Giuseppe Ferlini: il cacciatore di tesori che distrusse 40 piramidi nubiane

Ancora nei primi anni del ‘900, quando le ricerche archeologiche in Egitto appassionavano tutto il mondo, gli scavi venivano fatti in taluni casi in modo abbastanza approssimativo.

Come quelli condotti dall’archeologo britannico Edward R. Ayrton, che nel 1907 scoprì la tomba KV55, senza tenere un “diario” degli scavi e un elenco dei reperti trovati, mentre un via vai di persone faceva volare le foglie d’oro degli antichi oggetti. Insomma, non il massimo per un archeologo, ma niente a che vedere con il disastro compiuto da un personaggio capitato in Egitto in cerca di avventure, e poi di tesori, che provoca dei danni irreparabili a una quarantina di piramidi, nell’antica città di Meroë, in Sudan.

Vicino Oriente nel 200 a.C., con il Regno di Kush/Meroe e i suoi confini

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Meroë era la capitale dell’antico Regno di Kush, un fiorente stato nella Valle del Nilo, in Nubia, che per circa 500 anni (tra il 1550 e il 1070 a.C.) fu soggetto all’Egitto, dove però arrivò addirittura al potere con la cosiddetta dinastia dei “faraoni neri”.

Piramidi a Meroë

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Le piramidi nubiane, sparse nel territorio del Regno, sono molto successive a quelle degli antichi faraoni e, se pur evidentemente ispirate alle costruzioni egiziane, si distinguono per le diverse proporzioni. Un patrimonio archeologico dal valore inestimabile, se si considera che solo a Meroë ci sono i resti di oltre duecento piramidi, imponenti tombe di re e regine, ma anche di persone nobili e ricche.

Piramidi di Meroë nel 1821, disegno di Frédéric Cailliaud

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Nel 1821 il naturalista francese Frédéric Cailliaud viaggia attraverso Egitto e Sudan, e mappa scientificamente le piramidi di Meroë, che trova “in buone condizioni”, come dimostrano peraltro i suoi disegni. Purtroppo, pochi anni dopo, molti di quegli antichi monumenti funebri vengono distrutti da un medico/soldato/avventuriero italiano, Giuseppe Ferlini.

Piramidi di Jebel Barkal nel 1821 -disegno di Frédéric Cailliaud

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Giuseppe Ferlini non è conosciuto quanto i suoi contemporanei Johann Ludwig Burckhardt e Giovanni Battista Belzoni, avventurosi esploratori ai quali si deve, tra l’altro, la scoperta del tempio maggiore di Abu Simbel.

Forse il motivo risiede nel diverso approccio a un territorio allora quasi completamente sconosciuto, che Burckhardt vuole studiare approfonditamente, e per questo impara l’arabo, si avvicina alla religione islamica e trascorre due anni in Siria, proprio per comprendere la cultura mediorientale. Belzoni, che arriva in Egitto non attratto da un particolare interesse storico, ma per mettere in atto un progetto di ingegneria idraulica, resta completamente ammaliato dalle antichità del Cairo, ma anche da quella cultura così lontana dalla sua.

Molte delle prime scoperte archeologiche in Egitto si devono proprio a lui, e per quanto abbia usato tecniche di scavo rudimentali e invasive, che oggi sarebbero inaccettabili, non gli si può non riconoscere grande scrupolo e precisione. Un altro aspetto non di secondaria importanza, riguarda il suo disinteresse per i benefici economici che avrebbe potuto trarre dalle sue scoperte, tanto che finisce per rovinarsi a livello finanziario (si copre di debiti) pur di condurre le sue ricerche in autonomia.

Giuseppe Ferlini

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Giuseppe Ferlini è di un’altra pasta. Certo, ha un carattere avventuroso che lo porta a combattere in Grecia contro l’impero ottomano, e una voglia di trovare buone occasioni di guadagno che lo convince a trasferirsi in Egitto. La molla che lo spinge è però proprio questa: il desiderio di trovare ricchezza, prima cercando qualche vena aurifera, e poi i favolosi tesori sepolti nelle antiche tombe egizie.

