Nel counseling esistono diversi modelli e approcci. Di seguito cercheremo di sintetizzarli presentandoli in modo da fare chiarezza.
Il modello cognitivo-comportamentale
Il modello cognitivo-comportamentale viene introdotto negli anni Sessanta da Beck ed Ellis, due terapeuti statunitensi formati in psicoanalisi. Il secondo si stacca da questa e decide di creare un nuovo approccio, chiamato inizialmente “Rational Therapy” e successivamente “Rational Emotive Behaviour Therapy (REBT)”. Una forma di psicoterapia con tratti cognitivi-comportamentali, centrata sull’idea che i disagi a livello emotivo siano il risultato di false credenze e valutazioni distorte degli eventi che la mente dell’individuo crea. La REBT sostiene l’individuo in un processo di cambiamento attraverso un confronto attivo con le proprie convinzioni irrazionali, mettendone in discussione la validità logica ed empirica. Permette inoltre al paziente, ritenuto responsabile di questi disagi, di mettere in pratica quanto appreso durante ogni seduta.
Verso la fine degli anni Sessanta Beck crea un metodo adatto ai pazienti affetti da ansia e depressione notando un’evidente relazione tra pensieri, nonché valutazioni soggettive ed emozioni, comportamenti. Dato un determinato evento, le emozioni che possono nascere variano da persona a persona, a seconda della sua interpretazione. Per questo motivo è necessario essere consapevoli di come i nostri pensieri vengano influenzati e quali fattori, schemi automatici entrano in gioco. Successivamente possiamo individuare gli aspetti disfunzionali e adottare delle strategie per modificarli.
In seguito, negli anni Cinquanta nascono approcci, studi e ricerche basati sulla terapia cognitiva che si allontanano gradualmente dalla terapia cognitiva standard e dalla “Rational Emotive Behaviour Therapy (REBT)”. L’obiettivo dei suoi interventi è quello di risolvere problemi a livello psicologico, come ansia, depressione, isolamento sociale e altre situazioni di disagio. Il modello cognitivo-comportamentale si caratterizza per la capacità di mettere in relazione elementi cognitivi con quelli comportamentali ma non solo; ci aiuta a comprendere i pensieri, emozioni, comportamenti che non ci fanno stare bene e a modificarli. Secondo questo modello, infatti, non sarebbero gli eventi in sé a dare vita a situazioni problematiche, ma le rielaborazioni cognitive di ciascun individuo. Quindi, come lo si evince dal nome stesso, si va a lavorare sulla relazione tra gli aspetti cognitivi e quelli comportamentali. I pensieri danno vita alle emozioni, di conseguenza queste fanno scaturire determinati comportamenti che a loro volta possono rinforzare dei comportamenti disfunzionali in una sorta di circolo vizioso da cui appare difficile uscire.
Prima di dare vita a un intervento, è necessario che il terapeuta definisca insieme al paziente gli obiettivi della terapia in base alle esigenze del secondo e verifichi periodicamente i progressi e il raggiungimento degli scopi prefissati. Dopo questa prima fase “introduttiva” si passa nel fulcro dell’intervento, ovvero i due soggetti lavorano insieme sull’identificazione di pensieri, sentimenti, comportamenti che provocano disagio, adottano delle strategie per modificarli e riuscire a controllare le proprie emozioni.
Anche in questo approccio emerge il ruolo attivo del paziente, chiamato fin dall’inizio a collaborare con lo psicoterapeuta per individuare gli aspetti dolorosi e a impegnarsi a svolgere dei “compiti”, durante l’incontro e a casa, che gli permettano di dare un nome alle proprie emozioni, entrare in contatto con loro e cambiare determinati comportamenti.
Il terapeuta adottando il modello cognitivo-comportamentale lavora sul qui e ora, sui pensieri, sulle sensazioni che il paziente prova nella vita quotidiana, andando allo stesso tempo ad analizzare il passato per capire come si siano sviluppati determinati schemi, comportamenti e alcune abitudini che influenzano negativamente la sua quotidianità. Certamente, si tratta di un tipo di intervento che varia da persona a persona, perciò sarà compito del professionista, in collaborazione con l’individuo a decidere come intervenire.
Secondo alcuni studi, questo modello sarebbe efficace per risolvere diversi tipi di disagi legati all’ansia, sbalzi d’umore, depressione, disturbi alimentari come anoressia, bulimia, disturbi della personalità, psicosi, insonnia e disturbi sessuali. Come già detto in precedenza, ogni situazione necessita di un’attenta osservazione e un’attiva collaborazione tra psicoterapeuta e paziente.
