Robert Capa è stato definito il “più grande fotografo di guerra della storia”. Certo, lui ha inseguito tutte le guerre combattute tra gli anni ’30 e ’50 del secolo scorso, convinto che fossero “un inferno che gli uomini si sono fabbricati da soli”. E in uno di quegli inferni, la Prima Guerra d’Indocina, muore nel 1954, saltando su una mina. Aveva 40 anni.
Ma come sarebbe stata la sua vita, inscindibile dalla sua attività di fotografo, se non avesse incontrato Gerda Taro? Nome poco conosciuto quello di questa giovane donna, che è stata però l’artefice della nascita (vera e propria) di Robert Capa, un fotografo americano frutto della fantasia, nato da un’idea di Gerda.
Gerda Taro, pseudonimo di Gerta Pohorylle, nasce in Germania nel 1910 in una benestante famiglia di origini ebraiche, che le consente di ricevere un’educazione liberale, sfociata poi in un attivismo anti-nazista quando, nel 1933, il partito nazional-socialista arriva al potere. Viene arrestata e portata in prigione, sorprendentemente impeccabile, con il viso truccato e i tacchi alti. Nel 1934 la sua famiglia decide di lasciare la Germania, per evitare le persecuzioni naziste. I genitori si recano in Palestina e i fratelli tentano di raggiungere l’Inghilterra, mentre lei sceglie come luogo d’esilio Parigi. Ha 23 anni, e non rivedrà mai più nessuno della sua famiglia. A Parigi, Gerta si arrangia con lavori da segretaria, ma è l’incarico come assistente per l’agenzia fotografica Alliance a cambiare il suo destino. Nel 1934 aveva incontrato un giovane fotografo, Endre Friedman, scappato dall’Ungheria per la sua militanza nel Partito Comunista, e poi dalla Germania per le sue origini ebraiche.
I due diventano inseparabili: lei bella, intelligente e dal carattere forte, lo trasforma nell’aspetto che era forse troppo trasandato, mentre lui le insegna tutto ciò che sa di fotografia.
Nel 1936 Endre Friedmann diventerà Robert Capa, ma attraverso uno strano processo, durante il quale entrambi venderanno le loro fotografie spacciandole come opera del fantomatico Capa.
Lo stratagemma frutta loro parecchi soldi, perché “l’americano” vende a cifre molto più elevate delle tariffe standard. La verità viene fuori in breve tempo, ma intanto i due sono diventati famosi. Friedmann mantiene lo pseudonimo di Robert Capa, mentre Gerta adotta quello di Gerda Taro.
Quando vanno in Spagna per seguire gli eventi della Guerra Civile, i due lavorano insieme, firmando le foto di entrambi con il marchio “Capa-Taro”, poi, all’inizio del 1937 la giovane donna decide di vendere le sue fotografie in modo indipendente.
Lei aveva rifiutato la proposta di matrimonio di Endre, e forse la loro storia d’amore si stava avvicinando al capolinea, mentre la loro carriera era in piena ascesa.
Gerda è una donna coraggiosa, che non arretra davanti al pericolo, anzi: segue i combattenti fin nel cuore delle azioni, talmente coinvolta nella guerra da essere apprezzata da tutti i militanti antifascisti (compresi gli scrittori Hemingway e Orwell), che la soprannominano “la pequeña rubia” (la piccola bionda).
Vende le sue foto con il marchio Photo Taro, a riviste come Regards, Life, Illustrated London News.
Diventa ancora più famosa quando, nel luglio del 1937, con le sue immagini dimostra la falsità della propaganda franchista. È la sola reporter presente a Brunete, a ovest di Madrid, e con le sue fotografie fa vedere al mondo intero che in realtà i repubblicani avevano costretto i realisti a ritirarsi.
Improvvisamente, le redazioni di tutti i giornali del mondo cercano di accaparrarsi le sue fotografie, ma lei, l’indomita “piccola bionda”, meno di tre settimane dopo è morta. Il 26 luglio 1937, mentre viaggia sul predellino di un’auto che trasporta dei feriti, viene schiacciata da un carro armato “amico”:
E’ la prima donna giornalista a essere uccisa su un fronte di guerra
Muore dopo un’agonia di ore, durante la quale non perde né lucidità né coraggio, anzi: chiede notizie delle macchine fotografiche e dei rullini.
Il 1° agosto del 1937, giorno del suo ventisettesimo compleanno, Gerda viene seppellita al cimitero parigino di Père-Lachaise, con centomila persone che seguono la bara, tumulata in una tomba disegnata dall’artista italiano Alberto Giacometti, mentre lo scrittore Pablo Neruda legge un elogio funebre.
Poi, l’oblio. Gerda Taro, una piccola nota nella sfolgorante carriera di Capa, inghiottita dalla soverchiante storia del compagno, il “reporter spavaldo che gioca a carte con Humphrey Bogart” (Helena Janeczek intervistata da Vanity Fair), e anche dalla tragica mole di fotografie della Seconda Guerra Mondiale, che improvvisamente resero il lavoro di Taro sorpassato dagli eventi.
Solo negli ultimi anni Gerda Taro è stata riscoperta, grazie a mostre e biografie. Ultimo in ordine di tempo, è il libro “la Ragazza con la Leica” di Helena Janeczek, Vincitore del Premio Strega 2018



