Cominciamo questo pezzo con una premessa: ci stiamo avventurando su un terreno minato. Qualsiasi conclusione si possa trarre da questa storia in cui non ci sono eroi ma soltanto persecutori e vittime sarà una conclusione del tutto arbitraria, frutto della sensibilità e del vissuto di ciascuno di noi.

Partiamo da un evento recente: il 14 maggio 2017 comincia il mandato di Emmanuel Macron come presidente della Repubblica Francese. Anche se ha vinto con ampio margine il ballottaggio con Marine Le Pen, la sensazione di molti è che sia stato scelto da gran parte degli elettori soprattutto perché rappresentava il meno peggio tra i candidati. I mass media sembrano infatti più interessati alla sua vita privata che al suo programma politico: in particolare, al fatto che è sposato con una sua ex insegnante, Brigitte Trogneux, che ha 24 anni più di lui (quando è stato celebrato il matrimonio, nel 2007, lui aveva 30 anni e lei 54). Viene reso noto che la loro relazione cominciò nel 1994, quando Macron aveva solo 16 anni, che i suoi genitori (viene da una facoltosa famiglia di medici) gli fecero cambiare liceo per allontanarlo da Brigitte ma lui, una volta raggiunta la maggiore età, si ricongiunse a lei, nonostante fosse ancora ufficialmente sposata all’ex marito e madre di tre figli (due dei quali più grandi di Macron).

Alcuni giornali commentano, in tono quasi sempre ironico, “È la vendetta di Gabrielle!”

Chi non è francese, o è troppo giovane per ricordarsene, forse, si domanda chi sarà mai questa Gabrielle. Gabrielle Russier è una donna che ha vissuto una vicenda analoga a quella di Brigitte Trogneux, che però è finita in tragedia.

Ritratto (postumo) di Gabrielle Russier

Immagine di LaHarpie via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Anche se, da sempre, esistono relazioni tra giovani uomini e donne più grandi di loro, non di rado stabili, per qualche oscura ragione, nel mondo, c’è sempre qualcuno che le vede come un tabù. Tanto più quando l’uomo è molto giovane.

Forse dipende dal fatto che spesso gli uomini giovani vedono le donne più mature come “trofei” la cui conquista attesterebbe una loro superiorità rispetto ai coetanei che se la fanno con le ragazzine. In realtà, per pensare questo, occorre essere parecchio immaturi e avere significativi problemi di autostima personale. Ma è comunque possibile che, al di là di tutto, anche della stessa volontà dei soggetti coinvolti, due persone si innamorino senza far caso a ciò che racconta l’anagrafe. Magari non succede tanto spesso, ma succede.

In letteratura, il tema dell’amore tra il ragazzo adolescente e la donna più grande si è presentato tardi, ma di solito con un buon successo. Spesso si tratta di romanzi con una forte componente autobiografica, come il celeberrimo “Il diavolo in corpo” di Raymond Radiguet o come il meno noto (ma non meno significativo) “Gioco pericoloso” dell’inglese Robert Westall, apprezzatissimo autore per la gioventù, che decise però di pubblicare solo postumo (nell’anno stesso della sua morte, il 1993) questo romanzo. Un altro importante romanzo francese sul tema è “La cattiva strada”, opera giovanile del futuro sceneggiatore cinematografico Sébastien Japrisot, in cui la donna, più grande del suo amante, è addirittura una suora. Delle opere di Radiguet e Japrisot ci sono anche versioni cinematografiche di successo.

Anche la storia di Gabrielle Russier è diventata un film, dal titolo un po’ banale “Morire d’amore”, che nel 1971, in Francia, diede la polvere perfino al successone hollywoodiano “Love Story” nella classifica dei film più visti. Benché i critici lo considerino troppo inquinato da inutile sentimentalismo, offre una prova memorabile della brava Annie Girardot e lancia il giovanissimo Bruno Pradal, un ottimo attore destinato a morire in un incidente a soli 42 anni. In Italia il film non è famosissimo, ma in tanti conoscono la (bellissima) canzone scritta da Charles Aznavour per la sua colonna sonora, che ha lo stesso titolo.

La vicenda umana di Gabrielle Russier si consuma nell’arco di un periodo piuttosto breve, ma denso di cambiamenti. La donna, nata nell’aprile del 1937 da una famiglia borghese, sembra crescere senza particolari grilli per la testa. Mentre è ancora studentessa, sposa un ingegnere, ha due figlie gemelle da lui, lo segue in Africa dove lui si trasferisce per lavoro, poi ritornano in Francia. Il matrimonio arriva al capolinea, il marito è un egoista e un prepotente, i due divorziano e, in mezzo a tutte queste vicissitudini, Gabrielle termina gli studi universitari umanistici e intraprende il complesso percorso accademico che, nella Francia del tempo, porta a diventare insegnanti. Tra corsi universitari, incarichi e tirocini, intorno al 1967, finisce a insegnare al Lycée Nord di Marsiglia e qui si trova davanti un volto familiare.

