266: da quando, nel 33, dopo Cristo naturalmente, San Pietro diventa il primo papa della storia del cristianesimo, fino all’attuale Papa Francesco, tanti sono stati i papi della chiesa di Roma, e non è detto che a breve non vedremo il 267-esimo. Fra questi ce ne sono stati di umili, di generosi, di terribili e guerrafondai, tanti i lussuriosi, ma volendo stilare una classifica dei peggiori probabilmente lo scettro, anzi lo scranno di peggiore di tutti lo vince Giovanni XII, vissuto poco prima dell’anno 1000, che fra lussuria, scontro con l’imperatore e guerre ne combinò di tutti i colori.
Di lui disse l’imperatore Ottone: «Puer inquid est, facile bonorum immutabitur exemplo virorum.» «Il Papa è ancora un ragazzo e si modererà solo con l’esempio di uomini nobili.»
E di uomini nobili, all’epoca, era pieno, ma gli uomini che avevano davvero dei comportamenti nobili probabilmente si contavano sulle dita di una mano. E dunque conosciamo meglio Ottaviano dei Conti di Tuscolo, nato nel 937 e designato a diventare papa da suo padre, il princeps Romanorum Alberico di Roma, signore della città eterna.
Alberico fa un po’ il padrone a Roma, perché sua moglie è Alda, figlia del Re d’Italia, e sua madre è Marozia, di cui abbiamo parlato in un video dedicato, e insomma a Roma fa il buono e il cattivo tempo. Ma Alberico nel 954 sente che la fine è vicina. Suo figlio ha solo 17 anni e lui vuole assicurare a lui e alla famiglia il potere dopo la sua morte. Quel potere è messo in pericolo da Ottone di Sassonia, re dei Franchi, re degli italici, che aveva sicuramente delle mire sulla città di Roma e sull’Italia in genere.
Fa impegnare i nobili e il clero di Roma nell’elezione di Ottaviano al soglio pontificio, e quando muore Agapito II, pontefice dal 946 al 955, Ottaviano viene eletto Papa con il nome di Giovanni XII, il secondo della storia a cambiare nome dopo l’elezione.
Viene eletto, ma quell’elezione è malvista sin dal primo momento. Perché papa Simmaco, all’inizio del 500, aveva proibito di mettersi d’accordo sulle future elezioni del papa quando quello precedente era ancora in vita. E in più Ottaviano non era membro del clero, non aveva nessuna istruzione religiosa e animava le sue serate con piaceri della tavola e carnali, senza ritegno. Sul Liber pontificalis si legge “totam vitam suam in adulterio et vanitate duxit – Trascorse tutta la sua vita nell’adulterio e nella vanità”.
Ma le cose alla fine vanno come ha progettato Alberico: nel 955 Ottaviano diventa papa e il clero si adegua allo status quo. Giovanni XII, come nuovo papa, prosegue la politica paterna, ovvero conservare l’autonomia di Roma rispetto alle lotte di potere dei signori locali e del Re d’Italia, ma lo fa nel modo più sbagliato possibile: avventato e aggressivo, non supportato da forze militari sufficientemente preparate. Sì perché all’epoca, e per molti altri secoli ancora, il Papa si comporta come un qualunque altro capo di stato, e tenta di espandere il proprio dominio.
Vuole recuperare il Patrimonio Sancti Petri, ricevuto in dono dai sovrani carolingi nell’VIII secolo, ma poi tornato ai re d’Italia in seguito allo smembramento dell’Impero carolingio.
Passa un annetto dalla sua elezione e il diciannovenne Giovanni XII attacca Sigulfo di Benevento e Pandolfo di Capua. Insieme al marchese di Spoleto e al marchese di Toscana, attacca Capua e Benevento, ma non riesce a conquistare nulla.
Fallita l’impresa a sud, decide di tentarne una a nord, contro Berengario II conte di Milano, marchese di Lombardia, e poi re d’Italia. Anche a Nord non riesce a guadagnare alcun territorio, e così rivolge il suo sguardo all’estero, in cerca di una sponda che possa supportarne le ambizioni.
Nel 960 inizia la sua complessissima relazione con il re di Germania e degli italiani Ottone I, chiamato in causa perché Berengario aveva attaccato il marchese di Spoleto e alcuni territori dello stato Pontificio. Giovanni invia alla corte tedesca il cardinal diacono Giovanni e uno scriniario di nome Azzone, i quali chiedono l’aiuto del Re, gli ricordano che lui è Patricius Romanorum (protettore e difensore dei cittadini romani e della Sede di Pietro”) e gli offrono il titolo di Imperatore.
