Giulia Tofana è considerata la più famosa avvelenatrice seriale del Seicento, ma per alcune sue contemporanee fu probabilmente solo colei che seppe offrire una via di fuga da un matrimonio infelice o sgradito.

Nei secoli XVI e XVII, infatti, la condizione femminile era di forte subordinazione all’autorità maschile. E se nelle classi meno privilegiate le donne spesso lavoravano per integrare il magro bilancio familiare, nei ceti abbienti e nell’aristocrazia esse dipendevano anche economicamente dagli uomini, ed il matrimonio rappresentava l’unica scelta socialmente accettabile, a parte quella del convento.

Perdere la vita per una gravidanza era comune quanto i maltrattamenti, soprattutto nei ceti più umili, e c’era sempre il rischio di esser ripudiate, incorrendo nella pubblica disapprovazione. Vittime di matrimoni combinati con coniugi molto più anziani, impossibilitate a ricorrere al divorzio, in casi estremi le donne, spinte vuoi dalla disperazione, vuoi dal calcolo, cercavano di sbarazzarsi di un consorte indesiderato o violento in modo criminoso. È in questo contesto storico che Giulia Tofana visse e morì tragicamente.

Le scarne notizie biografiche suggeriscono che, in un certo senso, Giulia fosse una “figlia d’arte”: nacque infatti a Palermo verso la fine del Cinquecento, figlia o nipote di Thofania d’Adamo, giustiziata, il 12 luglio del 1633, con l’accusa di avvelenamento del marito Francesco.

La Pozione d’Amore, dipinto di Evelyn De Morgan del 1903:

E così, orfana e priva di mezzi, ma dotata di bellezza e intelligenza, dopo aver venduto il suo corpo per sopravvivere, nel 1640 la giovane Giulia decise di mettere a frutto le proprie competenze e, forse semplicemente perfezionando una formula materna, giunse alla creazione di quella che rappresentò la svolta della sua vita:

L’acqua tofana

L’acqua tofana, detta anche “acqua tufanica”, “acqua perugina”, “acquetta”, “acqua di Napoli”, oppure “Manna di San Nicola” era una pozione velenosa che le fonti descrivono come insapore, incolore ed inodore. Della miscela sono noti gli elementi chimici: arsenico, piombo e forse belladonna, ma non le proporzioni.

Il medico di Carlo VI d’Austria sosteneva che il contenuto dell’acqua tofana fosse: “una soluzione di anidride arseniosa in acqua distillata aromatica, addizionata con alcolato di cantaridi”, un componente altamente tossico, che veniva estratto da un coleottero.

Piazza Navona nel 1699, dipinto di Gaspar van Wittel:

Con ogni probabilità la scoperta della formula avvenne in modo fortuito, ma il risultato finale aveva una proprietà eccezionale: sebbene letale, la mistura poteva essere propinata alle ignare vittime durante i pasti senza destare sospetti. La pozione ideale per un delitto perfetto, insomma. Era essenziale, tuttavia, somministrare il veleno quotidianamente a piccole dosi, affinché la vittima morisse solo dopo alcuni giorni e non in modo fulminante. Accortezza, questa, che presentava anche il non trascurabile vantaggio di consentire che la vittima conservasse un colorito roseo.

Sull’acqua tofana Giulia costruì la sua fortuna, passando da un nucleo di clienti materni ad acquirenti in tutto il centro-sud Italia. Il “salto di qualità” della sua attività fu tuttavia casuale, e forse dovuto ad un passo falso, che rischiò di farla cadere nelle maglie dell’Inquisizione. Fatto sta che ad un certo punto Giulia abbandonò in fretta e furia Palermo, e insieme alla figlia Girolama Spera (secondo altre fonti sua sorella di latte), aiutata da un tal fra Girolamo, di cui era nel frattempo diventata l’amante, partì alla volta di Roma.

La Maga, dipinto di John William Waterhouse del 1911:

L’Urbe che si presentò agli occhi di Giulia era la città sfarzosa e decadente di papa Urbano VIII Barberini. La Tofana prese alloggio a spese dell’amante in una bella dimora nel rione Trastevere e, adattabile e brillante com’era, provò a lasciarsi alle spalle il passato: adesso indossava abiti raffinati, migliorava il suo linguaggio, ampliava la cerchia di amicizie.

Fu probabilmente durante la conversazione con un’amica romana che l’astuta cortigiana intravide la possibilità di un rilancio dei propri traffici palermitani.

