Gavrilo Princip: l’anarchico che fece scoppiare la Prima guerra mondiale

Per tutti è uno dei ricordi più vivi degli anni scolastici: la goccia che fece traboccare il vaso, il casus belli della Prima guerra mondiale. L’attentato di Sarajevo è una delle pagine di storia più conosciute anche ai non addetti ai lavori o semplici appassionati, anche per chi non ha più riaperto un libro di storia dopo aver concluso gli studi.

Era una domenica di prima estate quel 28 giugno 1914, un giorno destinato a entrare nella storia. Sotto il cielo di Sarajevo, finalmente azzurro dopo alcuni giorni di maltempo, la cittadinanza fremeva per la visita dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia Chotek von Chotkowa, sposata con matrimonio morganatico. L’arciduca era figlio di Carlo Ludovico d’Asburgo-Lorena, fratello dell’imperatore d’Austria e Ungheria Francesco Giuseppe I d’Austria, e primo erede alla corona dopo il suicidio del cugino Rodolfo (fatti di Mayerling) e la morte del genitore nel 1896. Erano giorni speciali per la coppia, perché si era nella settimana in cui avrebbero festeggiato i quattordici anni dalle nozze, avvenute precisamente il 1° luglio 1900.

Non arriveranno vivi al giorno dell’anniversario.

Francesco Ferdinando e Sofia al loro arrivo a Sarajevo la mattina del 28 giugno

Fotografia di sconosciuto condivisa via Wikipedia con licenza CC0

La visita dei dignitari a Sarajevo prevedeva diverse tappe; la prima, l’arrivo nella stazione cittadina, dalla vicina Ilidze, dove la coppia aveva trascorso la notte precedente. Sui loro volti, sorridenti dinanzi alla folla acclamante e al rumore dei cannoni a festa, si avvertì però presto una certa tensione: giunti a Sarajevo, infatti, erano stati avvertiti che l’umore locale non era dei più distesi e che sarebbe stato meglio tenere alta la guardia. Un allarme che agitò la coppia, ma che nessuno colse nella sua vera misura.

La sera prima si erano ritrovati in una taverna della città bosniaca anche sette ragazzi, tutti esponenti della “Giovane Bosnia”, un movimento panslavo fondato su idee di stampo anarchico e nazionalista. Tra questi c’era Gavrilo Princip, un giovane a cui mancava un mese per compiere vent’anni. Gavrilo era nato infatti il 25 luglio 1894 a Obljaj, un villaggio a ovest di Sarajevo dove il padre svolgeva il mestiere di postino. Povero e tisico fin dall’infanzia, il giovane studiò prima a Sarajevo e poi a Belgrado dove si avvicinò ai movimenti di tipo ultranazionalistico, il primo passo verso l’ingresso nella “Giovane Bosnia”.

Gavril Princip in una foto durante la prigionia a Terezín

Fotografia di sconosciuto di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Quella sera le mani di Princip e degli altri anarchici furono armate con delle pistole e delle bombe, messe a disposizione da un ente ben più importante e articolato della “Giovane Bosnia”: la cosiddetta “Mano nera” (in serbo “Crna ruka”), una società segreta nata in Serbia nel 1911 con un obiettivo molto chiaro, quello di unire tutti i popoli serbi sotto la stessa bandiera, a cominciare dai serbi della Bosnia ed Erzegovina che dal 1908 erano passati sotto il Regno austroungarico. La società era guidata da Dragutin Dimitrijević, un militare che già nel 1903 si era macchiato dell’assassinio del re serbo Alessandro I Obrenović e di sua moglie Draga.

L’obiettivo era eliminare l’erede al trono: l’arciduca Francesco Ferdinando

L’auto sulla quale quella mattina del 28 giugno 1914 viaggiavano i due nobili, una Gräf & Stift 28/32 PS Double Phaeton nera, cominciò a percorrere il lungofiume Appel, parallelo al Miljacka, il fiume che serpeggia in Sarajevo, ma pochi minuti dopo la partenza, incrociò le mani armate di uno degli affiliati alla “Giovane Bosnia”, Nedeljko Čabrinović, che non appena vide a tiro il mezzo con a bordo l’arciduca e la consorte lanciò contro loro una granata fornitagli dalla “Mano nera”. L’autista riuscì ad accorgersi di quel che stava accadendo e accelerò cosicché la bomba sfiorò soltanto l’obiettivo e finì sotto un’altra vettura del corteo, ferendo l’aiutante di campo dell’arciduca.

L’avvertimento dato poche ore prima aveva trovato fondamento, era stato appurato che qualcuno stava cercando davvero di attentare alla vita degli eredi al trono, ma, incredibilmente, non fu ordinato il repentino ritorno a casa, cosicché la parata, seppur ridimensionata, continuò. Nessuno immaginava che il tentativo di Čabrinović era soltanto il primo di un progetto di morte ben più complesso, che prevedeva anche degli inconvenienti.

Inconvenienti come il mancato bersaglio del primo attentatore e come il mancato coraggio del secondo, Cvjetko Popović, che, avendo assistito al fallimento di Čabrinović e alla sua fuga rincorso da forze dell’ordine e gente comune pronta al linciaggio, gettò la pistola in un angolo e fece mestamente ritorno a casa.

