Gli Elmi “Cornuti” non erano Vichinghi ma appartengono a una Civiltà Precedente

Ebbene sì, è ormai certo che i Vichinghi non amavano affatto portare corna sulla testa, nemmeno sugli elmi. Nonostante la diffusa iconografia, loro, i guerrieri norreni, per combattere in formazione compatta o gomito a gomito sulle navi nemmeno si sognavano di usare quegli elmi che avrebbero messo a rischio la loro incolumità.

Un elmo vichingo

Immagine via Wikipedia – licenza CC BY 2.0

Quei copricapi, minacciosi e magnifici al tempo stesso, sono più roba da teatro, da spettacolo, come quelli usati nella rappresentazione del 1876 dell’opera di Richard Wagner “L’anello del Nibelungo”, per la quale il pittore-costumista Carl Emil Doepler s’inventa appunto gli elmi cornuti. Da allora in poi qualsiasi guerriero vichingo verrà rappresentato così, dai film ai fumetti, dai disegni ai videogiochi. E a dare una giustificazione storica a questa iconografia, nel 1942 arriva il ritrovamento degli “elmi di Viksø”, in Danimarca.

Gli elmi di Viksø

Immagine di Nationalmuseet via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Ritrovamento fortuito, per mano di un operaio che stava scavando in una torbiera nella località di Viksø. Inizialmente presi per rifiuti finiti casualmente nella palude, i resti degli elmi finiscono abbandonati in un capannone, dove però quelle corna ricurve fanno comprendere al caposquadra che quei “rifiuti” meritano più attenzione, come poi dimostreranno gli archeologi del Museo Nazionale di Danimarca: si tratta di una coppia di elmi di bronzo decorato con borchie e due sporgenze a rappresentare degli occhi con relative sopracciglia, una cresta di giunzione centrale, forse originariamente ornata con crini di cavallo, e un magnifico paio di corna ricurve, simili a quelle di un toro.

La parte anteriore di uno degli elmi

Immagine di Nationalmuseet via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Due oggetti veramente spettacolari, degni dell’immagine di potenza e bellicosità sempre associata ai guerrieri vichinghi. E invece quegli elmi non hanno nulla a che fare con i vichinghi, comparsi nella storia solo molto dopo: i reperti trovati nella torbiera di Viksø risalgono al 900 a.C., e precedono quindi di circa 1500 anni l’epoca vichinga, che si sviluppa tra l’VIII e l’XI secolo.

Fin dall’epoca della loro scoperta, i ricercatori erano sicuri che quegli elmi fossero stati realizzati nell’età del bronzo (all’incirca tra il 1750 e il 500 a.C.), ma senza poter eseguire una datazione con il radiocarbonio – non affidabile sui metalli – non potevano azzardare una collocazione temporale più precisa. Solo nel 2019, l’archeologa Heide Wrobel Nørgaard nota dei residui organici presenti su uno dei corni: forse è catrame di betulla, probabilmente usato per far aderire piume decorative alle corna. L’indagine comunque porta a una datazione che colloca gli elmi intorno al 900 a.C, e sfata definitivamente l’idea “popolare” che quei copricapi potessero appartenere a guerrieri vichinghi.

La parte posteriore di uno degli elmi

Immagine di Nationalmuseet via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Ma l’importanza del nuovo studio non si esaurisce qui. Perché le decorazioni presenti sugli elmi – occhi e becco di un uccello rapace, oltre a un probabile piumaggio, e le corna taurine, riportano a una simbologia del sole diffusa in aree europee molto più meridionali rispetto alla Scandinavia, in particolare nel sud-ovest della penisola iberica e in Sardegna.

“Non è certamente una coincidenza – ci deve essere stata una sorta di connessione”, afferma l’archeologa Helle Vandkilde. Insomma, quegli elmi di bronzo stanno a dimostrare come già all’epoca ci fossero scambi commerciali – attraverso una rotta marittima che dal Mediterraneo arrivava alla costa atlantica – capaci di traghettare, oltre a merci di vario genere, anche nuove idee.

All’origine di tutto ci sono i fenici, popolo di commercianti e navigatori che, partendo dalle coste orientali del Mediterraneo, fondano basi marittime in tutta Europa. Nel caso degli elmi, la simbologia rimanda appunto all’Iberia del sud-ovest e alla Sardegna, dove sono state ritrovate statuette bronzee che portano sul capo copricapi assai simili a quelli di Viksø.

