L’etimologia del verbo “boicottare” e del sostantivo corrispondente “boicottaggio”, contrariamente a molti termini italiani, ha un’origine tutt’altro che greca o latina. La storia del vocabolo, difatti, è da ricondurre alla parola inglese “Boycott” e alle vicende sociali e politiche che videro protagonista l’uomo che portava questo cognome.

Era il 1872 quando Charles Cunningham Boycott, di origine inglese ma già da diciassette residente ad Achill Island, in Irlanda, si trasferì a Mayo, nella medesima Contea, dove John Crichton, terzo Conte di Earne, gli offrì un lavoro di gestione di 2184 acri di terra nei pressi della vicina località di Neale (in tutta l’Irlanda, Crichton ne possedeva ben 40386, stando ai dati riportati da History Ireland). Lord Earne aveva dichiaratamente sostenuto di preferire, a capo delle sue terre e dunque a rivestire un’autorità, un uomo di nazionalità inglese o scozzese, anziché un irlandese.

Boycott, che era appunto di origine inglese e vantava un passato come abile fattore, capace di coltivare le terre di Achill Island anche durante le condizioni climatiche più sfavorevoli, accettò l’offerta. Lord Earne allora gli concesse anche una sistemazione presso una fattoria di 629 acri completa di casa, cortile, le rovine di un antico castello, due isole e una rimessa per le barche.

Quando Boycott divenne agente presso le proprietà terriere del Conte di Earne aveva già preso piede, circa trent’anni prima, la Grande Carestia Irlandese anche conosciuta come Great Ireland Famine. Quest’ultima, causata sia dalla peronospora della patata e del pomodoro sia dall’incremento demografico e dall’incuria da parte del governo britannico, che non teneva conto della necessità di forti investimenti infrastrutturali per una veloce ripresa del territorio irlandese, vide la sua risoluzione soltanto nel 1882, anno in cui i due scienziati inglesi, John Lindley e Lyon Playfair, scoprirono l’agente patogeno che attaccava il raccolto: l’oomicete.

Pertanto, nel 1879, venne fondata  dall’irlandese Michael Devitt la Land League (la potente Lega Irlandese per i lavoratori della terra), organizzazione agraria che lavorava per riformare il sistema dei proprietari terrieri durante il dominio britannico.

La Land League era fondata sul sistema delle cosiddette “tre F” :

  • Fair rent: ovvero: canone equo di affitto per i lavoratori agricoli
  • Fixity of tenureovvero affitto stabile per gli occupanti che, pagando un affitto per lavorare la terra, non avrebbero più subito minacce di sfratto
  • Free sale: vendita libera, cioè il diritto di un occupante di poter vendere la sua quota ad un altro, senza l’interferenza del proprietario terriero

Nel caso di Boycott la Lega intentò una causa nei suoi confronti: come raccontano Samuel Clark e James S. Donnelly nel loro testo dal titolo “Irish Peasants: Violence and Political Unrest, 1780-1914, “I dipendenti della fattoria gestita da Boycott avevano chiesto a quest’ultimo un aumento della paga settimanale dal range di 7-11 sterline a settimana a quello di 9-15. Rimasti inascoltati nella loro richiesta, i contadini iniziarono uno sciopero durante il periodo di raccolta del grano. Dopo un piccolo tentativo di continuare a raccogliere il grano con il solo aiuto della sua famiglia, Boycott si arrese alla richiesta degli uomini, seppur con riluttanza. Successivamente, gli occupanti delle terre andarono da lui per chiedere una riduzione del prezzo dell’affitto terriero del 25%, ugualmente a quanto era avvenuto l’anno prima, con la riduzione del 10%. Quando però Boycott, la seconda volta, rimase fermo nell’opporre il veto, gli occupanti intentarono il primo boicottaggio documentato della storia e indussero i dipendenti della fattoria a unirsi al movimento, cosa che questi fecero in massa. Una spedizione di cinquanta Orange labourers provenienti da Cavan e Monaghan, pesantemente protetti dai soldati e dalla polizia, salvarono quello che era rimasto del raccolto, ma Boycott fu costretto a lasciare Lough Mask per quasi un anno fino a che la sommossa non calmò, permettendo il suo ritorno”.

Tuttavia, la sua permanenza in Irlanda fu fortemente osteggiata poiché, come racconta l’Irish Post, “Il ramo di Mayo afferente alla Lega Irlandese espresse l’urgenza che i dipendenti di Boycott si ritirassero dal loro operato e iniziassero una campagna di isolamento contro l’uomo in questione, all’interno di tutta la comunità locale. Questa campagna includeva i negozi nei dintorni di Ballinrobe che si rifiutavano di servire Boycott come cliente anche quando quest’ultimo faceva la spesa. Boycott si rese conto di essere un uomo segnato, che non temeva tanto la violenza nei suoi confronti, quanto lo scorno, il silenzio e il disegno da parte si chiunque egli semplicemente incontrasse per strada”.

