Le poesie di Giovanni Pascoli, il X Agosto e La cavallina storna per citare due titoli, sono molto conosciute. Meno note sono le sue fotografie, che possono permetterci di gettare uno sguardo sulla sua vita quotidiana e privata. Giovanni Pascoli possedeva una macchina fotografica Kodak a soffietto, un modello del 1895, che usava per documentare aspetti della vita familiare e della campagna. La Kodak gli era stata regalata da amici e il poeta la usava da dilettante, infatti le sue foto mostrano una padronanza imperfetta della tecnica (ad esempio i soggetti a volte hanno il volto mezzo in ombra, oppure si vede nell’inquadratura la sagoma dell’ombra del fotografo).

Il passaggio dalla macchina fotografica a lastre di vetro a quella a rullino, quindi a un apparecchio più maneggevole e meno delicato, portò a una larga diffusione della fotografia negli ambienti borghesi: la fotografia diventò un passatempo alla moda, una sorta di gioco di società, e nelle occasioni più varie si scattavano e ci si scambiavano foto, magari corredate da didascalie e dediche scritte a mano. Pascoli si procurò anche tutto il materiale necessario per stampare le foto, ma ebbe qualche problema, tanto che scrisse a un amico che le sue stampe non lo soddisfacevano, gli sembravano troppo chiare e sovraesposte.

Le foto di Pascoli non sono quasi mai in posa, sono piuttosto istantanee, spesso in sequenza, con più scatti nello stesso luogo e nello stesso giorno. La caratteristica di questo modo di fotografare è la spontaneità e la freschezza: le fotografie hanno quella vitalità e quella gioiosità che spesso nelle poesie pascoliane è sopraffatta dal senso di morte.

I soggetti sono gli amici, la sorella Maria, il cane Gulì, i contadini e gli animali intenti ai lavori dei campi.

Sopra, autoritratto di Giovanni Pascoli in abiti da città e bastone da passeggio. Pascoli compare come autore con il nome latinizzato di Ianus Nemorinus scritto sul passpartout “OPUS AETHERII SOLIS ET IANI NEMORINI” (opera del sole eterio e di Giovanni Pascoli). Pascoli fu molto famoso come poeta latino, ma sembra che abbia utilizzato questo nome latineggiante solo come firma per le sue fotografie, forse in modo ironico.

Maria Pascoli, detta Mariù, sorella minore del poeta, gli sopravvisse a lungo e fu custode delle sue memorie: la casa (che mantenne intatta, rifiutando perfino l’istallazione dell’elettricità), gli oggetti e tutte le carte. Maria ebbe un attaccamento morboso e ossessivo per il fratello, parzialmente ricambiato. Questo attaccamento non fu interrotto nemmeno dalla morte, tanto che Maria volle che la tomba del fratello fosse collocata nella cappella della villa di Castelvecchio e fece fare nel sarcofago di pietra dei piccoli fori in modo da potervi infilare le dita e toccare la bara.

Maria Pascoli e Gulì in mezzo al grano. Gulì, nato da una levriera e da un bracco, è uno dei cani più fotografati dei suoi tempi. Egli entra in casa Pascoli il 4 giugno 1894, all’età di 5 mesi, e presto diventa un vero e proprio membro della famiglia, amato tanto da essere ammesso a consumare i pasti a tavola con i suoi padroni. L’affetto che Maria e Giovanni hanno per lui è tale che quando muore (a Castelvecchio il 21 gennaio 1912 alle ore 21.45), preferiscono dire che Gulì non esce più di casa perché è vecchio e stanco, anziché di divulgare una notizia tanto penosa. Gulì viene sepolto in giardino, sotto un monumento con una colonna classica disegnato dal poeta apposta per lui. Accanto si trova la nicchia con la sepoltura del merlo Merlino.

Maria Pascoli con le caprette, figlie della capra che aveva dato il latte per una nipotina, figlia di Ida Pascoli. Anche per queste caprette i Pascoli avevano un attaccamento che agli occhi dei contemporanei appariva strano ed eccentrico. Giovanni soffrì molto per il matrimonio di Ida, tanto che scrisse un componimento per le sue nozze, ma non andò alla cerimonia. Il rapporto triangolare Giovanni – Maria – Ida è stato oggetto di molte congetture: resta certo che avevano un legame ossessivo, soggetto a gelosie e a eccessi.

“Gulì avanti il mare Jonio 1899” didascalia scritta a penna da Giovanni Pascoli.

Anche se le foto di Giovanni Pascoli non sono perfette da un punto di vista tecnico, esse documentano le sue passioni e possono essere messe a confronto con le sue poesie.

Aratura. “Al campo, dove roggio nel filare/qualche pampano brilla, e dalle fratte/sembra la nebbia mattinal fumare,//arano: a lente grida, uno le lente/vacche spinge; altri semina…” (Arano, in Myricae)

Zi’ Meo durante la mietitura. In ricordo di questo “caro amico campagnolo” Pascoli scrive: “Usignol della nebbia, (…)//un uomo noi portiamo al camposanto,/che, come te, dimestico e silvano,/godea del poco e non sapea del tanto.” (Zi’Meo, in Nuovi Poemetti). Pascoli parla di Zi’ Meo anche nel poemetto Italy, infatti i protagonisti, Ghita e Beppe, sono due figli di Zi’ Meo emigrati in America e tornati per una visita ai genitori.

Un asino per le vie di Messina. Nelle poesie di Pascoli sono molto frequenti gli animali, i preferiti sono gli uccelli: rondini, passeri, pettirossi, civette. Ma probabilmente erano troppo difficili da fotografare con gli strumenti a disposizione di Pascoli. Più facile fotografare animali più domestici, come gli asini, le vacche e, ovviamente, il cane Gulì.

Una selezione delle foto è disponibile sul sito dell’Archivio della casa museo di Castelvecchio in cui Pascoli abitò dal 1895 fino alla morte, dalla quale sono tratte le immagini di questo articolo.

Paola Moro
Paola Moro

Vivo in un paese di campagna, dove l’orizzonte piatto fa sembrare il mondo senza confini. Insegno italiano e latino in un Liceo. Amo i gatti. Leggo qualunque cosa, cammino e d’inverno nutro i pettirossi. Scrivo per condividere ricerche, pensieri, curiosità.