Ma Berengario come nemico non ha solo il papa. Insieme ai legati papali ci sono anche il Marchese Oberto I degli Obertenghi, l’arcivescovo di Milano, il vescovo di Como e altri notabili lombardi, quindi del nord Italia, tutti scontenti di lui.
Ottone risponde alla chiamata di Giovanni XII e nel 961 entra in Italia e depone Berengario, che si arrocca nella Fortezza di San Leo vicino Rimini. Il Re tedesco non si impegna ad assaltare la rocca e prosegue verso Roma.
Il 31 Gennaio 962 Ottone entra a Roma, dove giura fedeltà al papa e alla chiesa romana in qualità di suo difensore. Si impegna a riconquistare il Patrimonio di San Pietro, di far difendere al re d’Italia quei territori pontifici e di non interferire nelle questioni romane. In pratica il papa gli chiede autonomia in Italia, ma lo legittima di un potere universale fuori dal territorio pontificio. Ma anche Giovanni XII deve impegnarsi in un giuramento.
Ottone pretende che il Papa giuri fedeltà a lui e che si impegni a non allearsi mai con Berengario e suo figlio Adalberto.
Il 2 febbraio 962 Ottone diventa Imperatore. Alla cerimonia di incoronazione segue un sinodo nella Basilica di San Pietro. Il risultato ufficiale dell’assemblea è semplicemente la decisione di una fondazione di una sede arcivescovile a Magdeburgo, per evangelizzare i popoli slavi. Nulla di più.
Dal canto proprio Ottone emana il “Privilegium Ottonianum”, con il quale conferma le volontà dei sovrani carolingi riguardo le concessioni territoriali al pontefice, ma soprattutto stabilisce che l’elezione papale debba sempre avvenire con il consenso dell’Imperatore del Sacro Romano Impero o alla presenza dei suoi rappresentanti.
Uno storico definisce questo potere come oppressivo per i romani: «egli rapiva ai Romani quel diritto che essi in tutti i tempi avevano conservato come gemma preziosa, come atto unico di libertà cittadina, quello che nessuno dei Carolingi aveva osato di toccare»
Ottone ha giocato in modo eccezionale le proprie carte, ottenendo il veto sui papi del futuro, ottiene per sé le terre italiane in concessione a Berengario II, che in parte passavano formalmente allo stato pontificio ma che erano in uso a disposizione dell’Impero, e la corona imperiale, che lo accomunava a un sovrano come Carlo Magno.
Giovanni XII e i nobili romani non sono contenti. Si sentono oppressi da quel tedesco conquistatore, e ragionano di tornare sui propri passi. Quando Ottone II parte da Roma il papa scrive ad Adalberto, il figlio di Berengario, impegnato a organizzare una resistenza anti-tedesca a nord di Verona. Ottone non torna in Germania, rimane in Italia, e nel 963 raggiunge la capitale del Regno, Pavia. Lì gli portano le prove del tradimento di Giovanni XII, che forse – qui però inizia la narrazione ottoniana – si era persino messo in contatto con gli infedeli musulmani per spodestare l’Imperatore.
E poi ci sono i legati pontifici che sarebbero dovuti andare a Costantinopoli per sostenere la causa di Giovanni XII contro Ottone dall’Imperatore Romano. Sono il vescovo Leone di Velletri e il cardinal diacono Giovanni, che finiscono prigionieri a Capua. Ma i due non sono soli, li accompagnano il bulgaro Salecco, e Zacheo, cui il papa aveva appena affidato la missione d’Ungheria. Giovanni XII aveva consegnato loro delle lettere in cui si affermava che avrebbero dovuto aizzare l’Ungheria contro il Regno tedesco per destituire Ottone.
Il papa era diventato il fulcro di un sistema di alleanze anti imperiali che poteva compromettere l’autorità di Ottone non solo in Italia ma anche in Germania. Giovanni naturalmente smentisce le accuse, e a sua volta accusa Ottone di non aver mantenuto le promesse di difendere i territori pontifici, poi tenta di riappianare le cose con un’ambasceria di mediazione.
Durante questo scambio di lettere e di incontri diplomatici, a Roma arriva Adalberto, invitato dal Papa stesso. Il Re d’Italia in pectore viene accolto in città con grandi onori, degni del suo titolo, e così si compie esplicitamente il tradimento di Giovanni XII verso Ottone.