Una condanna sociale, dunque, quella subita da Boycott, che servì a cambiargli la vita anche peggio di una reale condanna penale. Difatti, continua il giornalista irlandese: Furioso, Boycott commise il fatale errore di informare tutti i più potenti mezzi di informazione di Londra: la campagna contro di lui divenne dunque una grande questione nella stampa britannica dopo che egli scrisse la seguente lettera al Times:

“Sir, il seguente particolare potrebbe essere interessante per i suoi lettori come  esemplificazione di quello che è il potere della Land League irlandese. Il 22 Settembre, un ufficiale giudiziario, scortato da una forza di polizia di diciassette uomini, si diresse a casa mia alla ricerca di tutela, seguita da una  folla ululante di persone, che urlavano e imprecavano contro i membri della mia famiglia.

Il giorno seguente, 23 Settembre, le persone si raccolsero in schiere presso la mia fattoria, e alcune centinaia di loro vennero a casa mia e ordinarono, minacciando e paventando loro le nefaste conseguenze di un loro eventuale rifiuto, tutti i lavoratori della mia fattoria, ordinando loro di non lavorare mai più per me nel futuro.

Il mio custode è stato spaventato affinché abbandoni l’impiego, però lui ha rifiutato di abbandonare la casa che mi tiene in custodia dal passato come parte della sua remunerazione. Un altro custode di una fattoria qui vicino è stato costretto a rinunciare al suo impiego.

Il mio maniscalco ha ricevuto una lettera in cui veniva minacciato di omicidio se avesse continuato a lavorare per me, e alla mia lavandaia è stato anche ordinato di non farmi più il bucato. Un ragazzino di vent’anni, che trasportava la mia corrispondenza di lettere da e verso il vicinato del paese di Ballinrobe, venne colpito e minacciato il 27 Settembre, con l’ordine di desistere dal fare questo lavoro; sin da quel momento, inviai mio nipote a portare le lettere e perfino lui, il 2 Ottobre, fu fermato lungo la strada e minacciato, se avesse continuato ad agire come mio messaggero.

I negozianti sono stati tutti diffidati dal fornire merce alla mia casa, e ho appena ricevuto un messaggio dall’impiegata postale che mi riferisce che la comunicazione via telegrafo è stata interrotta e minacciata di non farmi reperire messaggi (…). La mia fattoria è proprietà pubblica; le persone vagano lungo di essa restando impunite. Le mie colture vengono calpestate, portate via in quantità e vendute all’ingrosso.

I lucchetti dei miei cancelli sono distrutti, i cancelli spalancati, i muri buttati giù, e la merce portata via per le strade. Non posso assumere lavoratori per far nulla e la mia rovina è stata apertamente ammessa come obiettivo della Land League, a meno che io non getti via tutto e non lasci il Paese. Non dirò nulla sul pericolo della mia stessa vita, che è evidente agli occhi di chiunque conosca questo posto.

Charles C. Boycott”.

Questa lettera, in definitiva, sortì l’effetto opposto rispetto a quello auspicato da Boycott: l’intervento mediatico aiutò sì al recupero delle colture attraverso l’invio dei fattori, ma l’imprenditore, ormai marchiato come la causa del crollo economico dei cosiddetti “tirants” , ovvero i suoi dipendenti, fu costretto a lasciare l’Irlanda l’1 Dicembre 1880.

Charles Boycott morì sette anni dopo aver lasciato il Paese, in seguito a una malattia, nella sua casa presso la contea di Suffolk, in Inghilterra, dove si era trasferito. Da allora, il suo nome sarebbe stato associato per sempre all’infamia  punita con il boicottaggio.

Giorgia Maria Pagliaro
Giorgia Maria Pagliaro

Giorgia Maria Pagliaro è nata a Paola (prov. di Cosenza) l'11 luglio 1990, è laureata in lettere classiche e filologia. Lavora come docente e revisiona e scrive testi per la casa editrice Dioscuri. Giornalista pubblicista dal 2009, è da sempre interessata ai temi di inchiesta e di mistero, con un'attenzione particolare per l'epoca rinascimentale e la storia dell'inquisizione in Italia. Da sempre in giro per archivi e biblioteche, ama collezionare documenti e notizie utili alle sue ricerche.