Ferlini nasce a Bologna nel 1797, ma già a 18 anni se ne va da casa, perché mal sopporta la matrigna. Arriva a Venezia e poi raggiunge Corfù, luoghi nei quali ha probabilmente studiato medicina, o perlomeno acquisito un po’ di pratica. Nel 1817 è in Albania, dove entra a far parte dell’esercito (come medico) di Ali Pascià, che si era ribellato al sultano ottomano e aveva dato vita a uno regno indipendente che comprendeva l’Albania e la Grecia settentrionale. Nel 1822 il Pascià, per quella ribellione, ci rimette le penne, e Ferlini si sposta in Grecia, dove si unisce ai ribelli che lottano contro i Turchi e intanto si innamora e sposa una donna ateniese.

Nel 1825 deve scappare a Smirne poi, all’inizio del 1827, torna in Grecia, ma la morte improvvisa della moglie lo induce a tornare in Italia. Solo per poco in realtà, perché già a ottobre dello stesso anno è di nuovo in Grecia, a combattere (sempre come medico) per la causa ellenica. Visto che però i ribelli non gli pagano quanto concordato, alla fine del 1829 decide di partire per l’Egitto, dove il Pascià Muhammad ʿAli (considerato il padre del moderno Egitto), che aveva conquistato anche i territori dell’odierno Sudan, vuole far nascere uno stato moderno, dotato di una buona amministrazione civile e militare. L’occasione giusta per avventurosi tecnici come ingegneri, farmacisti, medici alla ricerca di una buona occasione.

Ferlini quindi arriva al Cairo, si arruola come assistente medico e dopo un anno è già capo di un reparto. Al seguito del 1° reggimento arriva a Sennar, in Sudan, dopo un faticosissimo viaggio di cinque mesi, durante il quale comunque conosce una donna, una schiava etiope, che diventerà la sua compagna. Il clima terribile e il corrotto comandante (che si appropria dei soldi destinati all’ospedale) lo inducono a chiedere un trasferimento in un’altra provincia, il Kordofan, dove le cose non vanno meglio: non si prende nemmeno con il comandante del posto e, se possibile, il clima è ancora più insopportabile.

Finalmente Ferlini trova un posto che lo soddisfa: viene destinato a Khartum, dove stringe buoni rapporti con il governatore, l’inglese Richard Guyon diventato Curshid Pascià (entrato al servizio del sultano, ottiene il titolo di Pascià pur rimanendo di religione cristiana).

Curschid apprezza Ferlini, che ha salvato con le sue cure la vita del figlio, e lo manda a cercare giacimenti d’oro nell’alta Nubia. Attraversando quei territori, dove ha modo di vedere l’antica Meroë, a Ferlini balena un’idea geniale: anziché cercare l’introvabile oro sottoterra, perché non tentare di trovare i tesori sepolti nelle antiche piramidi?

Insomma, la passione archeologica, che poi lui tenterà di addurre come motivazione, poco c’entra con il vero motivo della sue ricerche a Meroë. Associa al suo progetto un mercante albanese, un certo Antonio Stefani, con il quale avrebbe dovuto dividere a metà il ricavato dell’impresa. Ad agosto del 1834, una carovana con Ferlini, Stefani, le loro due mogli, e un gran numero di portatori e servi, parte all’avventura.

Dopo qualche tentativo andato a vuoto in un tempio e in una tomba dove trova solo dei cocci e un pesantissimo reperto di pietra ornato da geroglifici (vorrebbe tagliarlo per portarne via la parte incisa, ma non ci riesce), mentre uomini e animali cominciano a morire, Ferlini decide di cercare beni preziosi nelle piramidi di Meroë: inizia a demolire le più piccole, senza trovare nulla di valore, finché decide di dare l’assalto alla più grande (oggi conosciuta come N6, la tomba della regina Amanishakheto, che regnò all’incirca tra il 15 a.C. e l’1 d.C.), alta circa 28 metri e praticamente intatta.

La grande piramide N6 in un disegno del 1821 di Frédéric Cailliaud

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Il medico bolognese non prova ad aprire un passaggio in uno dei lati, ma decide di partire dall’alto, demolendo via via i 64 gradoni della piramide. In questo caso, la fortuna gli arride: trova presto la cella funeraria, dove c’è un sarcofago vuoto, coperto da un drappo bianco che, chiuso da quasi duemila anni, non appena sente un po’ d’aria fresca, diventa polvere. Ma non importa, perché lascia vedere il tesoro della regina, il suo corredo funebre, conservato in parte in un vaso di bronzo: braccialetti e anelli d’oro con pietre e smalti, cammei e vari amuleti.

