopo essere stato ferito così gravemente che, una volta recuperato dai suoi compagni, morì nel giro di due giorni.

Più tardi, Juet, che aveva preso il comando della nave, si ammalò e morì in pochi giorni. Fu infine Bylot a riportare a casa la “Discovery”, nel settembre del 1611.

La stessa “Discovery” al comando del capitano Ingram, insieme alla “Resolution” , comandata dal capitano Button, già nel 1612 tornò nella Baia di Hudson, con il doppio incarico di ritrovare Hudson e di riprendere le esplorazioni del passaggio a Nord-Ovest. Ma i due equipaggi si dedicarono molto più al passaggio che ad Hudson.

Bylot tornò nella Baia di Hudson nel 1615-16, come capitano della “Discovery”, in un’altra importante spedizione, quella di William Baffin, che mappò molte aree della Baia e diede il nome alla maggiore isola della Baia stessa (Terra di Baffin) e a un altro braccio di mare scoperto tra la Terra di Baffin e la Groenlandia (Baia di Baffin).

Nel 1618, sollecitata dalla famiglia di Hudson, si tenne un’inchiesta ufficiale sui fatti del 1611. I superstiti diedero tutta la colpa dell’ammutinamento a Juet, Greene e William Wilson e, in mancanza di prove contrarie, la corte accettò la loro versione.

E di Hudson, cosa avvenne?

Certamente non morì in mare. Fu abbandonato vicinissimo alla costa dell’isola Charlton, che già vedeva e avrebbe potuto raggiungere in breve tempo. Esistono poi tre testimonianze della sua permanenza a terra nel periodo successivo.

Il primo insediamento fisso nella Baia di James fu una stazione commerciale, chiamata Fort Charles ed edificata nel 1670 da Zacariah Gillam. Gillam scrisse di aver edificato Fort Charles sulle rovine di un edificio vecchio di circa mezzo secolo in stile inglese.

Qualche anno prima, un cacciatore di pelli francese, Pierre Esprit Radisson, era stato nello stesso posto e aveva osservato una vecchia casa, sempre in stile inglese, mezzo diroccata.

Queste due testimonianze, purtroppo, non riportano indicazioni geografiche precise. Anche Fort Charles, a tutt’oggi, non si sa dove fosse stato eretto.

Nel 1631, il navigatore Thomas James (quello che ha dato il nome alla baia) svernò sul posto e lo esplorò. In particolare, batté l’isola Charlton e l’isola Danby, proprio le più vicine al punto dov’era stato abbandonato Hudson. Su Danby, l’isola più piccola, trovò quello che descrisse come un fortino di legno circondato da una palizzata, entrambi fatti di tronchi lavorati alla maniera dei carpentieri della marina inglese. In pratica, il lavoro portava la firma di Philip Staffe.

James cercò, senza trovarle, delle tombe o degli altri resti. Non trovò nulla.

Forse Hudson e gli altri decisero di inoltrarsi nel continente alla ricerca di tribù di nativi, visto che i primi insediamenti occidentali erano lontanissimi. Forse sopravvissero in mezzo a loro ancora per diversi anni. Oppure restarono sull’isola Danby ad aspettare una spedizione di soccorso finché soccombettero. O cercarono di mettersi in mare per proprio conto e non ce la fecero. È difficile che i due marinai malati siano guariti, nelle privazioni cui furono costretti, e forse furono seppelliti altrove, prima che Hudson decidesse che Danby era un posto più sicuro di Charlton.

In mancanza di prove certe, possiamo fare tutte le ipotesi che vogliamo.

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.