“Papillon”, il libro che ne racconta l’incredibile vicenda, è stato uno dei libri più venduti degli anni settanta e ha ispirato un indimenticabile film con Steve McQueen e Dustin Hoffman.

Quella di Henri Charrière, per tutti Papillon per via della distintiva farfalla (papillon è appunto la traduzione di farfalla in francese) tatuata in mezzo al torace, è stata una vita sì segnata dal carcere, ma che è diventata emblema della caducità della vita umana e allo stesso tempo delle infinite risorse che un uomo può trovare dentro sé per resistere e sopravvivere a ogni condizione, persino alla più drammatica.

Henri Charrière nacque a Saint-Étienne-de-Lugdarès, regione dell’Alvernia-Rodano-Alpi, il 16 novembre 1906. A una prima impressione, conoscendo per sommi capi della vita spericolata del personaggio, si potrebbe facilmente supporre che Charrière avesse origini umili o quantomeno disagiate, invece i genitori del futuro Papillon erano ambedue rispettabilissimi insegnanti: Joseph Charrière, originario di Gras, e Louise Thierry, originaria di Saint-Marcel-d’Ardèche.

A partire dal 1909, la famiglia Charrière si trasferì a Pont d’Ucel dove il piccolo Henri crebbe. Nel 1914 scoppiò la Grande Guerra e la signora Charrière decise di aiutare i soldati francesi indossando i panni dell’infermiera, fin quando il 7 agosto 1917 non morì, quarantunenne, a causa di una strana influenza che potremmo ipotizzare fosse la cosiddetta Spagnola, esplosa con il gennaio del 1918, la cui origine resta ancora oggi incerta e che provocò milioni di morti in tutto il mondo.

Parigi in una foto di fine 800

Fotografia di Liébert, A. di Pubblico dominio condivisa via Picryl

Concluso il conflitto mondiale, l’adolescente Henri Charrière finì in adozione quale “Pupille de la Nation”, status che la Francia riconosceva agli orfani di guerra, e la sua vita iniziò a non godere più di quella regolarità che poteva vantare fino alla vigilia delle ostilità. Vicino ai vent’anni, nel 1925 il ragazzo entrò nella marina militare francese, unendosi a una sezione di Calvi, nell’Alta Corsica. Durante quella esperienza si tatuò sul petto la farfalla che gli conferì il soprannome con il quale divenne celebre in tutto il mondo. Nel corso di quegli anni in marina si tagliò il pollice di una mano e per questa ragione fu riformato, potendo ritornare alla vita da civile.

Nel 1927 si mosse alla volta di Parigi, la città delle luci, dove andò a vivere assieme a Georgette Jeanne Fourel, detta Nénette, con la quale convolò a nozze il 22 dicembre 1929. A quel tempo Papillon viveva già di piccoli crimini che gli permettevano di tirare avanti in attesa di tempi migliori. La vita di Charrière, però, cambiò definitivamente rotta alle prime luci del 26 marzo 1930 quando un tale di nome Roland Legrand, lenone che svolgeva il lavoro di copertura di macellaio, fu centrato da alcuni colpi di pistola. Condotto d’urgenza all’ospedale di Lariboisière, Legrand spirò la notte successiva, non prima di aver pronunciato un nome, anzi un soprannome, quello dell’uomo che gli aveva sparato:

Papillon

Bagno penale di Saint-Laurent du Maroni

Fotografia di Lechatsylvestre condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 4.0

Henri Charrière fu rintracciato e arrestato il 7 aprile seguente e nel 1931 la dura giustizia francese lo condannò per l’assassinio ai lavori forzati, per tutta vita.

Giustizia era stata fatta o si trattò di un tragico errore giudiziario?

Dell’omicidio Legrand, infatti, Papillon si dichiarò sempre innocente e molti dubbi rimasero su quella sentenza. Ciononostante, per il giovane uomo – che intanto si era separato dalla moglie dopo poco più di sei mesi dalle nozze – fu deciso l’invio in un bagno penale della Guyana francese, dipartimento francese d’oltremare collocato nel continente sudamericano, regione che nella seconda metà dell’Ottocento era stata adibita a colonia penale dall’imperatore dei francesi Napoleone III.

Salpato dalla cittadina affacciata sull’Atlantico di Saint-Martin-de-Ré a bordo della nave prigione “Martinière”, Papillon approdò il 14 ottobre 1933 a Saint-Laurent-du-Maroni.

