13 Giugno 2025, una data che passerà alla storia per l’attacco di Israele all’Iran, una resa dei conti fra il governo conservatore del premier israeliano Benjamin Netanyahu, a capo di un paese in formale democrazia, che ha attaccato il regime teocratico degli Ayatollah iraniani.
L’obiettivo di Benjamin Netanyahu è quello di azzerare le capacità nucleari iraniane, vicine, secondo Bibi, a produrre la Bomba Atomica, ma è indubbio che c’entrino anche obiettivi personali del premier israeliano, come evitare il processo per corruzione che era in fase conclusiva, così come rafforzare la propria leadership alla guida del paese, con la Knesset, il parlamento israeliano, che “tiene alla conta dei voti” soltanto per un singolo deputato. 61 sono a favore del governo presieduto dal suo partito, il Likud, il numero minimo per governare.
L’Iran è governato dal regime degli Ayatollah che esercita un potere non privo di critiche. Si tratta di un paese fortemente penalizzato dalle sanzioni occidentali, che ne hanno minato la capacità di rifornirsi, riformarsi e stare al passo con l’occidente, e il regime teocratico basato sulla Sharia coranica è oggetto da 46 anni di critiche, non solo esterne ma anche interne, riguardo il rispetto dei diritti umani, la discriminazione in base al genere e le brutali pratiche di repressione del dissenso. Insomma anche in Iran qualcuno ha festeggiato leggendo i nomi dei capi militari eliminati da Israele. Oggi però non ci concentriamo sugli aspetti politici della guerra, ma su quelli logistici e concreti.
Il primo attacco israeliano è stato perfettamente coordinato con azioni di intelligence da parte di infiltrati sul campo, in Iran condotte dal Mossad, con l’azione di circa 200 caccia militari in grado di distruggere immediatamente le difese aeree iraniane. Il risultato è da verificare ma ha coinvolto la parziale o totale distruzione di diversi siti, civili e militari, di cruciale importanza per l’Iran. Le persone morte negli attacchi israeliani sono moltissime, almeno 246, fra cui un numero importante di capi militari iraniani. I feriti sono centinaia e la distruzione provocata dalla IAF, Israeli Air Force, considerevole, non solo a Teheran ma in tutti quei siti militari e di arricchimento dell’Uranio che erano l’obiettivo primario di Israele. Fabbriche di droni, depositi di carburanti, strutture deputate all’arricchimento dell’Uranio. L’Iran è fortemente colpito, ma la sua enorme estensione gli consente di non essere già definitivamente sconfitto.
All’attacco israeliano l’Iran ha già risposto a più riprese con migliaia di missili balistici lanciati dal proprio territorio verso la costa israeliana, dove si trova la maggioranza della popolazione e delle attività del paese. Il risultato è stato un disastro: decine di persone morte, moltissimi edifici distrutti, migliaia di persone senza casa, un paese in fortissima crisi di identità per una vulnerabilità che non pensava di avere. Se durante il 2023 e il 2024 Israele è sembrato invulnerabile agli attacchi di Hamas ed Hezbollah, ma anche a quelli iraniani, i missili Iraniani del giugno 2025 si sono dimostrati in grado di bucare la cupola di ferro alzata da Israele.
Ma com’è possibile? Perché oggi le città israeliane vengono distrutte e la gente muore anche nella nazione meglio difesa del mondo? E poi, qual è la situazione in Iran, quali risorse sono state distrutte e quali sono le prospettive per lo stato erede dell’antica Persia? Per spiegarlo prima di tutto approfondiamo qual è il funzionamento di Iron Dome e degli altri sistemi difensivi, poi vediamo con quali armi attaccano gli iraniani e quali sono le loro potenzialità di difesa.
Partiamo da una considerazione di carattere geografico e demografico. Israele è un territorio molto ridotto, 22 mila chilometri quadrati circa, con una netta prevalenza di città sulla costa del Mediterraneo. Si affacciano sul mare Haifa, Cesarea, Natanya, Tel Aviv la capitale, Ashdod, Ascalona e tante altre, tutte città fra i 200 e i 400 mila abitanti. L’unico insediamento di grande dimensioni dell’entroterra è Gerusalemme, dove però si trovano anche i palestinesi amici degli iraniani.
