Gobekli Tepe: il sito Archeologico più Misterioso al Mondo

La storia, si sa, non è una scienza esatta, perché è sempre in perenne divenire: nuove conoscenze e scoperte possono non solo colmare dei vuoti ma addirittura ribaltare quanto ritenuto fin a quel momento un dato (quasi) certo. Se ciò è vero per l’indagine storica, ancora di più lo è quando si tratta di preistoria, quel tempo lontanissimo della civiltà umana che può essere indagato solo attraverso studi archeologici, paleontologici e antropologici, ma non attraverso fonti scritte.

Fino ad oggi si è sempre creduto che solo dopo l’avvento dell’agricoltura e della domesticazione animale, e la conseguente sedentarizzazione delle tribù dei nostri antenati neolitici – cacciatori e raccoglitori – gli esseri umani siano arrivati a compiere pratiche religiose.

Ormai da qualche anno, il sito di Gobekli Tepe (collina tondeggiante), nell’est della Turchia, sembra smentire queste teorie.

Vista sulla principale area di scavo di Göbekli Tepe – immagine di Teomancimit via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Molto suggestivo e vagamente somigliante a Stonehenge, viene costruito molto prima di qualsiasi edificio religioso finora conosciuto, con blocchi di calcare squadrati, ornati con bassorilievi di animali: gazzelle, serpenti, volpi, scorpioni e cinghiali.

Rappresentazione di animali: uru, cane e gru – Immagine di Klaus-Peter Simon via Wikipedia – licenza CC BY-SA

Ciò che risulta quasi incredibile è l’epoca della sua costruzione, che risale approssimativamente a 11.600 anni fa, circa settemila anni prima della Piramide di Giza, solo per fare un paragone.

Gobekli Tepe – Immagine di Dosseman via Wikipedia –licenza CC BY-SA 4.0

Gobekli Tepe è quindi il più antico esempio conosciuto di architettura monumentale, la prima costruzione realizzata da esseri umani che hanno deciso di lavorare insieme per erigerla.

Gobekli Tepe – Immagine di Beytullah eles via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

In realtà, scavi iniziati nel 2019 su un sito “gemello” a una quarantina di chilometri di distanza, Karahan Tepe, potrebbero portare ancora più indietro nel tempo: l’archeologo responsabile delle ricerche in entrambi i siti, il professor Necmi Karul dell’Università di Istanbul, azzarda che Karahan Tepe possa risalire all’11.500 a.C., ovvero a duemila anni prima di Gobekli Tepe.

Allora, quello che sta lentamente venendo alla luce nell’arido altopiano della Turchia Orientale, un tempo parte della mezzaluna fertile, risale tanto indietro nel tempo da sembrare addirittura non-possibile (il famoso archeologo egiziano Zahi Hawass, per esempio, è molto scettico).

Vista aerea dell’area archeologica di Gobekli Tepe -Immagine di Istituto Archeologico Germanico via Wikimedia Commons – licenza CC BY 4.0

Enormi pietre scolpite 13.000 anni fa con rudimentali strumenti di selce, in un contesto monumentale di difficile interpretazione, sono state prima estratte da cave nel territorio circostante, poi trasportate, lavorate e conficcate nel terreno a formare enigmatici cerchi, prima che qualsiasi segno di “civiltà” fosse apparso nei luoghi abitati dall’uomo: prima dell’agricoltura, dell’allevamento, dell’uso della ceramica, di insediamenti stabili.

Una volpe – Immagine di Zhengan via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Fino alla scoperta di Gobekli Tepe, chi avrebbe potuto pensare agli uomini delle caverne – sempre e solo impegnati a procacciarsi il cibo, almeno nel nostro immaginario – come a costruttori di grandiose strutture che nulla avevano a che fare con la sussistenza? Eppure dobbiamo cominciare a farlo.

E se è vero che a Karahan Tepe (e in altri dodici siti gemelli più piccoli, collettivamente chiamati Taş Tepeler – Colline di Pietra) gli scavi sono iniziati da poco e tutto ciò che è venuto alla luce deve ancora essere studiato approfonditamente, è altrettanto vero che questa area monumentale, tanto complessa quanto misteriosa e antica, può già insegnarci qualcosa in grado di rivoluzionare la storia dell’umanità, ma bisogna partire da là dove tutto è cominciato, Gobekli Tepe.

La Scoperta del sito

La polverosa pianura di Harran è interrotta solo da qualche villaggio che si confonde col colore della terra e da misteriosi rilievi artificiali.

Il villaggio di Harran – immagine di Alen Ištoković via Wimedia Commons – licenza CC BY 3.0

Già nel 1963 alcuni ricercatori turchi e statunitensi trovano nell’altura di Gobekli numerosi frammenti di selce, prova di una presenza umana risalente all’età della pietra. Nessuno però si prende la briga di indagare più a fondo, almeno fino al 1994.

