Se Giorgio V, sovrano del Regno Unito, avesse accolto in Gran Bretagna il cugino, lo Zar Nicola II, e la sua famiglia, probabilmente il destino dei Romanov sarebbe stato molto diverso. Invece il monarca inglese (o forse il primo ministro Lloyd George), dopo aver offerto asilo ai parenti russi, ritenne la loro presenza troppo pericolosa, in un periodo di ribellioni interne.

Sotto, Giorgio V e Nicola II, cugini reali:

Immediatamente dopo quel 15 marzo 1917, giorno dell’abdicazione dello Zar in favore del fratello Mikhail (che rinunciò alla corona, ma fu comunque ucciso il 12 giugno 1918), sembrava ancora possibile che la famiglia imperiale potesse sopravvivere agli sconvolgimenti politici e sociali in atto nel paese, che invece precipitò in una guerra civile dove le forze più moderate dei “Bianchi” si contrapponevano ai rivoluzionari “Rossi”.

Mikhail Romanov

Aleksandr Kerenskij, a capo del governo provvisorio dopo la prima rivoluzione di febbraio, malgrado fosse repubblicano e odiasse la zarina Aleksandra (come quasi tutti i russi, nobili compresi), tentò in qualche modo di proteggere la famiglia imperiale, cercando anche strade segrete per farli espatriare.

La famiglia imperiale al completo nel 1913

Dall’esilio in qualche modo privilegiato in uno dei palazzi della reggia di Carskoe Selo, li fece trasferire a Tobolsk, in Siberia.

Le granduchesse a Carskoe Selo – primavera 1917

Ma non per farli morire di freddo e di stenti, anzi: ben sapendo che correvano il rischio di essere sommariamente giustiziati, una destinazione così remota poteva rappresentare la salvezza.

Nella sontuosa reggia di Carskoe Selo la vita per i Romanov non era poi così grama. Certo, Nicola II non era più lo Zar dal potere assoluto, ma tutto sommato la famiglia era unita e poteva affrontare le molte umiliazioni inflitte dai carcerieri, in particolari alle giovani granduchesse, non certo abituate ai gesti osceni che i soldati rivolgevano loro quando passeggiavano nel giardino. E poi c’era un magnifico parco dove poter stare all’aperto, magari coltivando l’orto o girando in bicicletta, e la famiglia poteva addirittura andare in barca nel lago.

Nicola II e Tatiana lavorano nell’orto di Carskoe Selo

Ad agosto però, mentre la seconda rivoluzione infiammava il paese, la famiglia fu trasferita a Tobolsk, e ospitata nella casa del governatore, chiamata non ironicamente, anche se potrebbe sembrarlo, “Casa della libertà” (il nome le fu dato dopo la rivoluzione di febbraio). Anche in Siberia la vita dei Romanov scorreva, tutto sommato, in modo abbastanza tranquillo.

La zarina Aleksandra con le figlie Olga e Tatiana a Tobolsk – primavera 1918

Certo, la casa del governatore non era paragonabile ai fastosi palazzi imperiali, ma era ancora consentito alla famiglia dello zar di circondarsi di una piccola corte, formata da dame di compagnia e servitori fedeli. Nicola II rimase informato di ciò che accadeva nel paese finché a Tobolsk arrivarono i giornali. Poi, improvvisamente, smisero di giungere notizie e giornali: i bolscevichi avevano preso il potere con la rivoluzione d’ottobre, in quello storico 7 novembre del 1917.

Lo Zar Nicola II e il figlio Aleksej a Tobolsk

L’esilio, che fino ad allora era stato in qualche modo sopportabile, si trasformò in una condizione di vita molto dura: furono allontanate le persone del seguito, fatta eccezione per il medico, il cuoco, un inserviente e una dama di compagnia. Lo scarso cibo consisteva nelle razioni militari (“Il popolo non ha i mezzi per mantenere la famiglia zarista”), anche se talvolta qualche semplice cittadino osava portare qualcosa in regalo.

Intanto a Mosca, le frange più radicali del governo rivoluzionario avrebbero voluto immediatamente giustiziare l’intera famiglia imperiale, mentre un’ala più moderata (guidata da Trotsky) avrebbe preferito processare pubblicamente Nicola II e permettere al resto della famiglia di espatriare. La situazione però precipitò piuttosto rapidamente, quando le forze controrivoluzionarie dell’Armata Bianca (aiutate anche da potenze straniere) si avvicinarono a Tobolsk, con l’intenzione di liberare lo zar. Lenin decise di trasferire la famiglia in una località più vicina a Mosca (da poco diventata capitale). Fu scelta la città di Ekaterinburg, dove, teoricamente, si sarebbe dovuto celebrare il processo. Il Soviet degli Urali, con l’approvazione di Lenin, aveva però già condannato a morte la famiglia imperiale: senza i Romanov sarebbe stato più difficile ogni tentativo di restaurare la monarchia.

Casa Ipatiev a Ekaterinburg

Il 17 aprile Nicola II, la moglie e una delle figlie giunsero a Ekaterinburg, mentre il resto della famiglia arrivò il 23 maggio. I Romanov furono alloggiati nella “Casa a destinazione speciale”, requisita all’ingegner Ipatiev. Non era più esilio, ma prigionia: i vetri delle finestre erano stati dipinti di bianco “per motivi di sicurezza”; potevano uscire in giardino, peraltro nascosto da una palizzata di legno, ma solo per mezz’ora, due volte al giorno; le guardie addette alla loro sorveglianza non si facevano scrupolo di rubacchiare e compiere misere angherie.