L’Imperatore decide di passare all’azione e di risolvere la questione. Nell’estate del 963 raggiunge San Leo, la assedia e imprigiona Berengario II, in sfregio ai patti sulla protezione e autonomia papale del Patrimonium Sancti Petri. Poi volge le sue truppe verso Roma. Giovanni XII lascia l’abito talare e mette l’armatura, ma la resistenza contro l’Imperatore è vana. Ha capito che il suo tradimento non è giustificabile in alcun modo e scappa, prima nel castello di Tivoli e poi in Corsica.
Il 2 novembre Ottone entra a Roma, ne prende possesso e si fa giurare fedeltà dagli abitanti. Poi, il 6 dicembre, convoca un concilio in cui Giovanni XII viene condannato per alto tradimento e deposto dal pontificato.
E’ in questo momento che nasce la figura di Giovanni XII come quella di un depravato, di un uomo dedito solo ai piaceri della carne, violento e sadico nei confronti del clero. La storia delle sue depravazioni le racconta Liutprando di Cremona, vescovo al servizio dell’Imperatore.
Dice esattamente: “Il cardinal Pietro testimoniò di averlo visto celebrare messa senza essersi comunicato. Giovanni, vescovo di Narni, e il cardinale diacono Giovanni, giurarono di averlo visto ordinare un diacono nelle scuderie, non in momenti consoni. Il cardinale diacono Benedetto, con altri diaconi e presbiteri, dissero di sapere che consacrò vescovi dietro pagamento, e che ordinò un bambino di dieci anni come vescovo di Todi. Dissero dell’adulterio che non vedevano con gli occhi, ma che sapevano con esatta certezza, cioè che ci fosse stato l’abuso della vedova di Raniero, della concubina del padre Stefania e della vedova Anna con sua nipote, e che avesse ridotto il sacro palazzo (del Laterano) alla stregua di un lupanare e di un prostibolo. Dissero che: si fosse dedicato pubblicamente alla caccia; che avesse accecato il suo padre spirituale Benedetto, che presto fosse morto; che avesse ucciso il cardinale subdiacono Giovanni, dopo averlo castrato; testimoniarono che avesse suscitato incendi, che avesse cinto la spada e che avesse indossato l’elmo e la corazza. Tanto i chierici quanto i laici tutti proclamarono che avesse brindato al Diavolo. Dissero che al gioco dei dadi avesse invocato l’aiuto di Giove, Venere e di altri demoni. Testimoniarono che non avesse celebrato i mattutini e le ore canoniche, né di essersi fatto il segno della croce”
In pratica è il diavolo in terra, ma è chiaro che tutto questo racconto abbia la funzione politica di mostrare il papa traditore come un depravato. La realtà probabilmente era diversa o non rilevante per l’epoca. La fine del 1° millennio è un momento in cui il papa può tranquillamente avere mogli, amanti, possedimenti ed eserciti senza che nessuno si scandalizzi. Insomma, è una cosa usuale. Tanto che i preti che hanno moglie o che vanno a donne vengono chiamati “Nicolaiti”, e solo 100 anni dopo sorgerà, in contrapposizione, la corrente dei Patarini, che vorrebbero i sacerdoti non sposati, non soggetti al commercio di cariche ecclesiastiche e così via. Sono pratiche che fanno tutti gli “uomini nobili”, quelle di cui parla Ottone, ma che messe per iscritto come accuse, insieme ad altre, fanno sembrare il papa un vero e proprio mostro.
Giovanni XII, che dalla Corsica riceve notizia di quanto sta accadendo a Roma, invia una minaccia ai padri conciliari: “Abbiamo sentito dire che voi volete fare un altro papa; se fate ciò, vi scomunico in nome di Dio Onnipotente, affinché non abbiate alcun permesso di ordinare e di celebrare l’eucaristia.”
I prelati non si interessano minimamente a Giovanni e continuano col loro lavoro, dichiarandolo decaduto dal pontificato ed eleggendo un nuovo Papa, Leone VIII.
Peccato che Leone non abbia i requisiti per diventare papa: è un laico, un fedelissimo servo di Ottone, e proprio per questo non è gradito al popolo romano, che comunque vuole avere voce in capitolo sull’elezione del papa.
