Gli ultimi Re di Sparta: la tragedia di Agide IV

Nel 241 a.C. un re di Sparta fu condannato a morte dall’eforato. Si chiamava Agide IV, era della dinastia degli europontidi, e non aveva ancora compiuto 25 anni. Quali colpe aveva compiuto, secondo i suoi accusatori, per finire strangolato nella Decas, la terribile prigione spartana dove trovavano la morte i condannati? A voler la sua condanna era stato proprio il suo collega, Leonida II. Ma perché? Facciamo un passo indietro.

Due erano le stirpi reali che regnavano su Sparta: gli Agiadi e gli Europontidi. Entrambe discendevano, secondo la leggenda, dal mitico eroe Eracle. Malgrado le denominazioni dinastiche possano creare confusione, Agide apparteneva agli Europontidi, mentre il suo collega, Leonida II, apparteneva agli Agiadi.

Ritratto di Agide IV. Disegno del 1910 di Walter Crane:

Leonida II aveva passato la giovinezza, tra lo sfarzo, in Persia, nel regno di Seleuco II, e ne aveva sposato la figlia Cratesiclea, con la quale aveva generato tre figli, Chilonide, Cleomene ed Euclida. Leonida (che portava lo stesso nome dello stesso re che, 226 anni prima, nel 480 a.C., era caduto gloriosamente alle Termopili), era salito al trono Agiade nel 254 a.C., quando era già un uomo maturo.

In quel tempo, racconta Plutarco, Sparta era all’apice della propria decadenza. Da quando infatti era uscita vincitrice dalla Guerra del Peloponneso contro Atene, si era riempita d’oro e d’argento, nonché di brame e di cupidigia. I beni non erano più ereditari, come avrebbe voluto l’antico e mitico re Licurgo, bensì ora ognuno poteva vendere il proprio patrimonio, con la conseguenza che i più indigenti divenivano schiavi ed i più potenti acquistavano beni senza freni. La classe degli Spartiati – di coloro, cioè, con pieni diritti civili e politici – era ridotta a solo un centinaio, e la schiavitù dilagava.

Nel 244 a.C. salì al trono Europontide un giovane poco più che ventenne: Agide, per l’appunto. Forte del sostegno morale e politico della mamma Agesistrata e della nonna Archidamia (proprio sul potere economico delle donne spartane, Aristotele, nella Politica, avrebbe avuto da ridire), Agide era infervorato da un sincero ideale di rinnovamento. Aveva un fratello leale, Archidamo e una moglie di eccezionale bellezza, Agiatide, la quale gli aveva da poco dato un bimbo. Il regno Europontide di Agide IV partiva con le premesse migliori: il giovane re si propose di attuare una riforma che riportasse la proverbiale virtù a una Sparta ormai decadente nel lusso e, soprattutto, redistribuisse le terre, così da appianare il divario tra poveri e ricchi. Grazie al sostegno di tre uomini influenti, cioè Lisandro, Mandroclide, e lo zio materno Agesilao, Agide attuò il proprio piano, consistente nell’esenzione dei debiti, e nella lottizzazione delle terre da distribuire agli indigenti in grado di portare armi.

Il programma riformatore di Agide fu però avverso alle classi più abbienti, le quali si rivolsero allora al re Agiade Leonida, esortandolo a frenare il giovane collega Europontide riformatore.

L’eforo Lisandro, allora, con un escamotage, si appellò a un’antica legge, per togliere di mezzo l’avversario Leonida II.

Cleombroto messo al bando da Leonida II re di Sparta

Secondo tale legge, le due famiglie reali di Sparta (che discendevano, come detto, da Eracle) non non dovevano essere “contaminate” da altre stirpi: ricorrendo al pretesto che Leonida II avesse generato figli con una straniera (la persiana Cratesiclea), Leonida fu quindi, ritenuto indegno ed esiliato.

Sulla via dell’esilio a Tegea, nell’Arcadia meridionale, a nord della Laconia, Leonida fu raggiunto dai sicari di Agesilao (lo zio di Agide), che volevano assassinarlo. Al momento estremo, però, alcuni uomini lo difesero, scortandolo sano e salvo a Tegea: i difensori di Leonida erano uomini fidati di Agide il quale, pieno di onore e di virtù, non aveva voluto che lo zio Agesilao uccidesse il suo rivale.

Intanto, a Sparta, Agesilao, era stato eletto eforo. Il sostegno dello zio Agesilao era, purtroppo, motivato da una ragione tutt’altro che limpida: mediante la rivoluzione che il nipote Agide avrebbe attuato, egli sperava di liberarsi dei debiti che aveva.

