Autunno, A.D. 1526. Ѐ notte fonda nella bassa mantovana. Il gelo attanaglia la terra e una sottile coltre di neve riverbera alla luce pallida della luna. Sulle rive del fiume Po, tra le località di Borgoforte e San Nicolò Po, si trova un accampamento imperiale. Tende, bandiere imperiali con l’aquila nera bicefala su campo d’oro, carriaggi, cavalli e rastrelliere cariche di picche e alabarde da sembrare enormi porcospini, il tutto ammassato attorno ai falò dei soldati. Vivandiere e prostitute discinte intrattengono e servono boccali colmi di birra ai lanzichenecchi, famigerati mercenari tedeschi. Bestie, più che uomini, si esprimono tra un rutto e l’altro con gli accenti gutturali di qualche dialetto germanico delle valli della Baviera o della Turingia.

Cantano, quei disgraziati. Di giorno sono temibili professionisti della guerra, ma la sera non sanno fare di meglio che cadere nel proprio vomito, stremati dall’ebbrezza alcolica, lasciando solo qualche sentinella a montare di guardia. Non sanno cosa sta per accadere. Sono tanto spavaldi che nessuno si immagina che la morte è acquattata nell’oscurità, a poche miglia dall’accampamento. Poi a poche centinaia di metri dalle tende.

Ѐ a cavallo e procede al passo per non farsi sentire

Ѐ una colonna di cavalieri senza fiaccole, silenti, con armature nere che non permettono il riflesso di alcuna luce. Niente tamburi o trombe per suonare la carica: a un cenno del comandante che li guida, gli uomini iniziano a spronare i cavalli dal passo al trotto e infine al galoppo, gridando come diavoli. In un batter d’occhio i mercenari tedeschi si ritrovano sotto il fuoco degli archibugi e i fendenti delle spade del nemico, disorientati e pietrificati dal terrore nel pieno della notte, completamente indifesi sotto quel fulmineo attacco.

Molti passano direttamente dalla sbornia e dal sonno alla morte

Quelli che tentano di resistere vengono crivellati dai pallettoni e dilaniati dai colpi di lancia e spada. Chi può si dà alla fuga. Le salmerie dell’accampamento vengono requisite o disperse, le tende e i carri dati alle fiamme.

Tutto ciò è opera del Capitano Giovanni de’ Medici e delle sue famigerate Bande Nere

Sotto, ritratto di Giovanni dalle Bande Nere, dipinto di Gian Paolo Pace:

Siamo nel pieno delle Guerre d’Italia. La Penisola è diventata una delle zone più calde dello scacchiere internazionale, sulla quale i grandi sovrani d’Europa si contendono il primato politico e militare. Gli oscuri intrighi della politica, sottesi ai conflitti armati tra alleanze di Stati, sono assolutamente spregiudicati. Le alleanze nascono e periscono nello spazio di una notte, piegate all’unico vero obiettivo: l’interesse del singolo Stato da perseguire a ogni costo.

Ci accontentiamo pertanto di delineare lo scenario di quel 1526. I grandi rivali sono il Re di Francia Francesco I, sovrano del paese più ricco e potente, e l’Imperatore Carlo V, che per motivi dinastici ha concentrato nelle sue mani un potere immenso, costituito dalla corona spagnola, dai domini asburgici e infine dal titolo imperiale. Di questa crescente influenza hanno tutti un grande timore, soprattutto il papa Clemente VII de’ Medici che ha formato la Lega di Cognac, alleanza militare con la Francia, le Repubbliche di Venezia e di Firenze e altri stati italiani minori.

Francesco I di Francia:

Carlo V dìAsburgo:

L’imperatore invia in Italia un’armata di circa 18.000 fanti al comando del Generale Georg von Frundsberg, principe austriaco di fede protestante, il quale ha determinato i suoi uomini allo sterminio dei preti, vantandosi di un cappio dorato, che tiene legato all’arcione e destinato, a suo dire, all’impiccagione del papa. I lanzichenecchi hanno ricevuto solo mezza paga e sono quindi ancora più avidi di bottino, e a parte schioppi e archibugi non hanno nessun pezzo di artiglieria.

