Ronchi. Alba del 12 settembre 1919. Sul selciato inchiodano i camion che condurranno Gabriele d’Annunzio e i suoi legionari a Fiume. L’uomo alla guida della colonna scende dal mezzo, ha bisogno di parlare con il poeta in abiti di conquistatore, tergiversa, ha timore di offrirgli la sua complicità, conscio che si tratta di un momento che potrebbe cambiare la vita sua e di tanti italiani. Sono attimi confusi, poi si avvicina un giovane ufficiale, barba e capelli incolti, baffi all’insù, lo sguardo calmo di chi sa come convincere un uomo e risolvere la situazione. Risoluto impugna una pistola e la punta in faccia all’uomo che ha portato i camion chiedendogli se fosse possibile, gentilmente, averli in prestito. Richiesta accordata.

Il giovane ufficiale dall’aspetto trasandato è in realtà un ragazzo di nobili origini: è il tenente Guido Keller (1892-1929), discendente di una famiglia aristocratica milanese di origine elvetica, grande aviatore ed eroe della Prima guerra mondiale come sottotenente del Corpo Aeronautico Militare, in seno alla 91ª Squadriglia aeroplani da caccia comandata da un altro asso dell’aviazione italiana, Francesco Baracca.

La vita di Keller fu scapestrata, spericolata e destinata a bruciarsi nel giro di pochi anni. Da giovane aviatore, in un’epoca in cui l’aviazione è appena sperimentale, Keller si dimostra sprezzante del pericolo – anzi, bisognoso di trovarcisi – e un giorno per poco non ci rimane secco quando, durante una esercitazione, non rincorre il suo monoplano che imbizzarrito aveva preso a circolare senza pilota sull’asfalto della pista. Il giovane insegue il velivolo e per fermarlo incoccia la testa contro l’elica che solo per il fato non lo decapita.

Durante la Grande guerra, poi, è solito violare le regole del campo e decollare in solitaria, per concedersi una pausa leggendo qualche testo classico e sorseggiando del tè, da perfetto aristocratico, a bordo del suo mezzo alato. Questa è soltanto una delle tante goliardate dell’aviere guascone che sulla carlinga del velivolo ha marchiato un asso di cuori, simbolo che diventerà il suo soprannome.

Una delle azioni di maggiore clamore dell’esistenza sopra le righe di Guido Keller è però certamente l’impresa di Fiume, un’esperienza che, come per il suo comandante Gabriele d’Annunzio, ne segnerà il prosieguo della vita.

Nei sedici mesi dannunziani di Fiume (settembre 1919 – dicembre 1920), il barone Keller è l’unico a poter dare del tu al poeta, un privilegio conquistato grazie all’audacia e la fedeltà che Keller dimostrerà fin dal principio dell’avventura, fin dalla partenza da Ronchi (oggi ribattezzata Ronchi dei Legionari). Il giovane barone si preoccupa addirittura di mettere insieme una guardia personale per d’Annunzio, un gruppo di giovani avventurieri giunti nella città adriatica attratti dalla trascinante oratoria del Vate che prenderà il nome di “Disperata”. Il capo di questi matti, smargiassi reduci dall’esaltante (opinione comune tra i giovani) primo conflitto mondiale, è chiaramente lo stesso Keller.

L’ingresso nella città di Fiume è trionfale e nel giro di pochi giorni il centro affacciato sull’Adriatico diventa un’oasi di pace, di libertà, di amore senza legami e pregiudizi: un’atmosfera ideale per lo spirito eccentrico di Guido Keller.

Keller odia le divise e le formalità e ama il naturismo, gira spesso completamente nudo o ricoperto di stracci – famoso un suo scatto nei pochi panni di Nettuno –, dorme sugli alberi – dai quali giunge finanche a soddisfare i suoi bisogni corporali – e si fa accompagnare da un’aquila chiamata anch’essa Guido che lo segue sempre, addirittura nei suoi frequenti congressi carnali – eterosessuali e omosessuali –; una sfrenata euforia che ha necessariamente bisogno di carburante e questo carburante è la cocaina, la “polvere folle”, che nella cittadina portuale conquistata dai legionari scorre a fiumi.