A Sparta, inoltre, al posto di Leonida II, sul trono Agiade era salito il genero di questi, Cleombroto, amico di Agide. (Chilonide, moglie di Cleombroto e figlia di Leonida, aveva invece preferito seguire il padre in esilio, anziché esser regina a Sparta).

Sostenuto anche da Lisandro, Agesilao riuscì nel suo intento e bruciò in piazza i documenti dei creditori. Attuato il primo punto, Agide ed il suo nuovo collega Cleombroto ordinarono di redistribuire la terra al popolo, ma Agesilao riuscì a procrastinare per non attuare il secondo punto della riforma sino a quando riuscì – complice il destino e la volonterosa giovinezza di Agide – ad allontanare il nipote da Sparta, con la scusa di mandarlo ad offrire supporto militare al celebre stratego della Lega Achea, Arato di Sicione, che guidava una spedizione contro la Lega Etolica.

Mentre Agide dava prova di rispetto (cosa rara per un soldato) e disciplina, nei suoi rapporti (pur ambigui, stando allo storico Pausania), con Arato di Sicione, nel frattempo, infatti, a Sparta, l’eforo Agesilao, libero dalla presenza del nipote-re, aveva fatto precipitare la situazione (e il prestigio di Agide). Riscuoteva illegalmente tributi, con la sfrontata scusa di esser zio del re; inoltre, fece correre la voce che sarebbe stato riconfermato eforo. Per i suoi nemici era veramente troppo: fu così che essi richiamarono dall’esilio Leonida e lo rimisero sul trono di Sparta. Per Agide e per il suo sogno riformatore era la fine.

Leonida ritornò a Sparta acclamato – con repentino cambiamento di vedute – dal popolo, il quale era deluso dalla mancata redistribuzione delle terre.

Leonida volse la propria ira dapprima contro Cleombroto, il genero che lo aveva spodestato, ma fu trattenuto dall’ucciderlo dalle suppliche della figlia Chilonide, moglie, per l’appunto, di Cleombroto.

Cleombroto II viene mandato in esilio da Leonida II. Dipinto di Benjamin West:

Agide si riparò invece come supplice al tempio di Atena Calcieca, sull’acropoli di Sparta, dove ebbe inizio la sua tragedia.  Dapprima Leonida tentò di persuaderlo a regnare con lui, sostenendo che i cittadini lo avevano perdonato, ma Agide rimaneva sospettoso: la prudenza non bastò, però, a salvarlo.

Un giorno, tre giovani Spartiati, Damocare, Arcesilao e l’eforo Anfare, lo trassero fuori dal tempio, per riaccompagnarvelo in seguito: costoro acquisirono confidenza con Agide, al punto che egli prese a fidarsi di loro.

Cleombroto va in esilio con la moglie Chilonide e i due figli Agesipoli e Cleomene:

Agide non sapeva che sua madre Agesistrata avesse prestato ad Anfare vesti e calici preziosi, e che questi non fosse intenzionato a restituirli ma volesse tenerli per sé, (non è chiaro il motivo di tale prestito ma possiamo presumere che Agesistrata sperasse di trarre al sicuro il proprio figlio elargendo doni all’eforo), così, un giorno, mentre si recava ai bagni, vide Anfare, Damocare e Arcesilao venirgli incontro, salutarlo e parlargli affabilmente. I tre presero a fare la strada con lui. Ad un certo punto, all’altezza di una deviazione che conduceva al carcere, l’eforo Anfare gli pose una mano sul braccio e gli disse “ti porto dagli efori, Agide, a dar conto della tua politica”.

In quel preciso istante Damocare, che, come racconta Plutarco, era grosso e robusto, gli cinse il mantello attorno al collo e si mise a trascinarlo. Altri, secondo un disegno premeditato, lo spingevano da dietro; nessuno lo soccorreva, perché la via era deserta; così lo buttarono in carcere. Subito accorse Leonida che, coi suoi soldati, circondò il carcere. L’eforato e la gerusia entrarono, per intentare un processo farsa ad Agide.

Di fronte alla loro finzione, il giovane si mise a ridere. «Pagherai cara la tua tracotanza!» gli disse allora il traditore Anfare.

Un altro eforo, invece, per venirgli incontro, gli chiese di confessare, imputando le colpe a Lisandro e ad Agesilao. “Nessuno mi costrinse mai” rispose Agide “ho agito da solo, emulando Licurgo.”