Gobekli Tepe – immagine di Dosseman via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

In un assolato pomeriggio di agosto un pastore curdo è lì con il suo gregge, e forse cerca un po’ d’ombra sotto un albero di gelso che i locali, chissà perché, considerano sacro. Mentre se ne sta lì seduto si accorge che dal terreno sabbioso spuntano delle pietre che non sembrano semplici rocce naturali. Tornato al suo villaggio, l’uomo racconta di quelle strane pietre e la voce corre fino alla città vicina, Şanlıurfa, e più precisamente alle orecchie del direttore del museo locale, che avvisa il ministero delle antichità, che a sua volta passa la notizia all’Istituto Archeologico Germanico di Istanbul.

Ed è così che l’archeologo tedesco Klaus Schmidt, in collaborazione con il museo di Şanlıurfa, inizia gli scavi nel sito che avrebbe cambiato per sempre la nostra idea di preistoria.

Gobekli Tepe – Immagine di Beytullah eles via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Quello che trova gli provoca all’inizio “un vero timore reverenziale”, perché quel posto “è qualcosa di molto speciale”, da brividi.

Le enormi pietre a T, probabilmente una riproduzione stilizzata della figura umana, disposte a cerchio, ricordano quelle di Stonhenge – il sito inglese risale però al 3100 a.C. – con una differenza sostanziale oltre all’età: i megaliti di Gobekli sono scolpiti con figure antropomorfe e di animali.

Riproduzione dei pilastri centrali dell’Enclosure D nel museo Şanlıurfa – Immagine di Cobija via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

La rappresentazione degli uomini – probabilmente però raffigurano divinità ancestrali o antenati – è sempre stilizzata: non viene mai raffigurato il viso (forse perché non si conoscono le fattezze di un dio?) ma c’è un particolare riguardo alla protezione del pene, sempre coperto da un perizoma o da mani, mentre sono quasi completamente assenti figure di donna.

Il totem è alto 1,92 metri e presenta tre motivi principali uno sopra l’altro, di non facile lettura: forse un ibrido uomo-animale – Immagine di Cobija via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

In compenso abbondano le rappresentazioni di animali – leoni, cinghiali, volpi, gazzelle, avvoltoi, serpenti, ragni, anatre – e pittogrammi astratti di difficile interpretazione, forse testimonianza di un culto sciamanico antecedente la nascita delle divinità che poi costituiranno il pantheon delle successive religioni.

La Pietra dell’Avvoltoio: un avvoltoio tiene su un’ala una testa umana – Immagine di Sue Fleckney via Wikipedia – licenza CC BY-SA 2.0

Tutto ciò riporta al come e soprattutto al perché Gobekli sia stato edificato, in un’epoca nella quale gli uomini vivevano in tribù nomadi, alla costante ricerca di cibo.
Eppure, i costruttori del “tempio” sono stati in grado di tagliare, dare una forma e trasportare enormi blocchi di pietra, del peso di 16 tonnellate, senza conoscere la ruota o avere bestie da soma. La scrittura era sconosciuta, così come i metalli e la ceramica, ma i pilastri di Gobekli Tepe sono intagliati come rigidi profili di giganti e gli animali scolpiti nella pietra, alla luce del fuoco, diventano evocativi di un mondo spirituale che forse ha cominciato a nascere proprio qui, e ha dato vita – almeno secondo le iniziali interpretazioni – a una pratica che perdura tuttora: il pellegrinaggio religioso.

Animale predatore (forse un felino ) in altorilievo, caccia una preda (in bassorilievo) – Immagine di Dosseman via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Il sito è costituito da una collina artificiale alta 15 metri, e da quattro recinti circolari dove era possibile sedersi in panche di pietra, delimitati da enormi pilastri, che forse simboleggiavano assemblee di uomini, con pilastri a forma di T conficcati nel terreno, oltre a due megaliti ancora più gradi posti al centro, uno di fronte all’altro; la sua costruzione si è protratta per centinaia di anni, dai tre ai cinque secoli, poi misteriosamente, attorno all’8000 a.C., Gobekli Tepe viene abbandonato, e sepolto volutamente con terra portata dall’uomo.

Gobekli Tepe – immagine di Kerimbesler via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

Klaus Schmidt, prematuramente scomparso nel 2014 mentre ancora dirigeva gli scavi, ha sempre considerato Gobekli un luogo di culto, edificato dai nostri antenati nomadi per l’esigenza – tutta umana – di praticare riti sacri, un modo per sentirsi parte del mondo naturale con l’intento di padroneggiarlo. Ma il sito dimostra una cosa ancora più rivoluzionaria:

E’ la mente dell’uomo che ha creato la civiltà, non le condizioni ambientali

Gobekli Tepe – Immagine di Radosław Botev via Wikimedia Commons – licenza CC BY 3.0 pl

Oggi, alla luce delle nuove scoperte, l’interpretazione dei siti della pianura di Harran è un po’ cambiata. Il professor Karul preferisce chiamare le strutture monumentali come “luoghi di raccolta” e non templi, una definizione che riconduce ad un’idea troppo legata al concetto moderno di religione.