Casa Ipatiev nascosta dalla doppia palizzata di legno

Tutto cambiò quando arrivò a comandare la casa il commissario Jakov Jurovskij, che fece cessare i furti e le prepotenze nei confronti della famiglia, mentre si teneva quotidianamente informato riguardo precarie condizioni di salute del principe Aleksej, praticamente in costante in pericolo di vita per l’emofilia trasmessagli dalla madre, e su quelle della stessa zarina, sofferente per la sciatica.

Il principe Aleksej con il suo cane preferito

Intanto però il commissario stava organizzando l’esecuzione di tutta la famiglia e di quel poco personale di servizio rimasto. Jurovskij era convinto di aver preparato tutto con cura, ma per sua stessa ammissione l’azione si svolse e si concluse nel peggiore dei modi.

Nella notte tra il 16 e il 17 luglio, la famiglia e il piccolo seguito furono svegliati con la scusa di una partenza immediata: l’Armata Bianca si stava avvicinando e i Romanov correvano il pericolo di essere uccisi dal popolo inferocito. Chissà, forse in quei momenti lo zar sperò di essere liberato dai controrivoluzionari, sicuramente lo sperarono la zarina e le figlie, che in fretta indossarono quelle sottovesti nelle quali avevano cucito una gran quantità di pietre preziose, in vista di un esilio all’estero.

Le 11 persone furono radunate in una stanza al seminterrato, vuota

La zarina si lamentò che non ci fossero sedie, e il vice di Jurovskij ne portò due, una per Aleksandra, che faticava a stare in piedi per la sciatica, e una per Aleksej, che stava male e non era in grado di camminare. L’aveva portato in braccio il padre, nel seminterrato della morte, quel figlio così fragile, curato negli anni dello splendore dal tanto controverso monaco Grigorij Rasputin, venerato però dalla zarina.

Dopo aver fatto mettere tutti vicini, con la scusa di scattare una fotografia che avrebbe dovuto dissipare le voci sulla fuga dei Romanov, Jurovskij lesse la condanna a morte:

Nikolai Alexandrovich, in considerazione del fatto che i tuoi parenti stanno continuando il loro attacco alla Russia sovietica, il Comitato Esecutivo degli Urali ha deciso di giustiziarti

Lo zar chiese incredulo “Cosa? Cosa?”, e subito dopo iniziò l’inferno. Non furono però i soldati dell’Armata Rossa a giustiziare la famiglia imperiale, nessuno di loro aveva voluto partecipare all’uccisione delle ragazze e del giovane Aleksej. Jurovskij aveva dovuto servirsi di ex prigionieri di guerra austro-ungarici divenuti rivoluzionari.

Il seminterrato dove furono uccisi i Romanov

Nicola II fu il primo a cadere, poi seguirono l’imperatrice e le persone del seguito. Le granduchesse invece gridavano terrorizzate, accecate dal fumo denso degli spari, mentre i proiettili rimbalzavano su di loro, respinti dalle pietre cucite nelle vesti.

Perché quella mattanza finisse ci vollero venti interminabili minuti: le ragazze e la tata furono finite a colpi di baionetta, mentre Aleksej  da un colpo di pistola sparato dallo stesso Jurovskij.

I corpi però dovevano sparire

Il commissario decise di bruciarli e, per maggior sicurezza di sfigurarli con l’acido. Anche in quella fase dell’operazione ci furono dei contrattempi: la camionetta che trasportava i cadaveri si impantanò, e il commissario decise di seppellire il principe e la sorella Maria a poca distanza dalla strada.

Il bosco di Koptyaki, dove furono portate le vittime – 1919

Gli uomini della squadra che avrebbero dovuto trasportare i corpi nel luogo prestabilito erano tutti ubriachi e più interessati a cercare i gioielli tra le vesti delle donne. I corpi furono gettati in una miniera e poi ritirati fuori, infine fatti a pezzi e buttati in una fossa, nascosta in un bosco di betulle, dove furono cosparsi di acido e poi dati alle fiamme. La sepoltura della famiglia imperiale e delle altre vittime fu completata solo alle 6 del mattino del 19 luglio 1918.

Jurovskij conquistò un bottino da 9 Kg di pietre preziose che venne in parte perso nella fretta

Sotto, alcune pietre preziose trovate nel 1919 vicino ai luoghi di sepoltura dei Romanov

Il giorno dopo l’esecuzione, durante i lavori del comitato centrale a Mosca, Lenin fece leggere una dichiarazione nella quale si informava il popolo russo che Nicola II era stato ucciso durante un tentativo di fuga. Del resto della famiglia non si disse nulla…

Nel corso dei decenni, quando i corpi dei Romanov non erano stati ancora ritrovati, qualcuno ha tentato di farsi passare per sopravvissuto, in particolare per la granduchessa Anastasija.

Ogni sia pur minima speranza che qualcuno fosse scampato al massacro si è definitivamente spenta quando furono trovati gli ultimi resti delle vittime. Nel 1990 erano stati individuati i corpi sepolti nella fossa, ma al triste appello mancavano due cadaveri.

Le spoglie di Aleksej e di Marija furono ritrovati soltanto nel 2007

L’imperatrice aveva scritto una volta a una amica: “Tutti noi condividiamo il semplice desiderio di vivere in pace, come una famiglia ordinaria, lontano dalla politica, dai conflitti e dagli intrighi”. Un pio desiderio, irrealizzabile: i Romanov erano una dinastia imperiale che, nel bene e nel male, aveva esercitato un potere assoluto per 300 anni. Difficile considerarla una famiglia normale…

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.