Lui si chiama Christian Rossi, è nato nel gennaio del 1952 ed è figlio di una coppia di docenti universitari che conoscono da sempre la famiglia di Gabrielle, l’hanno avuta come allieva e, in questa veste, l’hanno anche apprezzata molto, al punto che è stata spessissimo ospite a casa loro.

Gabrielle, come insegnante, è distante anni luce dal modello del professore cattedratico che sembra provenire da un altro pianeta rispetto agli studenti. I ragazzi la seguono entusiasticamente e lei li frequenta anche fuori scuola. Nel tempo libero, gruppi di studenti delle sue classi vanno al cinema e in gita con lei, vanno a casa sua (vive in un appartamento con le sue due figlie, che la ricorderanno sempre come una madre presente e attenta), ascoltano i suoi dischi, prendono in prestito i suoi libri, discutono con lei di tutto.

Christian tutto sembra, tranne che un quindicenne: è molto più alto dei suoi coetanei, porta la barba ed è abbastanza indipendente da andarsene in vacanza da solo, facendo l’autostop, con la benedizione dei suoi genitori. Potrebbe avere tutte le ragazza che vuole, ma le trova banali, anche quelle bellissime. Invece, a lui piace davvero solo quella trentenne dai capelli corti che sembra anche lei un’adolescente, anche se non la si può certo definire una bellezza irresistibile. Ma, come abbiamo detto, a Christian, le bellone interessano poco: da una donna, in una relazione, vuole qualcosa di più. E si mette in testa che questo qualcosa glielo possa dare solo Gabrielle.

In fondo, quante volte succede?

Quanti adolescenti, senza averlo mai confessato pubblicamente, hanno pensato la stessa cosa? Gli psicologi sostengono che, in una certa fase della vita dell’uomo, l’interesse per una donna più grande possa rappresentare un importante elemento di maturazione, un fattore decisivo per emanciparsi dalla dipendenza materna. Questo, a livello di crescita interiore, ma è raro che certe fantasie approdino alla realtà.

Invece, questa volta, le fantasie diventano realtà, perché dall’altra parte sta succedendo la stessa cosa. Gabrielle non ha una semplice predilezione per Christian, come può capitare a tutti gli insegnanti che hanno allievi particolarmente capaci, o maturi (o, talvolta, semplicemente troppo fragili, o troppo soli): Gabrielle è innamorata di lui.

Il 1968 è l’anno della contestazione giovanile e, in Francia, questa contestazione è particolarmente intensa. Gli echi del “maggio francese” non si sono ancora spenti neanche oggi, dopo oltre mezzo secolo. Gabrielle va in piazza a manifestare insieme ai suoi studenti, cosa che del resto fanno anche molti altri giovani insegnanti, neolaureati e laureandi, determinati a cambiare un sistema educativo che giudicano (a ragione, anche se poi i cambiamenti apportati in seguito alla contestazione raramente saranno davvero validi) rigido, obsoleto e classista. Ci va anche Christian, di nuovo con la benedizione dei suoi genitori, che sono persone aperte e moderne e incoraggiano anche Gabrielle a non tirarsi indietro.

Questo, fino a quando si rendono conto, alla fine dell’anno scolastico, che la giovane professoressa va a letto con il loro figlio. Perché va bene la modernità, va bene l’apertura mentale, va bene la libertà, vanno bene i cambiamenti, va bene tutto, ma il figlio è figlio, è “piezz ‘e core” e guai a chi lo tocca. Così, da un momento all’altro, Gabrielle se li ritrova contro. Vietano a Christian di rivederla e progettano di trasferirlo in un’altra scuola, nel successivo anno scolastico. Anche se poi, in estate, lo lasciano libero di girare l’Europa in autostop e, a loro insaputa, Gabrielle lo segue e lo incontra in Italia e in Germania.

Al ritorno dalle vacanze Christian, anziché andare a casa, se ne va a vivere da Gabrielle

Il ragazzo ha 16 anni e mezzo e, nella Francia del tempo (fino al 1974) si diventa maggiorenni a 21. I genitori si rivolgono al giudice minorile in quale, con molto buonsenso, capisce come stanno le cose, convoca le parti e propone un compromesso: Christian cambia scuola, non frequenta più Gabrielle ma possono scriversi; a nessuno dei due è vietato incontrare l’altro, purché gli incontri siano autorizzati dalla famiglia Rossi: intanto il ragazzo diventerà maggiorenne e potrà decidere liberamente cosa vuole fare.

Però Christian non ce la fa ad aspettare più di 4 anni, anche perché sembra che Gabrielle non si faccia più viva. In realtà, la donna gli scrive regolarmente, ma i genitori intercettano le lettere e le distruggono. Quando scopre questo, Christian esplode: prima minaccia il suicidio e poi scappa di casa, andando a vivere da un amico. Quando i genitori sanno che Gabrielle lo ha rivisto, la denunciano per sequestro di persona e appropriazione indebita di minorenne.

