Un mistero che pare un romanzo giallo, forse anche di più. Il delitto del conte Alvise di Robilant è un caso irrisolto maturato nell’ambiente dell’aristocrazia fiorentina. È mercoledì 15 gennaio 1997. Quello che sta traversando Firenze è un inverno particolarmente rigido. Le strade fredde alle 20 di sera sono già deserte.

Via della Vigna Nuova è una strada a pochi passi dall’Arno e dal Ponte alla Carraia. Una strada ricca di boutique e negozi di grandi firme, ma anche qui, in questa via elegante, i passanti, quella sera del 15 gennaio 1997, si contano sulle dita di una mano.

In via della Vigna Nuova, al numero 18, c’è un palazzo nobiliare, Palazzo Rucellai. La dimora è stata fatta costruire tra il 1446 e il 1451 dal ricco commerciante Giovanni Rucellai; a costruirla è stato lo scultore Bernardo Rossellino.

In un appartamento al terzo piano del palazzo vive il conte Alvise Nicolis di Robilant. L’uomo ha 72 anni, ama l’arte, la musica, l’antiquariato e la cultura.

Un nobile d’altri tempi

Alvise di Robilant è nato nel 1925, ha partecipato alla Seconda guerra mondiale e in seguito ha sposato una fotomodella americana, Elisabeth, dalla quale ha tre figli. Quando i due divorziano il conte inizia a frequentare molte donne senza però più sposarsi, e a dedicarsi sempre di più all’arte e alla cultura, le sue più grandi passioni. Fino agli anni ottanta è anche direttore italiano della Sotheby’s, una casa d’aste britannica.

La sera del 15 gennaio 1997 è in casa e sta suonando il pianoforte – altro grande classico da romanzo giallo – e le note dello strumento si diffondono nel gelo fuori dalla sua finestra.

Sorge l’alba ed è un nuovo giorno. È giovedì 16 gennaio. Intorno alle 16.30 la portiera Rosa Ingrisei sale al terzo piano per le usuali pulizie. Suona al campanello, ma nota che la porta è già aperta. Entra, chiama il conte ma non risponde nessuno. Attraversa il corridoio illuminato fino a entrare nel salotto. Lì, ai piedi del divano, coperto da una trapunta azzurra leggera c’è il corpo di Alvise di Robilant. La signora Rosa non può fare a meno di notare una chiazza di sangue rappreso che parte dal capo del nobile, nascosto sotto la coperta, e si estende sul tappeto. Poi altre macchie purpuree, sui quadri, sulle pareti, che più che macchie sono schizzi. Sì perché il conte è stato assassinato in una maniera animalesca, a bastonate, da qualcuno che era in piedi di fronte a lui. Dieci bastonate diranno i carabinieri intervenuti sul luogo.

Qualcuno lo ha colpito con un oggetto lungo di metallo fino a fracassargli il cranio e poi è scappato via

Chiunque sia stato ha lasciato molti segni del suo funesto passaggio: nella casa si trova un assegno da un milione e quattrocentomila lire, uno straccio buttato nel water, carte di credito; poi ancora un computer portatile con lo schermo rotto e un dipinto del XVII secolo, raffigurante San Girolamo, posto nella camera da letto della vittima, sfregiato nella parte centrale. Ma è un altro particolare a lasciare perplessi gli inquirenti: sulle tende di una finestra vi sono le impronte insanguinate di quattro dita.

Una finestra aperta al terzo piano dalla quale è impossibile fuggire

A primo acchito sembra un furto, ma un’analisi approfondita rivela che dalla casa del povero conte non manca nulla. Forse però qualcosa manca, qualcosa che avrebbe potuto compromettere l’impunità dell’assassino:

Un documento, un foglio di cui nessuno era a conoscenza

Si indaga su questa possibilità, ma non emerge nulla che possa avere la parvenza di un appiglio dal quale partire.

L’idea che sorge ai carabinieri che si occupano del caso è che la vittima e il suo carnefice si conoscessero. Non ci sono segni di scasso né alla porta né alle finestre, e quindi il conte deve aver aperto di sua spontanea volontà alla persona che l’avrebbe poi massacrato a colpi di spranga.