Forse l’amica di un’amica, imprigionata in un matrimonio indesiderato, le fornì involontariamente lo spunto ed ecco che Giulia, improvvisatasi imprenditrice, offrì la soluzione:

C’era sì un modo per disfarsi del consorte, un modo semplice ed efficace, ma costoso

Procurarsi le erbe per la pozione non fu difficile, con un parente del suo amante frate speziale alla Minerva; ancor più geniale, tuttavia, fu la modalità di commercializzazione dell’acqua tofana. La pozione poteva esser venduta come trucco, in polvere, o poteva essere riposta in piccole bottiglie impreziosite da immagini di San Nicola di Bari. Chi avrebbe mai potuto immaginare che dentro un’innocente ampolla, gettata con apparente negligenza tra le tante altre lozioni e profumi su di un comò femminile, potesse celarsi un elisir letale?

Sotto, una bottiglietta del ‘600 con un’immagine di San Nicola di Bari:

Il successo fu immediato, e in breve tempo Giulia mise su un piccolo impero, divenendo ricchissima. Unica particolarità: la vendita del prodotto era quasi esclusivamente riservata a donne che si sentivano intrappolate in matrimoni sbagliati, categoria verso la quale, evidentemente, al di là del lucro, la siciliana provava simpatia.

La vita di Giulia a Roma scorse senza grandi scossoni per circa un ventennio fino alla nuova svolta, fatale: una moglie pentita fece il nome della venditrice da cui aveva acquistato il veleno, e la Tofana fu denunciata dal marito per tentato omicidio.

Il suo caso divenne molto popolare in città, e si aprì una caccia spietata alla presunta fattucchiera. A nulla valse cercare riparo in una chiesa: Giulia fu catturata ben presto e, sotto tortura, rivelò di aver venduto, ma solo nell’Urbe, veleno sufficiente a uccidere circa 600 uomini, tra il 1633 ed il 1651.

Nel 1659 la Tofana, giudicata colpevole, fu giustiziata a Campo de’ Fiori insieme alla figlia Girolama, agli apprendisti e a un certo numero di mogli accusate di aver avvelenato i mariti, che furono murate vive a Porta Cavalleggeri, nel palazzo dell’Inquisizione.

Campo di Fiori come appariva nel 1740:

Altre scamparono alla morte dichiarando che le polveri o bottiglie acquistate avevano uno scopo puramente cosmetico: nel Seicento, infatti, il collirio a base di bacche di belladonna era usato per conferire risalto e lucentezza agli occhi a causa della sua capacità di dilatare la pupilla, grazie alla presenza di una sostanza detta “atropina”.

Una difesa che poteva anche risultare convincente, soprattutto se accompagnata da una cospicua somma di denaro sottobanco…

La morte tragica di Giulia Tofana rese il suo personaggio leggendario, e alimentò l’archetipo letterario, caro alla sensibilità dell’Ottocento romantico, delle “grandi avvelenatrici” del Rinascimento.

Uno stereotipo che accostava l’immagine femminile di Giulia (o quella della più celebre Lucrezia Borgia) all’ammaliatrice che adopera il cibo come subdolo strumento di seduzione e di vendetta. Non a caso, pochi mesi prima della morte, Wolfgang Amadeus Mozart confidò alla moglie il sospetto d’essere stato avvelenato proprio con l’acqua tofana, il che testimonia quanto fosse ancora viva la fama della pozione due secoli dopo la scomparsa della sua inventrice.

L’ultima Ora di Mozart, dipinto di Henry Nelson O’Neil del 1860 circa:

Oggi, a distanza di quasi cinquecento anni, la figura di Giulia Tofana resta, per alcuni versi, enigmatica: chi fu veramente la siciliana? Un’avida cortigiana di dubbia moralità e di oscure origini che, armata solo di bellezza e talento, si destreggiò spregiudicatamente nella Roma papalina barocca? O, a suo modo, incarnò anche la ribelle che ristabilisce una sorta di equilibrio criminale in un secolo in cui le leggi le fanno ancora gli uomini e le donne, troppo spesso vittime di abusi e violenze, si aggrappano alla speranza contenuta in un “innocuo” flacone di vetro?

Sotto, un breve video tratto da un documentario inglese riguardo Giulia Tofana:

Giovanna Potenza
Giovanna Potenza

Giovanna Potenza è una dottoressa di ricerca specializzata in Bioetica. Ha due lauree con lode, è autrice della monografia “Bioetica di inizio vita in Gran Bretagna” (Edizioni Accademiche Italiane, 2018) e ha vinto numerosi premi di narrativa. È uno spirito curioso del mondo che ama viaggiare e scrivere e che legge avidamente libri che riguardino il Rinascimento, l’Età Vittoriana, l’Arte e l’Antiquariato. Ha una casa ricca di oggetti antichi e di collezioni insolite, tra cui quella di fums up e di bambole d’epoca “Armand Marseille”.