La storia di Heinrich Schliemann ha il sapore di un romanzo di avventure per ragazzi e rende all’archeologia quel carattere appassionato e poco accademico che alimenta la fiamma dei sogni di gloria tipica dei bambini in quella tenera età in cui fantasticano sul proprio futuro.

Schliemann nacque il 6 gennaio 1822 a Neubukow, in Germania, da una famiglia di origini modeste. Suo padre, un pastore protestante dalla formazione umanista, attraverso i racconti di favole e leggende del passato, ma soprattutto attraverso la lettura dei poemi omerici, fece sì che il piccolo Heinrich si appassionasse alle civiltà antiche e alle straordinarie gesta degli eroi omerici.

Nella sua autobiografia, Schliemann racconta che per il Natale del 1829, quando aveva sette anni, suo padre gli regalò una Storia illustrata del mondo e davanti alla pagina in cui era raffigurato Enea in fuga dalla città in fiamme, con il vecchio padre sulle spalle e il figlioletto tenuto per mano, egli rimase a fissarla. Guardò le imponenti mura, la porta Scea, e ne restò profondamente colpito.

“Era così la città di Troia?” chiese a suo padre, il quale annuì. “Ed è andato tutto distrutto e non si sa dove fosse?”, chiese ancora. Di nuovo suo padre rispose di sì. “Quando sarò grande la troverò io, la città di Troia”, concluse convinto.

Dopo la morte di sua madre, il padre lo affidò a suo zio perché potesse assicurargli un’adeguata istruzione per accedere poi al ginnasio, che però poté frequentare solo per un brevissimo periodo a causa dei sempre maggiori problemi economici del genitore.

A quattordici anni infatti fu costretto ad abbandonare gli studi e a lavorare come garzone presso una drogheria a Furstenberg. Tra aringhe, latte e sale, per diciotto ore al giorno, dimenticò tutto quello che aveva studiato e smise di pensare a quegli antichi eroi che tanto lo avevano affascinato. La dura realtà aveva soppiantato i suoi sogni fanciulleschi, fino a che un giorno, nella bottega, un mugnaio ubriaco si mise a declamare a gran voce versi affascinanti, versi che gli erano familiari. Erano quelli dell’Iliade. Schliemann racimolò i pochi spiccioli che riuscì a trovare frugandosi nelle tasche e li offrì all’uomo perché continuasse a recitare le parole di Omero.

La leggendaria città di Troia era tornata a ossessionarlo

Qualche anno dopo, grazie alle raccomandazioni di un amico di famiglia, trovò lavoro dapprima come usciere e poi come fattorino ad Amsterdam. Fu quella l’epoca in cui in una misera fredda soffitta iniziò a imparare le lingue. Riuscì a mettere a punto un metodo tutto suo che gli permise di imparare in soli due anni l’olandese, il portoghese, l’italiano, l’inglese, il francese e il russo.

Grazie al suo ingegno e alla sua brillante personalità divenne dapprima un mercante e poi un commerciante di successo

Nel 1846, a ventiquattro anni, si recò a San Pietroburgo come agente della sua ditta. Un anno dopo aveva già fondato la sua casa di commercio.

Sito archeologico di Troia, il teatro di epoca romana. Fotografia di Carole Raddato condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Nel 1850 salpò per gli Stati Uniti e mise da parte una discreta fortuna prestando denaro ai cercatori d’oro. Dopo aver subito un processo per frode, tornò a San Pietroburgo dove sposò la figlia di un ricco avvocato. La guerra di Crimea fu per Schliemann grande fonte di guadagno dal momento in cui si mise a rifornire di vettovaglie e di materiale bellico le truppe dello Zar. In quegli stessi anni iniziò a studiare altre lingue come l’arabo, il greco antico e l’ebraico.

Il 1868 fu l’anno della svolta: decise di abbandonare gli affari per inseguire i suoi sogni di gioventù. Dopo aver divorziato dalla prima moglie sposò la greca Sophia Engastromena dalla quale ebbe due figli, Andromaca e Agamennone. Viaggiò tra Cina, Giappone, Italia e Grecia, fino ad arrivare finalmente in Turchia, determinato a trovare la leggendaria città di Ilio.

