I francesi dicono “à la guerre comme à la guerre”, volendo intendere che nella vita occorre “accontentarsi delle risorse che sono offerte dalle circostanze” (secondo la definizione dell’Enciclopedia Treccani). Facendo forse tesoro di questo motto, durante la Prima Guerra Mondiale proprio i francesi escogitarono un sistema di osservazione delle linee nemiche che utilizzava delle risorse già presenti lungo il fronte:

Gli alberi morti

Un disegno guida per realizzare un “albero camuffato”

La prima guerra mondiale fu un estenuante conflitto di trincea, durante il quale osservare le mosse del nemico era estremamente difficile.

Soldato britannico in una trincea a Gallipoli (Turchia) usa un periscopio per osservare il nemico

Immagine di pubblico dominio

Occorrevano postazioni sopraelevate e nascoste, che in qualche modo offrissero protezione ai soldati.

Un “albero camuffato”


Lungo la linea del fronte venivano individuati degli alberi, preferibilmente morti, che venivano sostituiti con finti alberi “corazzati”.

La costruzione di un “albero finto”

Detta così, potrebbe sembrare una soluzione di facile attuazione, ma in realtà il processo di realizzazione era lungo e complesso, perché tutto si svolgeva sotto gli occhi del nemico.

Il modello di un “albero finto ” in sezione

Innanzi tutti i tecnici dovevano individuare un albero morto vicino alla linea del fronte, che veniva fotografato nei minimi dettagli, misurato, e anche disegnato a mano libera da veri e propri artisti.

Partendo da questi dati iniziava il lavoro tecnico, che avrebbe realizzato una replica esatta dell’albero, delle stesse dimensioni ed esattamente con gli stessi rami, rotti o meno, e una simil-corteccia fatta di ferro verniciato, applicata su tutto il cilindro d’acciaio cavo che doveva accogliere uno o due soldati.

Per imitare la consistenza rugosa della corteccia, il ferro veniva spesso ricoperto di un tessuto ruvido composto da diversi materiali. Quando il finto albero era pronto occorreva posizionarlo senza destare sospetto nel nemico.

Un albero finto vicino a Souchez – Maggio 1918

Tutto avveniva di notte, magari con la copertura di un fuoco d’artiglieria: si sradicava l’albero vero e si “piantava” quello finto esattamente nello stesso punto, con l’accesso nascosto nella parte bassa del terreno.

Souchez – Maggio 1918


A quel punto, l’albero finto era pronto ad accogliere un soldato, che doveva arrampicarsi su una scala fissata all’interno del tubo di ferro per andare ad appollaiarsi su un sedile dal quale avrebbe osservato il nemico attraverso diversi fori, ma con l’ausilio di un telescopio, per rimanere al riparo.

Il primo albero finto piantato dagli inglesi Disegno di Solomon J. Solomon – 1916


Questa straordinario inganno fu ideato dai francesi, che poi passarono agli inglesi tutte le informazioni necessarie per realizzare i finti alberi. Dopo poco anche il nemico tedesco usò lo stratagemma, e con successo. Proprio uno dei finti alberi usati dai tedeschi della 3ª divisione in Belgio è sopravvissuto, ed è conservato a Canberra, all’Australian War Memorial.

Due ufficiali australiani osservano un albero finto usato dai tedeschi in Belgio

Fonte immagine: Australian War Memorial

Oggi possiamo parlare degli “alberi finti” come di un’interessante invenzione bellica, quasi come di una curiosità poco conosciuta, ma a ricordarci che la guerra è sangue, distruzione e morte ci pensano le firme trovate nell’albero camuffato dei tedeschi. Molti soldati lasciarono all’interno il loro nome autografo per ricordo; tra loro c’era un certo Federico Augusto Peck, ucciso in battaglia appena tre mesi dopo aver inciso il suo nome in quello strano albero in Belgio… gli altri, chissà?

L’utilizzo degli alberi venne parodiata da Charlie Chaplin nel film “Charlot Soldato”, di cui sotto possiamo vedere la clip:

Dove non diversamente specificato, la fonte delle immagini è Imperial War Museum (GB)

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.