L’Iran è un paese infinitamente più grande e molto più popoloso. 90 milioni di abitanti contro i 10 di Israele. La capitale Teheran ha 15 milioni di abitanti, si affaccia sul Golfo Persico e può controllare lo stretto di Hormuz, dal quale transita un’enorme quantità di petrolio e risorse energetiche, ha accesso al Mar Caspio e si affaccia anche sul Golfo dell’Oman. Gli obiettivi delle forze armate dei due paesi saranno quindi del tutto diversi. Se Israele deve colpire siti militari specifici in un territorio vastissimo, l’Iran deve bersagliare un’area estremamente ridotta, quasi tutta affacciata sul mediterraneo. Bene quell’area è il luogo dove si concentrano le forze militari israeliane di difesa aerea.
Iron dome è uno dei sistemi difensivi del suolo israeliano, studiato per distruggere i razzi Qassam di Hamas o Hezbollah, per reggere l’urto anche di centinaia di razzi lanciati da distanza ravvicinata. Il suo funzionamento viene spiegato in un video di 12 anni fa realizzato dalla sua azienda produttrice, la Rafael israeliana. Il primo livello di difesa è garantito da Iron Dome, cui seguono la Fionda di Davide e Arrow 3. Iron Dome viene sviluppato per difendersi dall’attacco di missili dalle regioni vicine, pensato prima di tutto in risposta agli Scud Iracheni durante la guerra del golfo del 1991. L’azienda dietro la sua progettazione e realizzazione è la Rafael Advanced Defence System, fondata nel 1948 in Israele prima come azienda di ricerca scientifica e poi trasformata in una fabbrica di armamenti.
Iron Dome è un sistema d’arma mobile, progettato per difendere attacchi a corto raggio, dai 3 ai 72 chilometri, principalmente lanciati dalla Striscia di Gaza, dalla Siria, dal Sinai, dal Libano e da aree limitrofe a Israele. I razzi che è in grado di intercettare sono i Katjusa e i Grad, i rudimentali Qassam palestinesi e minacce come dei semplici mortai. La Cupola di ferro, che è la traduzione di Iron Dome, è formata di tre componenti.
– Un sistema radar, che rileva e insegue i missili nemici
– L’unità di fuoco dei missili, che viene montata su un camion e ospita 20 missili Tamir, da cui viene lanciato il missile intercettore
– Un sistema di controllo e coordinamento fra il radar e l’unità di fuoco
Il radar identifica il missile in arrivo, calcola quale sia la sua traiettoria, la comunica al sistema di controllo che calcola il luogo d’impatto previsto per la minaccia. Se il proiettile è indirizzato verso un luogo sensibile, come ad esempio un centro abitato, ordina all’unità di fuoco di lanciare un missile intercettore Tamir che incrocia la traiettoria del missile nemico e, una volta raggiunto, esplode a pochi centimetri di distanza. E’ importante sapere che i due missili non si devono toccare per detonare ma è sufficiente che siano vicini, l’esplosione del Tamir sarà sufficiente a far esplodere anche l’altro missile.
Iron Dome non è un prodotto esclusivamente israeliano ma è stato finanziato anche dagli USA, durante il governo di Barack Obama. Se all’inizio della sua carriera, fra il 2012 e il 2014, è stato ampiamente criticato per la sua bassa percentuale di efficacia, durante il 2023 si è rivelato totalmente efficace nell’intercettare i Qassam lanciati da Hamas e altri tipi di minacce provenienti da Hezbollah in Libano.
Ma la Cupola di Ferro israliena non è costituita solo da Iron Dome. La protezione di Israele dagli attacchi con missili a medio raggio e droni Shahed iraniani è affidata alla Fionda di Davide. La fionda è stata progettata dalla Rafael israeliana in cooperazione con la Raytheon statunitense, ed è diventata operativa nel 2017. I suoi obiettivi principali sono i missili Iskander Russi, i DF-15 cinesi e altre minacce a provenienti dalla Siria e dal Libano, missili nemici con un raggio dai 70 ai 250 chilometri. Non entro più nei dettagli perché non sono un esperto di armi e la narrazione di questi sistemi è funzionale soltanto a capire le mosse politiche riguardo la guerra.