Schliemann con la seconda moglie Sofia:

All’epoca di Schliemann l’opera omerica era considerata, anche da buona parte della comunità accademica, pressoché un’opera di fantasia, nient’altro che miti e leggende esaltati dal talento di un grande poeta. Ma per Schliemann le vicende degli eroi, di Achille, Patroclo, Agamennone, Menelao, ed Enea, gli amori, i veleni, il sangue versato in battaglia, le gloriose gesta narrate nei poemi omerici, tutto questo non era frutto di una meravigliosa fantasia, ma si trattava di Storia e di personaggi storici.

L’Archeologia ufficiale, a quel tempo, indicava come probabile sito di Troia, semmai fosse davvero esistita, il villaggio di Bunarbashi. La motivazione che giustificava l’identificazione con questo sito era la presenza di due sorgenti nell’area. Infatti, nel XII canto dell’Iliade, ai versi 147-152 si legge:

“…e giunsero alle due belle fontane; sgorgano

qui le sorgenti del vorticoso Scamandro:

una scorre acqua calda e fumo all’intorno

sale da essa, come di fuoco avvampante;

l’altra anche d’estate scorre pari alla grandine

o al ghiaccio o anche alla gelida neve.”

Schliemann tentò innanzitutto di verificare la presenza di tali sorgenti e constatò che non ce n’erano solo due ma ne contò ben trentaquattro. Inoltre, mentre Omero parlava di una sorgente di acqua fredda e una di acqua calda, Schliemann misurando la temperatura di tutte appurò che avevano una temperatura costante di 17.5 gradi centigradi.

Guardando la pianura che si stendeva davanti ai suoi occhi dal sito di Bunarbashi vide che la costa si trovava ad almeno tre ore di cammino, difficile da conciliare con quanto narrato da Omero, dal momento che i suoi eroi potevano correre più volte al giorno dalle navi alla città. In sostanza, durante la prima giornata di battaglia, descritta dal II al VII canto dell’Iliade, se Troia si fosse davvero nascosta sotto Bunarbashi, gli Achei avrebbero percorso in nove ore di battaglia almeno 84 km.

Andando poi ad analizzare i versi dell’Iliade in cui si narra della terribile lotta tra Achille ed Ettore, si legge che quest’ultimo fuggì dal suo inseguitore e girò “intorno alla rocca di Priamo tre volte”. Schliemann provò dunque a fare lo stesso percorso intorno a quella che sarebbe dovuta ipoteticamente essere la rocca, ma il pendio era talmente ripido che alla fine fu costretto a scendere carponi. Arrampicarcisi sopra per tre volte “con rapidi piedi” sembrava piuttosto inverosimile.

E poi mancavano i ruderi e i frammenti di terracotta di cui il sito avrebbe dovuto abbondare.

Ricostruzione dell’Antica Troia. Fotografia di Carole Raddato condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Tutto lasciava presupporre che la teoria di Bunarbashi non fosse corretta. A sole due ore di cammino verso nord, però, poco distante dalla costa, sorgeva Hissarlik. Quando Schliemann si trovò sulla cima di quella collina capì di essere nel posto giusto. Qui l’inseguimento tra Ettore e Achille non sembrava inverosimile, si sarebbero percorsi 15 km compiendo tre volte il giro della città.

Non vi trovò sorgenti, ma come già descritto da Frank Calvert, che anni prima aveva teorizzato la possibilità di individuare Troia a Hissarlik, in quel territorio vulcanico sorgenti di acqua calda comparivano e scomparivano in breve tempo. Pertanto quel tipo di dato, che era stato fondamentale per scartare l’ipotesi di Bunarbashi, si rivelava ora del tutto ininfluente.

Schliemann era convinto, Troia era là sotto. Nell’aprile del 1870 si avviarono gli scavi, arrivando nel 1871 a coinvolgere un centinaio di operai.

Egli portò avanti la sua opera con ossessione febbrile, superando qualsiasi ostacolo, dalle febbri malariche alla scarsa affidabilità dei suoi operai, dalla mancanza di acqua potabile all’aperta ostilità del mondo accademico, che non perdeva occasione per schernire la sua impresa.