Non solo di sostanza stupefacente – già conosciuta e amata nel corso della Grande guerra – si nutre il tenente Keller, ma soprattutto di frutta e verdura, fermamente contrario all’alimentazione a base di carboidrati. Naturista, salutista, edonista e grande appassionato di eremitaggio e arti orientali: durante i mesi fiumani, Guido Keller fonda insieme a Giovanni Comisso, anima lirica di Fiume, il gruppo Yoga, Unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione, un sodalizio poi divenuto rivista che ha come effige una croce uncinata, la svastica, nel 1920 vista soltanto come antico simbolo ariano del sole.

Follemente innamorato dell’azione, Keller si occupa anche di alcune incursioni piratesche per dare una mano alla sempre più claudicante economia autarchica fiumana: ad aiutarlo nei furti messi a segno a danno delle barche che traversavano l’Adriatico, un folto gruppo di arditi chiamati uscocchi, come i corsari dalmati che tra il Quattrocento e i primi del Seicento assalivano le navi turche e veneziane. È durante una di queste avventurose incursioni che Keller metterà a curriculum un altro atto che lo consegnerà alla leggenda: ruberà quarantasei cavalli all’esercito italiano per poi restituire, sotto le pressioni del generale Enrico Caviglia, dei ronzini spelacchiati.

L’occupazione di Fiume è una festa destinata a concludersi quando il 12 novembre 1920 Italia e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni siglano il trattato di Rapallo con il quale viene sistemata la condizione dello Stato libero di Fiume con l’esclusione di d’Annunzio e del suo manipolo di combattenti.

Le richieste del poeta vengono quindi disattese e in segno di protesta Guido Keller, emulando il comandante d’Annunzio in quel di Vienna, effettua un epico volo su Roma durante il quale, anziché migliaia di volantini, fa cadere su Palazzo Montecitorio, sede del parlamento, un pitale con un mazzo di rape legato al manico. Una beffa: l’ultimo guizzo di un’impresa irripetibile.

Con il Natale di sangue del 1920, infatti, Fiume viene smantellata: “la musica è finita, gli amici se ne vanno”. Guido Keller, amareggiato, cercherà di mantenere quel brio che oramai la sua vita richiede con insistenza, quel mondo ideale che aveva trovato compimento a Fiume. Il singolare aristocratico non ha paura dei bombardamenti aerei, della guerra, di mariti e moglie gelosi, di difficoltà “comiche e tragiche” no, l’unica cosa che Keller teme, come il seduttore di Kierkegaard, è la noia.

Sosterrà così l’ascesa del fascismo, per poi trovarsi anche in questo caso disilluso, come un pesce fuor d’acqua. Proverà a tentare la carriera di imprenditore in Turchia, a cercare l’oro in Brasile, Venezuela e Perù, salirà il Rio delle Amazzoni, non trovando però mai più quella eccitazione e la giovinezza lasciata in terra fiumana.

Ritornato nell’Italia che lo ha deluso sul finire degli anni venti, Guido Keller vivrà del sostegno di alcuni amici a Ostia. Una vita misera, senza più emozioni, ingiusta nei confronti di un simile personaggio a cui, paradossalmente, verrà in aiuto una morte spettacolare quanto prematura.

È la notte del 9 novembre 1929, l’ex tenente Keller ha trentasette anni e insieme ad alcuni amici percorre a bordo di una Fiat 525 una strada di Magliano Sabino, vicino Rieti. La velocità è elevata, futurista, la strada stretta e buia, terribilmente pragmatica: la 525 sbanda, si ribalta e cade giù da un ponte. Saranno tre le vittime, una di queste è Guido Keller, l’asso di cuori, il seduttore dei cieli che perde la battaglia con la vita sulla terra.

Gabriele d’Annunzio vorrà seppellire il fedele amico sul Colle delle Arche del Vittoriale di Gardone Riviera, dove qualche anno, nel 1938, dopo riposerà per sempre lo stesso Vate.

Per scoprire meglio l’eccentrica figura di Guido Keller consigliamo le seguenti letture: Guido Keller, Ala – pensiero – azione (Giubilei Regnani), Atlantico Ferrari, L’asso di cuori. Guido Keller (AGA) e la recente graphic novel Fiume (Allagalla).

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si vede tra vent'anni come un moderno Mattia Pascal; mal che vada ripiegherà sul personaggio di Raskol'nikov. Autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".