I Fenici, durante l’età del bronzo, portavano metalli pregiati in Scandinavia, povera di queste materie prime, e al tempo stesso idee e credenze religiose. Secondo Helle Vandkilde è la prova della

“prima globalizzazione basata sul commercio a lunga distanza di metalli, idee e beni di lusso”

Credito immagine: Thomas Bredsdorff/Museo Nazionale di Danimarca

Nel caso degli elmi cornuti, si trattava di copricapi rituali che nulla avevano a che fare con la guerra, ma che piuttosto erano simboli di un’autorità sia religiosa sia politica, appannaggio di una “nuova dinastia” che “usa il divino per affinare e legittimare il proprio potere”, in un’epoca di grandi cambiamenti orientati verso la concentrazione del potere.

Quegli elmi, sempre secondo i ricercatori danesi, non finiscono per caso nella palude, ma vengono lì sepolti nel corso di una cerimonia religiosa – forse un’offerta agli dei – adagiati su un supporto di legno di frassino.

Alla fine dunque, anche in Scandinavia come in molte regioni del Mediterraneo, l’età del bronzo appare una delle epoche più affascinanti della storia: per dirla con le parole dell’archeologo danese Fleming Kaul, “L’età del bronzo è molto più interessante dell’età vichinga”, senza nulla togliere al fascino delle saghe norrene…

Malgrado si sappia poco sui riti religiosi e sugli dei adorati dai popoli dell’età del bronzo nordica (1750-500 a.C.), i reperti archeologici dimostrano la presenza di un culto solare poi associato a divinità più specifiche che presentano attributi animali. Il tutto inserito in una società caratterizzata da una cultura fondata sull’etica guerriera.

Carro solare di Trundholm – 1400 a.C circa – Museo Nazionale di Danimarca

Immagine di Nationalmuseet via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Popoli bellicosi dunque, questi antenati dei Vichinghi, che però non combattono abitualmente fra loro, ma si scontrano con altre culture per mantenere il dominio sulle rotte commerciali, visto che sono già esperti navigatori.

E se la globalizzazione può sembrare un effetto recente della facilità negli spostamenti, la storia antica dimostra proprio il contrario: l’età del bronzo nordica ha strette analogie con le culture coeve dell’Europa centrale e con la Grecia di età micenea, almeno fino al 1100 a.C., mentre nel periodo più tardo si intensificano gli scambi commerciali con l’Iberia e con la Sardegna.

La “Pietà nuragica” o “La madre dell’ucciso”: straordinario esempio di bronzetto sardo – Museo Archeologico Nazionale di Cagliari

Immagine di Shardan via Wikimedia Commons – licenza CC BY 2.5

La Sardegna dell’epoca, quella dell’età del bronzo e della cultura nuragica, non era affatto isolata, ma coltivava intensi scambi commerciali con i paesi del Mediterraneo e, a quanto pare, con quelli delle coste atlantiche, come dimostrano anche i bronzetti sardi, peculiare rappresentazione artistica di quell’antichissima civiltà. Probabilmente oggetti di culto o ex voto – il loro ritrovamento è avvenuto principalmente in luoghi sacri – i bronzetti sono straordinarie testimonianze che dimostrano, in particolare nella riproduzione delle cosiddette “navicelle nuragiche”, l’attitudine alla navigazione delle popolazioni sarde dell’età del bronzo. Non per niente i temibili Shardana, uno dei misteriosi Popoli del Mare corresponsabili del crollo dell’età del bronzo, hanno origini nuragiche.

Navicella Nuragica

Immagine di Shardan via Wikipedia – licenza CC BY-SA 2.5

In questo contesto allora non è poi così stupefacente la straordinaria somiglianza di alcuni bronzetti sardi con gli elmi di Viksø, ma solo la dimostrazione che da sempre lo sviluppo delle conoscenze e della civiltà coincide con lo scambio e il confronto tra popoli diversi.

Eroe con quattro occhi e quattro braccia – Museo Archeologico Nazionale di Cagliari

Immagine di Sailko via Wikipedia – licenza CC BY 3.0


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