Giunti in territorio guianese, i forzati alla prima esperienza venivano per prima cosa divisi dai cosiddetti “cavalli di ritorno”, quei detenuti che avevano già tentato la fuga; i novelli, infatti, rimanevano sulla terraferma a Saint-Laurent-du-Maroni, mentre i recidivi venivano spediti alle Isole du Salut – tradotto in italiano, della Salvezza, nome alquanto ironico –, un arcipelago a circa undici chilometri dalle coste della Guyana francese da cui era impossibile fuggire.

Perlomeno, così si pensava

Bagno penale della Guyana francese

Fotografia di Psu973 condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 3.0

Henri Charrière iniziò a lavorare nell’infermeria del campo di Saint-Laurent-du-Maroni, per alleviare un po’ le condizioni disumane in cui era costretto a vivere. Qui fece conoscenza con molti detenuti storici, alcuni dei quali erano già stati sulle Isole du Salut, inclusa la famigerata Isola del Diavolo, che gli raccontarono le loro interessanti esperienze. Col passare del tempo, Papillon si convinse che evadere dalla colonia penale era possibile e così il 5 settembre 1934, poco meno di un anno dopo il suo arrivo, tentò per la prima volta la fuga. Il tentativo non andò a buon fine: l’uomo fu ripreso dopo essere giunto in territorio colombiano e punito duramente per la tentata fuga.

Quella fu soltanto la prima delle ben nove fughe che Papillon tentò in circa tredici anni di reclusione nel continente sudamericano. L’uomo, dopo il fallimentare tentativo del 1934, fu spedito prima sull’Isola di San Giuseppe, la più meridionale dell’arcipelago du Salut, poi sull’Isola del Diavolo, dove la vita del carcerato era più insopportabile e dove i morti a causa delle condizioni miserevoli non si contavano; le pagine su questa precisa esperienza rappresentano le più significative del libro che Charrière pubblicherà una volta ritornato un uomo libero.

L’Isola del Diavolo vista dall’Isola Royale

Fotografia di Cayambe – Opera propria condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 4.0

Non si hanno molte notizie certe, ma Papillon riuscì nell’evasione definita impossibile dall’Isola del Diavolo; presto, però, si ritrovò prima nelle carceri colombiane e poi in quelle venezuelane. Proprio la fuga in Venezuela, però, gli risultò salvifica. Qui, infatti, dopo un annetto di prigione, riuscì a conquistare la agognata libertà perché lo stato sudamericano non aveva particolari accordi circa l’estradizione con la Francia e accettò di buon grado la presenza del pregiudicato sul suo territorio.

In Venezuela, Henri Charrière provò a ricostruirsi una vita lavorando prima come barista e poi gestendo alcuni locali notturni di Caracas. Nella capitale si improvvisò cercatore d’oro e poi di petrolio, incontrando anche l’amore della sua vita Rita Alcover, con la quale visse fino alla fine dei suoi giorni.

Attese pazientemente nello stato sudamericano, del quale nel 1956 ricevette la cittadinanza, quando cadde in prescrizione il reato per il quale era stato condannato in Francia nel 1931.

Così, dopo trentaquattro anni lontano dalla propria patria, Henri Charrière poté rimettere piede in Francia

Papillon

Fotografia di Pablo Jarrìn condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 4.0

Appena ritornato in Europa, l’uomo cominciò a scrivere la sua storia che l’editore Robert Laffont decise di pubblicare nel 1969. Fu un successo – seppur oggetto di molte controversie circa la veridicità di alcuni passaggi – con più due milioni e mezzo di copie vendute nella sola Francia e oltre dieci milioni in tutto il pianeta.

Tomba di Papillon

Fotografia di Romainbehar – Own work condivisa via Wikipedia con licenza CC0

Dopo essere stato graziato da tutti i suoi peccati dal presidente della repubblica Georges Pompidou, Papillon si trasferì in Spagna, in Andalusia, dove lavorò in molti programmi televisivi. Godette poco della inaspettata celebrità, perché il 29 luglio 1973, all’età di sessantasei anni, morì a Madrid a causa di un cancro alla gola. Secondo le sue ultime volontà, le sue spoglie furono sepolte nel cimitero di Lanas, nella natia regione dell’Alvernia-Rodano-Alpi, accanto alla madre.

Sotto, il trailer del film del 1973 Papillon:

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si occupa di editoria e giornalismo. È vicepresidente di Glicine associazione e rivista, autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".