Un altro inconveniente fu quello che portò la Gräf & Stift 28/32 PS Double Phaeton nera con a bordo gli eredi al trono a cambiare il percorso stabilito. Così, prima del tempo, i nobili raggiunsero il municipio di Sarajevo dove ad attenderli c’era Fehim Čurčić, il sindaco della città, contro cui l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando protestò con durezza.

La terza staffetta del piano di sangue ordito dalla “Giovane Bosnia” e dalla “Mano nera”, che oramai pareva avviarsi verso il fallimento, era Gavrilo Princip, il ragazzo di Obljaj che, intuendo che qualcosa fosse andato storto, si mosse dal Ponte Latino, il luogo in cui, secondo programma, avrebbe dovuto attentare al “tiranno”, e seguì il corteo che si dirigeva sparpagliato dal lungofiume e dal corso Voivoda verso la sede del municipio.

L’assassinio a Sarajevo dell’Arciduca Francesco Ferdinando erede al trono d’Austria e di sua moglie (La Domenica del Corriere)

Fotografia di Achille Beltrame di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Princip non seppe come comportarsi e quindi andò a cercare gli altri membri del commando nella strada vicina, via Re Pietro, per avere delucidazioni, quando, improvvisamente, poco dopo le dieci e mezza, vide materializzarsi il profilo della Gräf & Stift con sul muso il biglietto per entrare nel grande libro della Storia – pare che l’autista, di ritorno dall’incontro tra l’arciduca e il sindaco e diretto alla residenza del governatore, avesse sbagliato strada o avesse imboccato una via alternativa per evitare la folla. Vedendo la vettura venirgli contro, il giovane non ci pensò su due volte, estrasse la pistola che aveva nella giacchetta – una Browning M 1910 calibro 7,65 – e fece partire due colpi, terribilmente precisi: uno diretto al collo di Francesco Ferdinando e uno contro il petto di Sofia.

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Un resoconto di quegli attimi viene raccontato da Joachim Remak nel libro “Sarajevo”: “Quando la macchina stava facendo inversione (per tornare alla residenza del Governatore ove la coppia imperiale sarebbe stata soccorsa) un rivolo di sangue uscì dalla bocca dell’arciduca e fu a quel punto che la duchessa esclamò: ‘Cosa diavolo succede!? Cosa ti è successo?!’ e cadde quindi sulle ginocchia del marito morendo”.

Il decesso degli eredi al trono avvenne poco dopo, attorno alle undici.

Gavrilo Princip tentò di togliersi la vita subito dopo l’attentato, sia con una capsula di cianuro sia con il revolver che aveva in mano, ma fu prontamente bloccato dalla polizia e condotto nella prigione militare di Sarajevo, dove pian piano lo raggiunsero tutti gli altri cospiratori.

Gavrilo Princip scortato dalle forze di polizia subito dopo l’attentato

Fotografia di sconosciuto condivisa via Wikipedia con licenza CC0

Il processo agli esponenti della “Giovane Bosnia” – di cui faceva parte e con un ruolo preponderante anche Ivo Andrić, futuro scrittore e Nobel per la Letteratura nel 1961, non presente però all’attentato – si svolse nel seguente mese di ottobre. Grazie alla sua età a Gavrilo Princip fu risparmiata l’esecuzione capitale – vietata per chi non avesse ancora compiuto il ventesimo anno d’età –, ma fu condannato a vent’anni di carcere duro, la massima pena per un ragazzo della sua età.

Il concitato arresto di Princip nei momenti subito successivi all’attentato

Fotografia di sconosciuto (archivi serbi) di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Sconterà poco della pena, perché il 28 aprile 1918, deluso dall’esito della Grande guerra che lui stesso aveva contribuito a far scoppiare e dalla sconfitta dei serbi, morì nell’infermeria del carcere di Terezín, nell’attuale Repubblica Ceca, a causa di complicanze derivanti dalla sua tisi; perlomeno questa fu la versione ufficiale, perché nei pochi anni di detenzione Princip subì continue violenze perpetrategli dai carcerieri.

Processo contro gli affiliati alla “Giovane Bosnia” (Gavrilo Princip è seduto in prima fila al centro)

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Fotografia di sconosciuto – Vojkan Trifunović di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Il proiettile che uccise l’arciduca Francesco Ferdinando è oggi conservato nel castello di Konopiště, in Repubblica Ceca, mentre il revolver utilizzato da Princip è in mostra al Museo di storia militare di Vienna. Il museo conserva anche la vettura sulla quale si trovavano gli arciduchi al momento dell’attentato, l’uniforme macchiata di sangue di Francesco Ferdinando e la chaise longue sulla quale fu adagiato l’erede al trono austroungarico nel tentativo inutile di salvargli la vita.

L’auto sulla quale viaggiavano l’Arciduca d’Austria e la consorte al momento dell’attentato

Fotografia di Alexf – opera propria condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 3.0

Oggi è aperta al pubblico la piccola cella del carcere di Terezín in cui Gavrilo Princip scontò la condanna prima di morire. Le salme degli arciduchi furono inumate nella cappella del Castello di Artstetten, in Bassa Austria, all’epoca di proprietà proprio dell’arciduca Francesco Ferdinando, mentre Gavrilo Princip fu tumulato nel cimitero di San Marco di Sarajevo.

Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si occupa di editoria e giornalismo. È vicepresidente di Glicine associazione e rivista, autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".