A sbarrare loro il passo nella marcia verso Roma giungono il Generale Francesco Maria della Rovere, Duca di Urbino, comandante supremo dell’esercito pontificio, e appunto il Capitano de’ Medici. In un dispaccio del Signor Giovanni al suo superiore è contenuto il suo programma militare, una concezione di combattimento del tutto nuova rispetto alle convenzioni dell’epoca. Non essendo praticabile il tradizionale attacco frontale in campo aperto contro forze tanto superiori, l’unico modo efficace di combattere è quello di sfiancare le fila degli imperiali con scaramucce e colpi di mano, colpendole soprattutto nella logistica, depredando e disperdendo i carri della sussistenza dei soldati. Solamente per questa via è possibile ostacolare l’avanzata dei lanzichenecchi e gettarli in un qualche disordine.

Giovanni dalle Bande Nere. Dipinto di Cristofano dell’Altissimo:

Due sono le parole d’ordine delle Bande Nere: l’effetto sorpresa e la velocità d’azione. Colpire duro il nemico, colpirlo in fretta, quando meno se lo aspetta, per coglierlo disorientato e inerme.

Fino a tutto il XV secolo l’unità di combattimento fondamentale delle compagnie di ventura era la “lancia”: un cavaliere catafratto, in armatura completa, armato di lancia e spada e montato su un poderoso destriero da guerra, con al seguito uno scudiero e un valletto armato, entrambi a sostegno della carica del primo. Si tratta ancora della tattica tradizionale che puntava tutto sulla carica frontale per sfondare la linea avversaria. L’artiglieria era usata poco in campo aperto e principalmente negli assedi.

Ritratto di Francesco Maria della Rovere, Duca di Urbino – Uffizi, Firenze:

Nel XVI secolo, a fronte della rinnovata importanza della fanteria (i famosi quadrati misti di picchieri e archibugieri) e dell’utilizzo sempre più massiccio delle armi da fuoco, leggere e pesanti, anche in funzione antiuomo, Giovanni delle Bande Nere ha la grande intuizione di montare i suoi soldati su cavalli berberi, più bassi al garrese e più leggeri, adatti a veloci spostamenti. Gli uomini non indossano una pesante armatura completa, ma un modello più leggero e pratico, da uomo d’arme appiedato, il “corsaletto da piede”.

Corsaletto funebre di Giovanni delle Bande Nere, Salone della cavalcata, Museo Stibbert, Firenze:

È nata la figura militare specializzata del cavalleggero, armato non solo della consueta spada e del “lanciotto”(un tipo di lancia corta dall’utilizzo più disinvolto) ma anche di archibugio, in grado di scendere prontamente da cavallo, fare fuoco, risalire in sella e terminare l’assalto all’arma bianca. I cavalleggeri delle Bande Nere in tal senso sono i prototipi degli squadroni di cavalleria leggera tanto apprezzati negli eserciti moderni: in modo particolare essi sono gli antenati dei dragoni, temibili incursori a cavallo. Sono gli assi della guerriglia, del nuovo modo di combattere “all’italiana”, tanto efficace da decidere le sorti di una battaglia e per questo richiestissimi e pagati profumatamente.

Le Bande medicee sono formate dal loro giovanissimo capitano intorno al 1516 durante la guerra contro il ducato di Urbino per lo più da soldati toscani e romagnoli, provenienti da vallate appenniniche dove il lavoro non c’è e la fame è tanta, i quali si accontentano dunque di una paga iniziale bassa. Solo nel 1521, in occasione della morte del prozio Leone X de’ Medici, le insegne vengono listate a lutto perpetuo ed esse assumono il nome evocativo di “Bande Nere”, ancor più indovinato se si considera il colore delle armature.

Il Capitano de’ Medici ha fatto brunire il metallo di tutte le armature, per assaltare il nemico nel profondo della notte. I signori del tempo, impregnati di cultura cavalleresca, lo considerano per questo il peggiore degli scalmanati.