Ciò che resta della piramide N6, dopo lo “scavo” di Ferlini

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Ferlini e Stefani, che non si fidano degli operai, nascondono i preziosi reperti in sacchetti di pelle, che portano alle loro tende durante la notte. Il mercante albanese vorrebbe ripartirsene subito, ma Ferlini si ostina a voler proseguire nella ricerca di altri tesori, trova ancora due vasi di bronzo, e prosegue la demolizione della piramide, arrivando quasi fino a livello terra, dove si apre il vestibolo ancora perfettamente integro: le pareti sono incise da geroglifici e magnifiche decorazioni. Una in particolare, una figura umana seduta su un leone, attira l’attenzione di Ferlini, che vorrebbe staccare le parti di pareti decorate, ma poi non ne fa nulla, perché capisce che non può trasportarle attraverso il deserto.

Braccialetto dalla tomba di Amanishakheto

Immagine di Sven-Steffen Arndt via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 2.0

Intanto, i due soci capiscono da alcuni segnali che qualche notizia sul ritrovamento del tesoro deve essere filtrata. Loro sono in due, mentre sul luogo degli scavi (per modo di dire) si sono riunite circa un migliaio di persone del luogo, fatto che non presagisce nulla di buono. Uno dei servi li avvisa infatti che si sta preparando un “tradimento”, così una piccola comitiva, composta dai due avventurieri, dalle loro mogli e da tre servi rimasti fedeli, scappano nottetempo con i cammelli, caricati con tutto quanto possono trasportare. Riescono ad arrivare sulle rive del Nilo, che discendono a bordo di una barca e raggiungono fortunosamente Il Cairo, dove peraltro infuria una pestilenza. Finalmente Ferlini si imbarca alla volta di Trieste, per poi raggiungere Bologna.

Corre l’anno 1836, con il quale si concludono le avventure dell’indomito medico. Inizia una fase nuova, quella della narrazione delle sue imprese, con la pubblicazione di un paio di relazioni (Cenno intorno alla raccolta etiope-egizia portata dalla Nubia in patria, con tavola e Cenno sugli scavi operati nella Nubia e Catalogo degli oggetti ritrovati) e di un diario, “Nell’interno dell’Africa”.

I gioielli trovati da Ferlini a Meroë

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Ma, soprattutto, iniziano le trattative per la vendita del tesoro: falliscono i tentativi con il direttore del Gabinetto Reale di Parigi, con il Granduca di Toscana e con il Vaticano. Alla fine, una parte dei preziosi reperti viene acquistata dal Re di Baviera, e oggi sono esposti a Monaco.
Per tentare di vendere la parte restante, Ferlini si reca a Londra, dove diventa suo agente addirittura Giuseppe Mazzini. Il British Museum non è interessato, perché giudica quei reperti dei “falsi”. Alla fine, li acquista il Neues Museum di Berlino.

In Italia rimangono solo delle copie (al museo egizio di Torino), un omaggio dello stesso Ferlini a Vittorio Emanuele II.

Parte dei monili conservati in Germania sono spariti alla fine della seconda guerra mondiale, e dei 155 reperti così avventurosamente trovati a Meroë, solo una cinquantina sono oggi ufficialmente catalogati nei musei di Berlino e Monaco.

L’ultima parte della sua vita, Ferlini la trascorre con un po’ di amarezza nel cuore, perché non si vede riconosciuto alcun merito, in particolare dalla sua città, Bologna, dove muore il 30 dicembre del 1870, nella completa indifferenza delle autorità comunali.

L’innegabile mancanza di ogni riguardo scientifico, che ha caratterizzato gli albori dell’archeologia, non è imputabile certamente solo a Ferlini: all’epoca, e per molto tempo ancora, gli scavi di personaggi assai più famosi di lui, dal contemporaneo Belzoni (che per la verità non è conosciuto quanto meriterebbe) a Heinrich Schliemann, fino agli archeologi britannici dell’epoca d’oro dell’egittologia (Carter compreso) hanno lavorato con metodi oggi considerati scellerati, per i danni che hanno provocato.

Tuttavia, forse solo Ferlini viene ricordato unicamente come il cacciatore di tesori italiano che ha distrutto 40 piramidi nubiane.

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.