Modello in scala di Troia VII. Fotografia condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Iniziò a demolire le mura di epoca più tarda, trovò sempre più suppellettili e terracotte, a testimonianza della ricchezza della città. Sotto le mura della Nuova Ilio trovò un altro strato, sotto al quale ne trovò un altro ancora , e così via. Strati e strati abitati nelle epoche più diverse.

In un anno scoprì ben sette città stratificate una sull’altra e successivamente ne trovò altre due. La parte più antica era preistorica, nel secondo e terzo strato vi erano tracce di un incendio e i resti di massicci bastioni e di una porta imponente. Il palazzo di Priamo e la Porta Scea. Era tutto vero, dunque.

Troia era storia ed era sotto i suoi occhi

La notizia fece il giro del mondo e tanto fu lo sgomento dell’Archeologia ufficiale.

Interno di Troia come doveva apparire. Fotografia di Carole Raddato condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Dopo aver scavato 250.000 metri cubi di terra, Schliemann si riteneva più che soddisfatto e pensava di aver trovato tutto ciò che di significativo c’era da trovare. L’ultimo giorno di scavi, prima di una sosta temporanea, fu fissato dunque per il 15 giugno 1873, ma proprio il giorno prima successe l’inimmaginabile. Erano a ventotto piedi di profondità lungo il perimetro di quello che doveva essere il palazzo di Priamo e come al solito lui e sua moglie supervisionavano il lavoro degli operai, quando a un tratto notò qualcosa che attirò la sua attenzione. Congedò frettolosamente gli operai – dei quali non si fidava in alcun modo – e chiese alla moglie di andare a prendere il suo scialle. Iniziò a scavare freneticamente per portare alla luce qualcosa che era incastrato sotto alcuni massi che pendevano minacciosamente sul suo capo e che si facevano via via meno saldi.

I diversi strati della città. Fotografia condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Ed ecco che nello scialle che la moglie aveva portato adagiava coppe d’oro, vasi d’argento, e diademi preziosi. Era l’oro di Priamo, uno dei più potenti re dell’antichità, sepolto da tremila anni sotto le rovine di sette regni distrutti. Schliemann raccolse il prezioso tesoro e lo portò fuori dalla Turchia senza permesso. Per questo motivo gli venne revocata la concessione di scavo, il governo ottomano gli chiese di rendergli parte del ritrovamento e imprigionò l’ufficiale incaricato di sorvegliare gli scavi.

Alcuni dei reperti trafugati dalla Turchia:

Schliemann inviò successivamente parte del tesoro al governo ottomano in cambio del permesso di riprendere gli scavi a Troia. La parte che rimase a lui venne acquistata nel 1880 dai Musei Imperiali di Berlino ed esposta al Pergamon Museum, da cui furono prelevati nel 1945 dall’Armata Rossa e probabilmente venduti sul mercato nero. Alcuni degli oggetti ricomparvero nel 1993 nel Museo di Puskin a Mosca, dove si trova ancora oggi una parte di essi, mentre la parte restante è esposta all’Ermitage di San Pietroburgo.

La moglie sofia con alcuni dei gioielli di Troia:

Solo dopo la morte di Schliemann venne dimostrato che Troia in realtà non si trovava nel secondo o nel terzo strato, bensì nel sesto partendo dal basso e che quello che aveva trovato non era il tesoro di Priamo ma quello appartenente a un re di mille anni più vecchio, ma la favola di Schliemann era comunque stata resa realtà da lui stesso e Troia consegnata alla Storia.

Alcuni resti di Troia. Fotografia condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Barbara Giannini
Barbara Giannini

Ho studiato Archeologia medievale a La Sapienza di Roma, dopodiché ho intrapreso la strada dell’editoria lavorando per una casa editrice romana come editor e correttrice di bozze. Sono stata co-fondatrice nel 2013 di un’agenzia letteraria per la quale ho continuato a lavorare come editor e talent scout, rappresentando autori emergenti in Italia e all’estero. Attualmente sono iscritta al secondo anno di Lingue e Letterature Straniere all’Università Roma Tre e nel frattempo mi occupo di politiche ambientali. Sono appassionata di letteratura, arte, storia, musica e culture straniere.