E scalmanato, Giovanni, lo è davvero

Nato a Forlì nel 1498 dalla contessa Caterina Sforza e da Giovanni “il popolano” del ramo cadetto dei Medici di Firenze, Giovanni sembra avere ereditato più il carattere combattivo e la tradizione guerriera degli Sforza, stirpe di grandi capitani d’arme, che l’attitudine alla politica e al compromesso tipica dei Medici. A Firenze, appena adolescente la sua indole rissosa e violenta lo porta a passare a fil di spada un suo compagno di baldoria guadagnandosi il bando dalla città. A Roma gli capita di entrare in grave alterco con il capo di un gruppo di armati degli Orsini, detto Brancaccio, che pare fosse un esperto spadaccino, lo affronta in duello sul ponte davanti a Castel Sant’Angelo e lo uccide, facendo scalpore. Davide che uccide Golia: negli anni a venire non può che decollare la carriera militare di Giovanni delle Bande Nere fino a togliere il sonno al Generale Frundsberg, il quale non desidera altro che togliere di mezzo quel “Gran diavolo” nella sua marcia verso Roma.

Statua di Giovanni delle Bande Nere, edicole degli Uffizi – Firenze. Fotografia di Jebulon condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

25 novembre 1526. Antiche Fornaci di Governolo, fuori Mantova. Nelle campagne innevate avanzano le Bande Nere fino ad arrestarsi a poche centinaia di metri dalle rovine delle fornaci: sono riuscire ad intercettare l’avanguardia imperiale che, dal canto suo, si prepara a riceverli. I lanzichenecchi spianano le picche e puntano gli archibugi. I pontifici, confidando nella mancanza di artiglieria avversaria continuano l’avanzata. Il fidato Colonnello Lucantonio Cuppano ordina ai cavalleggeri di disporsi in sella a due e continuare al passo, poi il Capitano de’ Medici sguaina la spada, abbassa la visiera della celata e dopo due raffiche di archibugio incita la carica.

Il monumento a Giovanni delle Bande Nere di Baccio Bandinelli in piazza San Lorenzo a Firenze. Fotografia di Sailko condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

I pallettoni dei lanzichenecchi si infrangono sulle corazze brunite provocando scintille, poi si odono inaspettatamente colpi di cannone. Giovanni si accorge di essere caduto in un’imboscata troppo tardi, ordina comunque la ritirata ma viene colpito a una gamba da una botta di falconetto. Questo nuovo pezzo di artiglieria è uno dei primi prototipi a retrocarica con culatta estraibile. Alcuni di questi pezzi erano stati segretamente donati all’esercito imperiale da Alfonso d’Este Duca di Ferrara e fatti arrivare in loco per via d’acqua. Qualche giorno dopo, ospitato a Mantova nel palazzo di Aloisio Gonzaga, il cerusico Abram tenta di salvargli la vita amputandogli la gamba ferita ma ormai la cancrena è in uno stato troppo avanzato. Giovanni delle Bande Nere muore ad appena 28 anni sul suo lettuccio da campo, come si conviene a un militare. Al suo capezzale vi sono la moglie Maria Salviati e il piccolo Cosimo, il quale diverrà il Granduca di Toscana Cosimo I de’ Medici.

Cosimo I de’ Medici, ritratto di Angelo Bronzino:

Tolto di mezzo il “Gran diavolo”, le truppe di Carlo V hanno la strada libera fino a Roma, che subirà il tremendo saccheggio del 1527.

Nicola Marchi
Nicola Marchi

Laureato in giurisprudenza, diplomato in archivistica, diplomatica e paleografia, già cultore della materia presso la cattedra di storia del diritto medievale e moderno all’Università di Bologna, appassionato di storia militare e storia del costume, pittore, umanista. Amo lo studio e la ricerca, le biblioteche e gli archivi storici, i musei, i viaggi. Cerco di trasmettere alle persone le mie passioni attraverso l'attività di divulgatore in collaborazione con Riccardo Dal Monte.