“Pentiti, allora” continuò l’altro “di quello che dici di aver fatto tu”

“No, non mi pento delle mie deliberazioni, che erano bellissime” rispose Agide. A quelle parole, gli efori e la gerusia lo condannarono a morte. Ordinarono di portarlo nella stanza detta Decas, dove sarebbe stato strangolato. Una guardia lo vide passare e si mise a piangere, commossa. “Cessa di piangere per me, amico mio. illegalmente vengo mandato a morte, ma sono migliore dei miei uccisori”. Agide offrì il collo al laccio, senza opporre resistenza. Moriva così, a neanche venticinque anni, un re che aveva osato sognare di rivestire la sua Sparta della passata virtù invece che del recente oro.

Fuori dal carcere, Agesistrata si era gettata ai piedi di Anfare, supplicandolo, in nome dell’amicizia che li legava, di vedere il figlio. Anfare annuì con perfidia e spaventosa calma, ordinando che fosse portata da Agide. Agesistrata chiese ed ottenne che con sé venisse anche la di lei madre Archidamia: Anfare acconsentì, anzi, mandò avanti per prima l’anziana spartana. Sola nella Decas, Archidamia fu impiccata sul corpo del nipote. Saputo che Archidamia era morta, Anfare fece entrare Agesistrata. La donna vide il corpo della madre pendere dal soffitto, quello del figlio giacere per terra. Con estrema dignità nel momento più terribile, sciolse, con l’aiuto dei servi, il corpo della madre, lo compose, lo ricoprì e lo stese accanto a quello di Agide. Si inginocchiò vicino al figlio, ne baciò il volto e gli disse addio: «Figlio, la grande pietà, la mitezza, l’amore per i cittadini ha ucciso te con noi.»

Dietro di lei soggiunse Anfare. «Se dunque pensavi come tuo figlio, subirai la stessa sorte» le disse.

Agesistrata si alzò e, come aveva fatto il figlio, offerse il collo al laccio. «questo almeno» disse «possa giovare a Sparta.»

I tre corpi furono portati fuori, i cittadini ne furono sconvolti: presero in odio Leonida ed Anfare, poiché l’uccisione di un re spartano, che aveva un’aurea di sacralità divina, era a tutti gli effetti un’empietà.

Così commenta Plutarco: «a Sparta Agide fu il primo re ucciso dagli efori, per aver scelto imprese nobili, degne di Sparta, a un’età nella quale gli uomini sono giustificati quando commettono errori; egli fu rimproverato più giustamente dagli amici che dai nemici perché aveva salvato Leonida e si era fidato degli altri, lui che era l’uomo più mite e più mansueto.»

La morte di Agide:

La morte di Agide impressionò profondamente i lettori sin dall’antichità: Plutarco ne fece un eroe, Cicerone, invece, vedendo in esso un precursore dei Gracchi, nel de officiis, lo criticò aspramente.

La storia di Agide avrebbe commosso e ispirato anche il grande trageda Vittorio Alfieri, che nel 1788 avrebbe dato alle stampe la propria tragedia Agide.

I retroscena dell’odio di Leonida II nei confronti di Agide IV, però, non furono soltanto, politici, bensì anche dinastici, così come l’odio (unito ad una morbosa ammirazione, si propagò anche nel futuro degli eredi che Agide lasciava), ma questa è un’altra storia, indagata da Martine Chantal Fantuzzi nella monografia “Gli ultimi re di Sparta, Soldiershop 2020”, nella quale la vicenda di Agide viene ricostruisca e inserita in un panorama più ampio che abbraccia il lasso di tempo dal 309 a.C. sino al 146 a.C., quando Sparta, nella battaglia di Corinto, perse per sempre la propria indipendenza.

Studi:

Martine Chantal Fantuzzi, Gli ultimi re di Sparta, Soldiershop 2020 (ordinabile in tutte le librerie o online, oppure contattando l’autrice al suo blog chantalfantuzzi.wordrepress.com o alla sua pagina facebook: chantalfantuzz5.)

Bibliografia essenziale:

Cicerone, De Officiis, quel che è giusto fare, a cura di G. Picone e R. R. Marchese, Einaudi, Torino 2012

Pausanias, Pausaniae Graeciae Descriptio, 3 vols. Leipzig, Teubner 1903

Plutarco, Agide e Cleomene, Tiberio e Caio Gracco, Vite Parallele, a cura di D. Magnino, BUR, Milano 1991

 


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