L’approccio psicoanalitico
Oltre al modello centrato sulla persona fondato da Carl Rogers (di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente) e a quello cognitivo-comportamentale di Beck ed Ellis, troviamo diversi approcci tra cui quello psicoanalitico, psicodinamico, gestaltico.
Il modello psicoanalitico è un approccio terapeutico collegato alla comprensione dell’inconscio umano, per capire come funziona dobbiamo fare riferimento a Sigmund Freud e alla sua psicoanalisi. Innanzitutto, questa parola viene utilizzata per indicare lo studio dei processi mentali inconsci, il trattamento delle nevrosi e alcuni disturbi legati al comportamento. Dallo studio di pazienti psichiatrici unito alla collaborazione con Jean-Martin Charcot, neurologo francese, Freud pone le basi per la psicoanalisi e la relazione medico-paziente. Il suo obiettivo è quello di scoprire il significato di comportamenti che appaiono involontari, ma in realtà nascondono una spiegazione ben precisa. Verso la fine dell’Ottocento, è lo stesso Freud, dopo essersi occupato dell’interpretazione dei sogni ad allontanarsi dal metodo ipnotico per abbracciare quello psicoanalitico. Il contributo più importante lasciatoci da Freud è proprio il concetto di inconscio, così come l’impossibilità di controllare la realtà e alcuni nostri comportamenti perché “nascosti”. Egli distingue l’inconscio descrittivo, quando un contenuto psichico non è accessibile alla coscienza e inconscio topico in cui si trovano i contenuti rimossi. L’inconscio è qualcosa di dinamico che si manifesta attraverso sogni, lapsus; in esso risiede quel bambino che c’è in ognuno di noi. Freud parla inoltre di preconscio: quell’area che si trova tra il conscio e l’inconscio a cui è più facile accedere.
Il paziente durante le sedute di psicoanalisi viene chiamato, attraverso delle associazioni legate ai propri sogni, a portare alla coscienza i pensieri inconsci, che sono stati rimossi o nascosti. Nella psicoanalisi il ruolo dell’osservatore è passivo, mentre il paziente è chiamato a esprimere liberamente, pensieri, associazioni, immagini, qualsiasi cosa gli venga in mente sia positiva che negativa. L’analista deve interpretare quanto descritto dall’individuo facendo emergere gli aspetti inconsci e allo stesso tempo aiutarlo a risolvere conflitti ed eliminare situazioni che provocano disagio.
Anche in questo caso, l’intervento viene modificato a seconda delle necessità del paziente. Questo funziona se si trova la collaborazione di quest’ultimo, la volontà di conoscere sé stessi e cambiare quegli aspetti che creano disagio. È possibile curare disturbi di diverso tipo: ansia, depressione, disturbi alimentari, della personalità, difficoltà di tipo relazionale.
L’approccio psicodinamico
Accanto al modello psicoanalitico troviamo quello psicodinamico, essi sono infatti collegati. Il secondo fa parte della “metapsicologia”, l’apparato teorico della psicoanalisi, e raccoglie diverse correnti psicologiche basate sulla formazione della psiche e dei comportamenti. Utilizzando il termine “psicodinamico” possiamo capire che ci stiamo riferendo a qualcosa di dinamico, che cambia, dato il continuo scambio tra conscio e inconscio. A differenza del modello psicoanalitico, quello psicodinamico ingloba anche temi relativi alle relazioni con gli oggetti e il funzionamento delle pulsioni.
Questo approccio parte dal presupposto che il comportamento umano sia legato a un rapporto, spesso di conflitto, tra motivazioni, cause e altri aspetti inconsci, perciò, attraverso l’interpretazione è possibile individuarli e adottare delle strategie per risolvere le situazioni di disagio. L’inconscio quindi determina dei nostri comportamenti, influenza la salute mentale e quindi la vita quotidiana.
