Giovanni Aldini: lo Scienziato italiano che ispirò il personaggio di Frankenstein

Victor Frankenstein è il visionario protagonista del romanzo di Mary Shelley “Frankenstein, o il moderno Prometeo”, anche se molto spesso è il “mostro”, frutto degli esperimenti dello scienziato, che viene identificato con il cognome del suo creatore.

La scrittrice inglese, che pubblicò una prima versione del romanzo nel 1818 all’età di 20 anni, disse di aver scritto il libro dopo un incubo notturno, nel quale essa stessa guardava uno studente, mentre dava vita ad una creatura simile al “mostro”.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

In copertina: Illustrazione satirica di Giovanni Aldini e ritratto di Mary Shelley del 1840 di Richard Rothwell, conservato alla National Portrait Gallery di Londra.

Mary Shelley e Boris Karloff nei panni del “mostro”:

Anche se l’idea del personaggio che simboleggia lo scienziato pazzo, non disposto ad accettare le regole della natura, fu suggerita alla scrittrice da un sogno, ci fu un personaggio reale che ispirò la figura di Victor Frankenstein: Giovanni Aldini, nipote del più famoso Luigi Galvani.

Giovanni Aldini

Giovanni, ancora bambino, probabilmente assistette agli esperimenti dello zio, che per oltre dieci anni aveva studiato gli effetti dell’elettricità sulle rane (morte), che contraevano le zampe se stimolate elettricamente. Galvani studiò la relazione tra elettricità e vita, mentre il nipote Giovanni tentò di portare alle estreme conseguenze le ipotesi dello zio, provando qualcosa di più eccitante: anziché continuare gli esperimenti sulle rane, tentò di stimolare i sistemi nervosi di animali molto più grandi, come pecore, maiali, buoi.

Sotto, illustrazioni di Aldini per la rianimazione dei cadaveri:

Le macabre prove di Aldini, che attiravano folle di curiosi, ebbero successo: gli impulsi elettrici trasmessi ai cadaveri facevano scuotere le teste degli animali, roteare i bulbi oculari, e muovere le lingue nella bocca.

Questi successi indussero lo scienziato ad “alzare il tiro”: tentare gli esperimenti, piuttosto raccapriccianti, con dei cadaveri di esseri umani, prelevati direttamente dalla pubblica piazza, dopo le esecuzioni capitali. Applicando degli elettrodi, collegati a una pila ad alto voltaggio, a teste umane mozzate, si provocava la contrazione dei muscoli facciali, e l’apertura degli occhi. Stimolando i corpi decapitati erano gli arti a muoversi e talvolta sobbalzava l’intero cadavere.

Gli esperimenti con i corpi decapitati non erano però soddisfacenti, perché quasi privi di sangue. Aldini, che in quei primi anni dell’800 si trovava a Londra, chiese ed ottenne il corpo di un uomo condannato all’impiccagione, un certo George Foster, vissuto nell’anonimato, ma divenuto molto famoso da morto.

Lo scienziato collegò gli elettrodi al corpo di Foster e accese la batteria. Davanti ad una folla attonita, il cadavere dell’uomo iniziò a tremare, i muscoli della faccia si contrassero, e l’occhio sinistro si aprì. Ad un certo punto sembrò quasi che la povera cavia iniziasse a respirare, mentre il cuore ricominciava a battere.

Alla fine, la batteria si esaurì e Foster tornò alla pace eterna, questa volta per sempre. Aldini considerò l’esperimento un fallimento, perché non era riuscito a riportare in vita l’uomo. In compenso provocò la morte, probabilmente per infarto, del suo assistente.

Sotto, l’illustrazione satirica della “rianimazione” di George Foster:

Mary Shelley era una bambina all’epoca, che ascoltò il racconto di quanto era avvenuto a Foster direttamente in famiglia, perché suo padre fu certamente amico di Aldini.

Difficile dire se l’incubo di cui parla la scrittrice sia arrivato per un subdolo ricordo di quei racconti o, viceversa, se il sogno le abbia riportato alla mente i raccapriccianti particolari dell’esperimento. Comunque sia, Giovanni Aldini fu l’uomo più simile ad un alter-ego reale di Victor Frankenstein, lo sfortunato protagonista del caposaldo della letteratura gotica mondiale. Per definire i tratti caratteriali dello scienziato più “folli”, Mary Shelley si ispirò probabilmente anche a Johann Conrad Dippel, alchimista tedesco vissuto fra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700, che lavorò all’interno del castello di famiglia che si chiamava, realmente, Frankenstein, “Pietra dei Franchi”.

Aldini pubblicò a Londra “An account of the late improvements in Galvanism“, volume dedicato ai suoi esperimenti con i cadaveri di esseri umani e animali, dal quale sono tratte le illustrazioni di questo articolo.

Sotto, un video in cui viene mostrata una versione in fiction degli esperimenti di Aldini:


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