Quella sera il nobiluomo era atteso a una cena con altri esponenti della Firenze Bene, ma testimoni di Palazzo Rucellai affermano di aver sentito chiaramente il di Robilant in casa, intento a suonare il pianoforte. Anzi, un’inquilina sostiene di esser stata colpita anche dal modo insolito in cui suonava il conte quella sera, con uno stile pessimo rispetto ai suoi standard, come un dilettante alle prime armi.

L’interesse degli inquirenti si concentra sullo strumento, e salta fuori una circostanza che desta sconcerto: sulla tastiera non ci sono impronte, né quelle del conte, né quelle di nessun altro, come se non fosse stato toccato da nessuno. Eppure i testimoni ne sono certi: quella sera il conte di Robilant (o qualcun altro) ha suonato, male, malissimo, ma ha suonato.

Il mistero si infittisce

Si batte la pista del sottobosco dell’antiquariato, il commercio in nero di quadri che non possono essere venduti, e quella sentimentale. Il conte infatti è sia un mediatore degli scambi tra intenditori e venditori di opere d’arte, sia un uomo con tante relazioni con varie donne.

Parallelamente però si segue un’altra pista: quello degli incontri omosessuali. Il conte ha sempre avuto liaison con donne, come confermano amici e conoscenti, ma a dar credito a un’ipotesi omosessuale è il fatto che l’uomo viene ritrovato completamente nudo sotto la vestaglia che lo copriva al momento dell’omicidio. Il nobile era in casa propria, è vero, ma forse è troppo poco vestito per essere una sera di metà gennaio. Magari aspettava qualcuno; un qualcuno che, data la forza con il quale è stato colpita la vittima, potrebbe essere un uomo.

Sul cadavere del conte Alvise viene perciò effettuato un tampone faringeo, dal quale emergono segni di liquido seminale. Forse è la svolta: si tratta di un delitto passionale. Ma il successivo esame del DNA dice che quel liquido appartiene proprio al conte stesso. Bisogna ricominciare tutto da capo.

Il caso si ficca in un vicolo cieco dal quale non uscirà più

Un delitto misterioso: il conte di Robilant riceve una persona, forse due, certamente di sua conoscenza. Questo soggetto, dopo un diverbio con il conte, lo colpisce con violenza, fino a ucciderlo; poi con freddezza pulisce tutti i tasti del pianoforte (o forse a pensare a questo è l’eventuale complice), rompe il computer, sfregia il dipinto, fruga per casa in cerca di chissà cosa o soltanto per far credere a una rapina, si affaccia dalla finestra non si sa per quale ragione lasciando i segni delle dita insanguinate sulla tenda e poi svanisce nel nulla. Come un fantasma.

Nei tempi immediatamente successivi al suo compimento, il delitto di Robilant è stato messo in relazione con altri due avvenuti a Roma e uno a Perugia, tutti con modalità simili a quelli del conte. Tutte e tre le vittime dei successivi delitti erano uomini di cultura, e tutti sono stati tramortiti e poi uccisi con un lungo oggetto contundente. Soprattutto con il caso insoluto di Perugia, in cui a perire violentemente fu un restauratore della Soprintendenza, Piero Nottani di 50 anni, il caso di Robiliant trova tante e inquietanti analogie: entrambi trattavano opere d’arte, entrambi sono stati colpiti alla testa da qualcuno di loro conoscenza e sia il cadavere del conte sia quello del restauratore sono stati occultati come per un gesto di pietà dell’assassino verso la propria vittima. Che sia stata un’unica mano a compiere i delitti o forse esisteva un’organizzazione ben strutturata dietro il commercio in nero delle opere d’arte?

Dopo ormai 21 anni, il delitto del conte Alvise di Robilant è ancora irrisolto.

Categorie: Misteri

Antonio Pagliuso

Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si vede tra vent'anni come un moderno Mattia Pascal; mal che vada ripiegherà sul personaggio di Raskol'nikov. Autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".