Certo, nulla hanno a che vedere con l’imponenza e l’eterno fascino delle piramidi, ma secondo lo scienziato/naturalista francese René Antoine Ferchault de Réaumur, che li vide nel 1750:

L’Egitto dovrebbe essere più fiero di loro che delle sue piramidi

Non parlava di chissà quali monumenti o tesori archeologici, ma di semplici forni d’argilla. Non era uno stravagante de Réaumur, anzi: era un matematico/fisico/biologo che apprezzò un’invenzione egiziana vecchia di molte centinaia di secoli:

L’incubatoio per uova

Illustrazione di un incubatoio per uova in Egitto

Molto prima di lui, i prodigiosi forni avevano stupito altri viaggiatori: il filosofo greco Aristotele ne parlò già nel IV secolo a.C, senza forse averne ben compreso il funzionamento, perché scrisse che in Egitto le uova “si schiudono spontaneamente nel terreno, essendo seppellite sotto cumuli di sterco”.

Nel I secolo a.C, lo storico greco Diodoro Siculo spiegò un po’ meglio la straordinaria invenzione: “Gli uomini che hanno a che fare con pollame e oche, oltre a produrli nel modo naturale noto a tutta l’umanità, li ottengono con le loro stesse mani, in virtù di un’abilità a loro peculiare, in numeri che non si raccontano;  perché non usano gli uccelli per covare le uova, ma, effettuando essi stessi artificialmente (la cova), con il loro spirito e la loro abilità in un modo sbalorditivo, non sono superati dalle operazioni della natura.”

Aristotele e Diodoro parlavano con stupore degli incubatoi di uova, l’ingegnoso sistema che, grazie a forni d’argilla, consentiva di far schiudere un gran numero di uova fecondate, all’incirca 4500 nell’arco di due/tre settimane, grazie al controllo del calore e dell’umidità.

Gli incubatoi di uova erano delle vere e proprie case, divise in piccole stanze, dove ardevano due forni situati vicino al corridoio di passaggio, per mantenere costante la temperatura. Un foro in cima a un camino consentiva l’uscita del fumo e apposite prese d’aria potevano raffreddare, al bisogno, le uova.

Come combustibile si usavano paglia, carbone e sterco, ma era la costante presenza dell’uomo a garantire il successo della schiusa. Gli operai, che dormivano all’interno delle strutture, voltavano le uova una volta al giorno, e ne controllavano la temperatura appoggiandole sulla palpebra, uno dei punti più sensibili del corpo, mentre regolavano l’umidità appoggiandovi sopra dei panni bagnati.

In realtà, nessuno dei viaggiatori che visitarono l’Egitto, anche fino a pochi secoli fa, sapeva con esattezza come funzionassero gli incubatoi. Forse per questo Aristotele si sbagliò pensando che lo sterco fosse usato per tenere al caldo le uova.

Incorse in un errore assai più madornale il frate irlandese Simon Fitzsimnons, che nel 1320 partì in pellegrinaggio per la Terra Santa. Insieme ai suoi compagni arrivò ad Alessandria d’Egitto, e da lì attraversò l’Egitto, diretto a Gerusalemme.

Durante il viaggio tenne un diario, nel quale parlò anche degli incubatoi per le uova:
“Anche al Cairo, fuori dall’accesso alla città e quasi immediatamente a destra… c’è una casa lunga e stretta in cui i polli sono generati dal fuoco dalle uova di gallina, senza galli e galline, e in numeri tali da non poter essere numerati. In quella casa, su entrambi i lati, la terra è innalzata all’altezza di un altare, e si estende per tutta la lunghezza della casa, in cui ci sono forni o fornaci, in cui depongono innumerevoli uova, e intorno a loro continuamente notte e giorno sono alimentati dei fuochi per ventidue giorni, di solito, o ventitré, in modo che tutte queste uova facciano uscire dei polli. Sono così numerosi che vengono venduti in base al peso, come il grano, anziché per numero.”

Quindi, secondo il frate, il sistema egiziano era addirittura miracoloso:

I pulcini nascevano senza il contributo di galli e galline

Fu solo grazie alla descrizione che ne fece Réaumur, non per niente in pieno illuminismo, che in Europa si riuscì a capire come realmente funzionavano quei forni, che non avevano nulla di miracoloso ma piuttosto di ingegnoso e scientifico. Lo stesso scienziato francese tentò di replicare il metodo in patria, ma non ci riuscì. Dopo di lui molti altri ci provarono, ma fu solo alla fine dell’800 che un agricoltore canadese vinse la sfida, inventando (per modo di dire) un incubatoio a carbone.

E se ormai la tecnologia moderna ha fatto dimenticare i forni per uova egiziani, non vuol dire che questi abbiano perso il loro fascino, e nemmeno (incredibilmente) la loro funzione.

Nessun esperto di allevamento di polli, nessun incaricato della F.A.O. (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura) immaginava che nell’Egitto rurale gli incubatoi per uova funzionassero esattamente come 2000 e più anni fa.

“Il sistema è stato sostanzialmente trasmesso da una generazione all’altra senza formazione formale” dice uno degli esperti della FAO, che nel 2006, durante una mappatura delle fattorie rurali per verificare i rischi dell’influenza aviaria, ha scoperto l’esistenza degli incubatoi tradizionali, dove la sensibilità e il sapere umano sostituiscono efficacemente l’energia elettrica e i termostati.

Forse non saranno usati ancora per molto tempo, visto che anche in quelle zone rurali dell’Egitto, le stesse dove Réaumur vide il maggior numero di incubatoi, gli allevatori stanno gradualmente adottando metodi più moderni.

Ma se qualcuno si trovasse di passaggio nel governatorato di Fayyum, potrebbe restare stupito di fronte ai forni per la schiusa delle uova, forse più ancora che davanti alle piramidi…

Per le immagini degli incubatoi tradizionali nell’Egitto di oggi si rimanda al documento della F.A.O..

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.