Gli Amanti di Valdaro: un Abbraccio che dura da 6.000 Anni

Gli Amanti di Valdaro furono scoperti nel 2007 e costituiscono una coppia di scheletri, appartenuti a un uomo e una donna, che ha fatto sognare milioni di persone in tutto il mondo. Oggi la loro sepoltura è visibile in una teca del Museo Archeologico di Mantova, visitata ogni anno da migliaia di persone, che fantasticano sulle storie che portarono questi due nostri antenati alla morte, uniti in un abbraccio indivisibile.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Fotografia di Matteo Rubboli:

I due individui sono sepolti in posizione rannicchiata, una pratica comune in Italia nell’epoca che va dal neolitico all’età del bronzo. Le analisi hanno consentito di scoprire molto riguardo le due persone sepolte. La femmina aveva fra i 16 e i 20 anni d’età quando morì mentre il maschio era leggermente più grande, fra i 18 e i 22 anni. Entrambi portavano con sé le conseguenze della denutrizione patita durante la crescita. I due erano alti poco meno di un metro e mezzo e i loro denti erano fortemente usurati, recanti anche tracce di ipoplasia (sviluppo ridotto).

Fotografia di Matteo Rubboli:

Adiacenti gli scheletri furono trovati anche alcuni utensili in selce, fra i quali due lame e una punta di freccia.

Fotografia di Matteo Rubboli:

I due furono sepolti nello stesso momento, e proprio la contemporaneità della sepoltura è la causa dell’adiacenza dei loro arti. I tessuti molli, dissolvendosi, fecero intrecciare gambe e braccia in modo da farli sembrare avvinghiati in un abbraccio romantico. Anche se “l’abbraccio” è quindi involontario, quella degli amanti di Valdaro è l’unica sepoltura bisoma (con due corpi) rinvenuta in Italia Settentrionale.

Fotografia di Matteo Rubboli:

I due “amanti” furono scoperti nel Febbraio del 2007, a ridosso del giorno di San Valentino, e per 7 lunghi anni rimasero confinati all’interno di una cassa di legno, esposti soltanto in occasioni speciali. Dal 2014 hanno trovato la loro collocazione definitiva presso il Museo Archeologico di Mantova, dove vengono mostrati al pubblico in una teca di vetro antisfondamento.

Vicino a loro si trovano altre sepolture di antichissimi abitanti di questa zona, un luogo che poi è stato teatro delle civilizzazioni etrusca, celtica e romana, ma che deve il suo nome alla leggenda della profetessa greca Manto. Il mito vuole che la donna, dopo la morte del padre Tiresia durante l’assedio di Tebe, iniziò a girovagare fermandosi solo nella zona dell’attuale Mantova, dove iniziò a piangere dando origine ai laghi che circondano la città. Oggi i tempi dei neolitici, delle profetesse greche e dei Romani sono lontani, ma il sito non ha perso la sua aura magica che si riflette lungo il corso del fiume Mincio.


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