L’obiettivo del modello psicodinamico è quello di analizzare alcuni aspetti della vita dell’individuo, capire cosa l’abbia spinto a rivolgersi a un professionista, quali patologie ha e le difficoltà incontrate anche a livello relazionale. È quindi importante capire come il paziente valuta determinati eventi e quindi tutto ciò che rimane “nascosto” nel suo inconscio. Il soggetto ha un ruolo attivo in questo processo perché viene invitato a esprimere i propri pensieri, compresi quelli più dolorosi o che ritiene più imbarazzanti. Anche in questo modello la relazione riveste un ruolo fondamentale: il terapeuta assiste l’individuo liberandosi da qualsiasi forma di pregiudizio, ascolta attentamente ciò che gli viene detto, evitando di dare giudizi. In questo modo il paziente si sente accolto, ascoltato, libero, e ciò che si trova nell’inconscio viene gradualmente a galla. Una volta arrivati a questo punto, risulta più semplice adottare delle strategie per risolvere eliminare le patologie e iniziare il processo di cambiamento.
Come abbiamo visto, l’approccio psicodinamico si basa sulla psicanalisi, ma a differenza di questa prevede un intervento più breve, solitamente la sua durata viene stabilita a seconda delle necessità del paziente.
L’approccio gestaltico
L’approccio gestaltico prende il nome dal termine tedesco “Gestalt” che significa “forma”, “aspetto”, “figura”. Oggetto di studio per alcuni psicologi, è la percezione degli stimoli. Secondo diversi studi, essi sarebbero riconosciuti come una figura e non singolarmente. Si parla infatti di “gestalt incompiute”, delle situazioni in cui una figura o un modello è parzialmente mancante o non è completamente definito, ma la mente umana tende comunque a percepirlo come un tutto, completando automaticamente le parti mancanti sulla base di schemi cognitivi e di esperienze precedenti. Questo fenomeno dimostra la capacità della mente di organizzare, interpretare la percezione in modo da darle un senso in relazione all’ambiente circostante.
Nel 1952 Fritz Perls, psicoterapeuta tedesco, fonda a New York il primo Gestalt Institute, un centro che si occupa della formazione e della diffusione dell’approccio gestaltico combinando elementi di psicoanalisi, fenomenologia, esistenzialismo, zen.
Nel 1936 durante un Congresso di Psicoanalisi a Praga, Perls mostra il suo distacco nei confronti della psicoanalisi: essa sembra non dare importanza alla capacità dell’individuo di soddisfare i propri bisogni. Nel libro intitolato “L’io, la fame, l’aggressività” (1942), Perls presenta alcuni concetti che sono alla base dell’approccio gestaltico: l’attenzione radicata nell’esperienza del “qui e ora”, l’esplorazione attraverso il nostro corpo, la relazione autentica tra terapeuta e paziente, il riconoscimento e la valorizzazione del vissuto emotivo come guida nel processo terapeutico, una visione a 360 gradi della persona, che prende in considerazione gli aspetti fisiologici, psicologici, relazionali, il coinvolgimento dell’individuo, la consapevolezza dei suoi sintomi e la ricerca di un nuovo equilibrio.
Negli anni Cinquanta si diffondono i primi Gestalt Institute, gestiti dalla moglie Laura Polsner, psicologa, psicoterapeuta tedesca e Paul Goodman, scrittore, intellettuale americano. Perls si occupa della divulgazione di questo nuovo approccio. Durante i suoi viaggi si avvicina sempre di più all’arte e al teatro, conosce infatti la “consapevolezza sensoriale” di Charlotte Selver e lo psicodramma di Moreno. Essi danno un importante contributo all’approccio gestaltico che si diversifica in due percorsi: uno legato principalmente all’esperienza e al corpo; l’altro centrato sulla comunicazione verbale. Procede l’attività di divulgazione del metodo anche con la pubblicazione del volume “Gestalt Therapy Verbatim”.
La comparsa di questo modello sarebbe particolarmente legata allo studio dello sviluppo dentale: secondo Perls, quando spuntano i primi dentini, il bambino entra in una nuova fase della sua crescita. Inizia a usare la bocca per mordere, masticare, conoscere il cibo. Sputa, se qualcosa non gli piace. È un cambiamento che avviene sicuramente a livello fisico, ma anche relazionale: indica che il piccolo sta iniziando a relazionarsi con l’ambiente in modo diverso, imparando a essere selettivo, a prediligere alcune cose piuttosto che altre.
Secondo Perls ognuno di noi fin da piccolo possiede dell’aggressività, un’energia positiva che ci aiuta a crescere sia fisicamente che psicologicamente. Questa contribuisce inoltre alla costruzione della propria identità, all’abilità di manifestare e soddisfare bisogni e desideri. In questa prospettiva, l’aggressività si configura come una componente vitale dell’adattamento e della maturazione individuale.