Se Iron Dome e la Fionda di Davide non proteggono dalle minacce a lungo raggio chi protegge Israele dai missili che arrivano da oltre 2.000 chilometri di distanza, dall’Iran? Il sistema si chiama Arrow 3, che neutralizza minacce che arrivano da oltre 2.400 chilometri di distanza ed è in grado addirittura di intercettare missili balistici ipersonici che viaggiano fuori dall’atmosfera. Arrow 3 è diventato pienamente operativo nel 2019, con investimenti anche in questo caso israeliani e statunitensi. I razzi funzionano a combustibile solido, e possono neutralizzare armi di distruzione di massa fino a un’altitudine di 100 chilometri. La prima minaccia neutralizzata da Arrow 3 è stato un missile Houthi lanciato dallo Yemen il 9 novembre 2023, e poi, durante il 13 aprile 2024, il sistema ha neutralizzato i droni e i missili lanciati dall’Iran in risposta all’attacco israeliano contro l’Ambasciata siriana a Damasco.
Oltre a questi 3 sistemi difensivi sviluppati in casa Israele dispone al minimo di due batterie Thaad, acronimo di Terminal High Altitude Area Defense, un sistema di difesa contro missili balistici a medio raggio prodotto dalla statunitense Lockheed Martin. E’ questo il sistema più avanzato di difesa aerea israeliano, il fiore all’occhiello che dovrebbe rendere impenetrabili i cieli israeliani. C’è un’importante differenza rispetto ai sistemi israeliani: mentre quelli hanno un missile che esplode quando si trova vicinissimo alla minaccia, il Thaad non esplode ma urta contro la minaccia, facendo detonare il missile nemico grazie all’energia cinetica dell’impatto, che avviene di solito a 150/200 chilometri di distanza dal punto di arrivo stimato del missile offensivo. Per essere più semplici possibile: lo colpisce ed esplode tutto.
Israele non è difesa solo con sistemi di contraerea ma anche dall’aviazione. Le forze israeliane dispongono di modernissimi F 35, mentre in Giordania sono arrivati da pochi giorni gli F 15 statunitensi, in grado di eliminare i droni Shaed lanciati dall’Iran.
Questi diversi sistemi di difesa, che sicuramente non sono gli unici ma ce ne sono anche altri, sono quindi deputati a rendere Israele un luogo teoricamente non penetrabile dalla minaccia missilistica iraniana e degli alleati dell’Iran, gli Houthi in Yemen, Hezbollah in Libano e le milizie sciite in Irak. Di Hamas non ha più senso parlare perché la sua capacità offensiva è stata annientata. E allora com’è possibile che dalle città israeliane ci arrivino immagini di morte e distruzione, di palazzi divelti e sventrati?
Questi sistemi non sono infallibili, e l’evoluzione dei missili offensivi è stata più veloce dei sistemi di difesa. Da venerdì scorso, in risposta all’attacco israeliano, l’Iran ha lanciato circa 350 missili balistici contro praticamente tutte le città israeliane che si trovano sulla costa, e anche una salva contro Gerusalemme. Il numero di morti israeliani è di diverse decine, mentre il numero di feriti è di centinaia di persone. Le immagini dei cieli illuminati dai razzi hanno fatto il giro del mondo, così come quelle degli edifici distrutti di Haifa, Tel Aviv, Gerusalemme, Ashdod e altri centri israeliani.
Contro Israele sono stati lanciati anche i missili “Soleimani’, chiamati così in onore del generale Qassem Soleimani, alla guida dei Pasdaran iraniani, ucciso nel gennaio 2020 da un drone statunitense per ordine di Donald Trump e considerato un martire. Il Soleimani è un missile balistico a medio raggio e ha una gittata di 1.200 chilometri, alimentato a combustibile solido e dotato di sistemi di navigazione e resistenza alla guerra elettronica. Senza scendere in dettagli che nessuno ha, perché chiaramente non sono divulgati dall’Iran, il risultato è che questo missile è in grado, se non di rompere, di mostrare le crepe degli avanzatissimi sistemi di difesa israeliani.
Il problema dell’Iran è certamente il numero di missili che ha a disposizione per tentare di attaccare Israele, e anche questo è completamente sconosciuto. La guerra potrebbe durare giorni o mesi, e la distruzione di diversi impianti di produzione bellica su suolo iraniano durante questi primi giorni di guerra potrebbe aver ridotto la capacità produttiva a pochissime unità. Ma questi sono ragionamenti basati su nessun dato. Quel che è certo è che l’Iran, al contrario di quanto si pensasse, è stato in grado di colpire Israele nelle sue città, distruggendo palazzi e case. E’ vero però che i missili balistici piovuti su Israele non sono stati in grado di colpire depositi di carburante, siti militari di stoccaggio o porti e aeroporti. La distruzione dei condomini fa impressione e affossa il morale, ma è inutile ai fini di fiaccare la capacità militare dell’avversario.