Rimane tuttavia la domanda sul perché i cacciatori-raccoglitori del neolitico più remoto abbiano sentito l’esigenza di spendere così tanta energia nella costruzione di complessi non “utili” alla loro sopravvivenza.

L’area circostante Gobekli Tepe – immagine di Zhengan via Wikimedia Common –licenza CC BY-SA 4.0

A cambiare un po’ le carte in tavola è stata la scoperta di abitazioni in pietra adiacenti alla struttura monumentale, testimonianza di una vita sedentaria che precede la pratica dell’agricoltura. Quindi questi “luoghi di raccolta” non erano frequentati da gruppi nomadi di “pellegrini” che si radunavano saltuariamente per praticare un qualche culto (come ipotizzava Schmidt), ma da persone che vivevano qui, raccoglievano l’acqua in cisterne e forse avevano già trovato il modo di far fermentare i cereali selvatici (l’orzo, ad esempio) per ricavarne bevande alcoliche, magari usate durante riti propiziatori della virilità, ipotizzati per la presenza di svariate pietre fittili a forma pene, sia a Gobekli sia a Karahan, dove è stato scoperta una camera con 12 totem fallici, osservati in maniera inquietante da una testa di pietra posta nel perimetro del cerchio.

L’archeologo turco spiega:

“Si sta costruendo un nuovo ordine sociale, con una vita stabile. Questo può essere importante quanto la vita produttiva, o anche di più in termini di vita sociale. Queste persone ora hanno più risorse intorno a loro [per cambiamenti climatici favorevoli] e non devono spostarsi [per cercare cibo]. Vivono nello stesso posto in numero maggiore e questo significa un nuovo ordine sociale. In altre parole, gli ‘edifici speciali’ sono abbastanza decisivi nella costruzione di questo nuovo ordine sociale”.

Perché tutto ciò accade proprio qui e in nessun altro luogo della Terra?

Schmidt credeva che Gobekli Tepe fosse – solo simbolicamente – “un tempio dell’Eden”, se si considera la narrazione mitica del giardino dell’Eden come un’allegoria della rivoluzione neolitica: il passaggio dalla vita di cacciatori e raccoglitori a quella di agricoltori è per i Sapiens, in un certo senso, la caduta in uno stile di vita più faticoso, in termini di ore di lavoro necessarie per la sussistenza e anche per la trasmissione di malattie portate dagli animali addomesticati.

Statuetta di cinghiale – Immagine di Dosseman via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Tuttavia l’agricoltura nasce proprio qui, nella Turchia sudorientale, anche se all’epoca quello è un luogo naturalmente ricco di piante commestibili, un paradiso di querce, mandorli, pistacchi, cereali che crescono spontanei, dove prosperano gazzelle, pecore, capre, volpi, che finiscono nelle trappole.

Grazie a tutta questa abbondanza naturale iniziano i primi tentativi di domesticazione animale e vegetale, perché i cacciatori-raccoglitori non hanno più bisogno di spostarsi per sopravvivere.

Probabilmente qui si incontrano tribù e popoli diversi, che si scambiano conoscenze e tradizioni. Allora, quei pilastri decorati forse servono a fissare la memoria collettiva, che porta a un’identità collettiva, fondamento del nuovo tipo di società che sta sorgendo.

Quindi le strutture monumentali potevano essere un “luogo di ritrovo dove le persone si riunivano per spettegolare e discutere”, afferma Karul, dando inizio a una narrazione che si protrae per circa 1500 anni e poi scompare.

Una vera civiltà, che rimane sepolta per oltre 10.000 anni e poi all’improvviso, grazie a un pastore, salta fuori a rivoluzionare tutto ciò che abbiamo sempre creduto sulla storia dell’uomo.

Tuttavia ancora oggi, Gobekli Tepe e gli altri Taş Tepeler, più che dare risposte continuano a creare interrogativi.

Perché tutto quello che era stato costruito venne deliberatamente sepolto, perché molte delle figure umane rappresentate hanno sei dita, perché non ci sono scene di caccia, perché all’incirca ogni cento anni i singoli cerchi con i pilastri venivano interrati facendo da base a nuove strutture, cosa nascondono ancora le “colline di pietra” nella desolata pianura di Harran?

La pianura di Harran – Immagine di Sinan Şahin via Wikimedia Commons – licenza CC BY 3.0

Il mistero continua…

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.