Il primo problema viene risolto: nel giro di tre giorni tre vescovi – Sicone di Ostia, Benedetto di Porto e Gregorio di Albano – provvedono a ordinarlo sacerdote. Ottone lo fa eleggere il 4 dicembre, e il 6 viene intronizzato. Anche se sono tempi nei quali il papa viene scelto in base alle necessità politiche, il colpo di mano di Ottone è davvero troppo, come scriverà, nel 1800, lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius, che pure non ha nessuna simpatia per Giovanni XII, anzi lo paragona allo scellerato imperatore romano Caligola. Gregorovius scrive: “al suo comando [dell’imperatore] obbediva un sinodo che, per la prima volta, giudicava e deponeva un papa, senza pure ascoltarne le discolpe; indi esaltava a successore di lui un candidato dell’imperatore”.
E comunque Giovanni non ci sta: a gennaio, a Roma, scoppia una rivolta, in cui c’è il suo zampino. Lui avrebbe voluto la morte di Ottone e di Leone, ma l’imperatore riesce ad avere la meglio, e subito dopo parte per una spedizione contro Adalberto, che nel frattempo si è ritirato a Spoleto. Ma la pesante ingerenza dell’imperatore negli affari romani non è gradita ai romani stessi, che già a febbraio riaccolgono Giovanni in città, dopo aver fatto scoppiare una nuova rivolta.
Leone è costretto a scappare dal suo imperatore, e Giovanni non fa niente di meno di quello che, per l’epoca, ci si può aspettare da lui. Si vendica. Prima sui suoi due legati pontifici – quel cardinal Giovanni e lo scriniario Azzone citati prima – che si erano accordati con Ottone: ad Azzone viene amputata la mano destra e a Giovanni viene tagliato il naso, la lingua e due dita (e anche queste mutilazioni erano, all’epoca, una punizione frequente).
Poi, per fare le cose in regola, indice un nuovo concilio, per invalidare tutti i provvedimenti presi durante il sinodo precedente. Perché, in effetti, quei provvedimenti sono illegittimi, proprio perché il pontefice in carica non era presente. E quindi l’antipapa Leone VIII viene deposto e scomunicato, mentre due dei vescovi che lo avevano consacrato sacerdote devono fare atto di sottomissione a Giovanni. Il terzo, Sicone di Ostia, nel frattempo era scappato, e viene quindi scomunicato.
Ma la rivincita di Giovanni XII non dura a lungo: il pontefice si sente sotto pressione, perché teme, a ragione, un nuovo attacco di Ottone, che però tarda. Casualità intanto Giovanni muore, il 14 maggio del 964. E come muore questo papa così controverso? Beh, ci sono due versioni: una, data per buona da Gregorovius, parla di un colpo apoplettico, un ictus, che avrebbe colpito Giovanni, troppo provato da quello che era successo e che ancora doveva succedere. Poi c’è l’altra versione, quella del vescovo Liutprando (il sostenitore di Ottone), che parla sempre di un colpo apoplettico. La differenza sta nel contesto: Giovanni sarebbe morto mentre consumava un atto sessuale con una certa Stefanetta, moglie di un oste compiacente. Addirittura, le storielle su questa morte, che ovviamente è indegna di un papa, nel tempo si arricchiscono di particolari fantasiosi: l’oste sarebbe stato addirittura il demonio, che avrebbe gettato Giovanni giù da una finestra, come degna conclusione di una vita degenere.
Dove sta la verità sulla vita e sulla morte di Giovanni XII? Difficile dirlo, anche se in realtà, praticamente tue le fonti, coeve e successive, dipingono questo papa-ragazzo come del tutto inadeguato alla sua carica, troppo preso dai piaceri della carne. Insomma, la nomea di papa peggiore della storia sembra giustificata, ma noi concludiamo con le parole di Gregorovius: “Il figlio del glorioso Alberico cadeva vittima delle sue dissolutezze e altresì di quel dualismo che si accoglieva in lui, principe e papa ad un’ora medesima. Però la sua giovinezza, la origine che aveva da Alberico, i tragici contrasti della sua vita gli dànno qualche diritto ad una sentenza più mite; né la storia gliela rifiuta”.
Per dovere di cronaca, raccontiamo che alla morte di Giovanni XII viene eletto papa, dai Romani, Benedetto V. Ma interviene Ottone, che rimette sul soglio pontificio Leone VIII. E insomma, la situazione è strana, perché Leone è al tempo stesso un antipapa e un papa comunque legittimato dalla Chiesa Cattolica. E così andava il mondo, a quei tempi…