All’interno dell’approccio gestaltico troviamo diversi concetti che ci aiutano a capire meglio di cosa stiamo parlando. Partiamo dall’“adattamento creativo”: il comportamento di un individuo deriva dalla sua capacità di adattarsi a una determinata situazione e quindi mantenere un certo equilibrio. Nel momento in cui si evidenzia una scarsa flessibilità ecco che allora l’atteggiamento si trasforma in patologia. Questo metodo inoltre tende a focalizzarsi sul processo mirato al raggiungimento dell’autorealizzazione.
La Gestalt parla di un coinvolgimento di diversi elementi come l’utilizzo del linguaggio per esprimere pensieri ed emozioni, il rapporto con l’ambiente esterno, lo sviluppo delle proprie abilità e la soddisfazione di alcuni bisogni, quella che viene definita “autoregolazione organismica”. Sono proprio le interazioni con gli altri e con l’ambiente che permettono all’individuo di creare una sua identità, crescere, raggiungere la propria autonomia, ma quando iniziano a esserci delle difficoltà, l’equilibrio viene a mancare ed è necessario l’intervento di un terapeuta.
Perls riprende alcuni concetti della psicoanalisi, ad esempio quello di “corazza caratteriale” di Wilhelm Reich, questa non è altro che un insieme di tensioni muscolari croniche che il corpo sviluppa come forma di difesa inconscia contro emozioni considerate minacciose, in particolare quelle legate alla sessualità e all’aggressività. La sua pratica terapeutica, attiva e coinvolgente, include il contatto fisico con il paziente per aiutarlo a prendere consapevolezza delle rigidità corporee e del loro legame con i blocchi emotivi. Fritz Perls, che è stato suo paziente, è rimasto fortemente colpito da questo approccio che influenzerà in modo significativo lo sviluppo della sua visione gestaltica del processo terapeutico. Inoltre, troviamo il concetto di campo e di percezione selettiva basati sulla Teoria del Campo di Lewin. Ogni individuo è coinvolto in un campo relazionale, in cui la percezione dell’ambiente è dinamica e selettiva. Lewin, applicando i principi della psicologia della Gestalt alla vita quotidiana, osserva che la persona si orienta nel mondo in funzione dei propri bisogni e obiettivi: ciò che percepisce dipende da cosa desidera, da quello di cui ha bisogno e dal modo in cui interagisce con il contesto. In questo senso, la percezione non è passiva ma attivamente guidata dai bisogni emergenti. In ambito clinico, ogni vissuto psichico è il risultato di una relazione in continuo divenire tra individuo e ambiente. Viene selezionato ciò che è utile al raggiungimento di quell’obiettivo, in un processo costante di problem solving orientato al ripristino dell’equilibrio interno.
La Gestalt oltre a riprendere il concetto di “corazza caratteriale” proprio della psicoanalisi, quello di campo e di percezione selettiva legati alla Teoria del Campo, ingloba alcuni contributi derivati dalla fenomenologia: la sospensione di giudizio circa l’interpretazione della realtà, la rappresentazione della realtà e la parità. Il compito del terapeuta infatti è quello di ascoltare e successivamente descrivere quanto riferito dal paziente durante la seduta. Non ci si può basare su categorizzazioni rigide, si tratta invece di un processo dinamico che si costruisce passo dopo passo.
Altri fattori su cui si basa l’approccio gestaltico provengono dalla fenomenologia esistenzialista e riguardano l’unicità di ogni individuo, la consapevolezza del qui e ora, quindi l’importanza delle esperienze concrete che avvengono nel presente. Il soggetto è artefice del suo percorso, responsabile dei suoi comportamenti, delle sue scelte, il tutto secondo un’interazione continua tra mente e corpo e coinvolgendo le emozioni che rendono ognuno di noi diverso dagli altri. Questo viene definito anche “contatto”, uno scambio continuo tra il paziente e l’ambiente che lo circonda. Entrare in contatto significa entrare in “relazione”, avere degli scambi, influenzarsi a vicenda e crescere insieme. A volte, però, questo rapporto va in crisi ed è compito della terapia gestaltica “ricomporre le fratture”, favorire la consapevolezza e la crescita personale.
Si conclude, il nostro approfondimento in merito ai modelli e agli approcci del counseling. Il nostro intento non è certo quello di essere state esaustive ma di aver contribuito a fare chiarezza rispetto al mondo del counseling che, ancora oggi, è spesso poco chiaro e oggetto di numerose controversie.
A cura di Haidi Segrada e Federica Mascheroni