La situazione sul campo iraniano è invece molto più critica rispetto a quella degli avversari. Israele è riuscita a colpire non solo siti di arricchimento dell’uranio, ma anche strutture militari, depositi di carburante, strutture di comando militare, siti di raffinazione del petrolio e gas. Sono stati colpiti gli impianti di raffinazione di South Pars, Bandar Abbas e Teheran, ma anche i poli per la trasformazione del gas naturale di Fajr Jam e Kangan. A Teheran è stato distrutto l’immenso deposito di Shahran, 260 milioni di litri di combustibile andati in fiamme, bruciando la garanzia per il rifornimento dei privati, il funzionamento delle industrie e la produzione di energia.
Nonostante le sanzioni di Trump durante l’ultimo anno l’Iran ha guadagnato dalla vendita di risorse energetiche almeno 130 miliardi di dollari, più di un quarto del suo PIL totale, e trovarsi oggi senza quell’entrata significa avere il paese prossimo alla bancarotta. Oltre ad esser stretta nella morsa degli attacchi l’Iran si trova vicina all’enorme difficoltà di finanziare la guerra, una guerra che non ha cominciato ma che è costretta a combattere. Fra l’altro gli attacchi israeliani mettono a nudo un altro aspetto cruciale della società iraniana: se gli Ayatollah hanno da sempre promesso protezione al popolo iraniano, facendo della forza e della lotta a Israele un punto cardine del proprio programma di propaganda, oggi che i raid israeliani hanno messo a nudo le difficoltà difensive del regime le fratture interne all’Iran stesso potrebbero emergere, in tutta lo loro forza.
Israele attacca coadiuvato dalla forza difensiva degli USA, che invitano l’Iran ad arrendersi e a firmare immediatamente la resa totale riguardo al loro programma nucleare, e anche le basi in Medio Oriente di Gran Bretagna e Francia potrebbero essere usate per difendere il territorio dello stato ebraico. L’Iran oggi è difeso soltanto da se stesso, e nonostante le dichiarazioni di Russia, Turchia e Cina che chiedono il cessate il fuoco, e condannano l’aggressione israeliana, nessuno per ora sembra disposto a scendere in campo per aiutare il regime degli Ayatollah, che si trova solo contro la forza militare più importante del Medio Oriente, fiaccato dall’attacco a sorpresa israeliano.
Anche se ha portato a termine con successo alcuni dei propri attacchi, l’Iran vede le proprie difese ridotte dall’azione coordinata del Mossad e dell’aviazione israeliana, uno svantaggio iniziale davvero rilevante.
In questo scenario evito comunque qualsiasi tipo di previsione. Su alcuni giornali italiani gli Ayatollah sono già stati dati per spacciati e in cerca di un salvacondotto per la Russia. Io non mi spingo a fare nessuna ipotesi, credo che solo la storia potrà alla fine raccontarci quanto l’uno o l’altro sia stato in grado di attaccare e difendersi. Iran e Israele si preparano a questa guerra da anni, al confronto il conflitto con Hezbollah e Hamas erano scaramucce di quartiere, e a me risulta difficile pensare che l’Iran sia già indebolita al punto da lasciare campo libero a Israele.
Quel che è certo è che in mezzo a questo conflitto deflagrato nel 2025, che è solo il culmine di anni e anni di ostilità, ci siano finiti in mezzo decine di donne e bambini, come sempre, in ogni guerra, i più fragili da difendere e proteggere. Non solo: a Kermanshah, nella zona centro occidentale del paese, Israele ha colpito e danneggiato un ospedale, un attacco che, come sappiamo, costituisce un crimine di guerra, ma a cui siamo ormai abituati visti le azioni criminali condotte nella Striscia di Gaza. Ognuno di questi due governi, nello scagliare le proprie armi distruttive di qua e di là dai propri confini, non tiene in nessun conto il dolore e la morte che provoca a civili che nulla c’entrano con questa guerra. E purtroppo, anche questa, è una circostanza che ha il tragico vizio di ripetersi nella storia.