In seguito, riguardo quest’ultima fattispecie di reato, diversi giuristi hanno osservato che le norme relative, nella genericità della loro formulazione, non tengono conto della realtà su cui vanno a intervenire. In un ordinamento penale, tali norme hanno un senso soprattutto per proteggere donne minorenni dagli abusi di uomini maturi, mentre le condizioni per poter parlare di abuso, nel caso in cui il minorenne sia l’uomo e il soggetto maturo la donna, non sono altrettanto certe, per via della diversa percezione, nella società, di entrambi i sessi. In altri termini, anche se questa può sembrare un’interpretazione sbilanciata del diritto, in realtà, non fa altro che prendere atto del sessismo già presente nella società per affermare che lo stesso illecito non può essere trattato alla stessa maniera se a commetterlo sono uomini o donne.

A Gabrielle capita la sfortuna di imbattersi in un giudice istruttore all’antica, Bernard Palanque, che la spedisce immediatamente in galera, nel dicembre del 1968. In seguito a un’istanza di Christian presso il giudice minorile, Gabrielle viene rilasciata dopo soli 5 giorni di detenzione. Il giudice minorile stabilisce anche che restano valide le condizioni precedenti e, poiché a far saltare l’accordo sono stati i genitori, non consegnando le lettere al ragazzo, Christian può non tornare a casa e stabilirsi in un collegio, dove ha la ritirata alle 19. Stavolta Christian si mette sotto seriamente e riprende anche la scuola, recuperando le settimane perdute.

Ma i genitori lo rivogliono a casa e ottengono la possibilità di farlo sottoporre prima a una visita e poi a una terapia psichiatrica in una clinica, durante la quale il ragazzo viene tenuto sedato nell’ambito di una “cura del sonno”. Dopo tre settimane, lo spediscono dalla nonna con la scusa che deve “riposare”. Durante il trasferimento, però, Christan scappa e si rivede con Gabrielle, poi si nasconde presso altri amici. Intanto, tra l’aprile e il giugno del 1969, Gabrielle si fa altri 50 giorni di galera dopo essere stata arrestata per non aver voluto rivelare dove si trova Christian.

Sebbene abbia tutti i titoli in regola per occupare quel posto, nello stesso giugno del 1969, l’università di Aix-en-Provence le rifiuta un impiego da assistente per il quale si è candidata.

La denuncia penale dell’anno precedente ha fatto il suo corso e, il 10 luglio 1969, Gabrielle finisce a processo davanti al tribunale di Marsiglia, evento documentato anche dalle televisioni. I testimoni si spendono inutilmente a raccontare le sue qualità professionali e la sua condotta integerrima al di fuori di questa storia: il pubblico ministero, con scientifico accanimento, chiede che sia condannata a 13 mesi di reclusione, non a caso, perché è in preparazione un’amnistia per tutti quelli che sono condannati a pene fino a 12 mesi. La corte capisce che è troppo e, anche se la condanna lo stesso, si limita ai 12 mesi che non la escludono dall’amnistia, più una multa di 1500 franchi e un risarcimento simbolico di 1 franco alla famiglia Rossi.

Potrebbe finire così, ma a qualcuno la condanna sembra troppo mite. Il procuratore generale Marcel Caleb, un rigido conservatore, impone al pubblico ministero Jean Testut (che invece è incline ad accettare il verdetto) di presentare appello. Gabrielle deve ricevere una condanna tanto pesante da andare in galera ed essere esclusa a vita dall’insegnamento.

Il processo d’appello si terrà ad Aix-en-Provence in ottobre. Ma, già durante il processo, forse per effetto della detenzione di primavera, Gabrielle è caduta in depressione. Minaccia il suicidio, i suoi genitori la fanno ricoverare in una clinica psichiatrica di Boulin, vicino Tarbes, in Occitania. Qui, sembra che si calmi. Ma il 31 agosto sparisce.

La ritrovano nel suo appartamento di Marsiglia, il giorno dopo, il 1° settembre. Ha preso un’abbondante dose di sonniferi e ha infilato la testa nel forno dopo aver lasciato aperto il gas. Il procuratore Caleb può dirsi soddisfatto:

Gabrielle Russier non insegnerà mai più

La notizia fa molto meno scalpore del processo. La televisione non la dà nemmeno.

Il suo funerale è celebrato da un giovane pastore luterano che successivamente si farà cattolico, Michel Viot, che dice: “Ci sono condanne che, per alcuni, sono comunque condanne a morte. Chi si occupa di giustizia non deve dimenticarlo mai”.

Lo stesso Viot ospiterà Christian dopo che questo è scappato dal manicomio in cui i genitori lo hanno fatto rinchiudere quando lo hanno ritrovato.

Due anni dopo, nel 1971, Christian rilascerà un’intervista al “Nouvel Observateur” in cui denuncerà con parole dure la persecuzione subita da Gabrielle. Fu fatta passare per una seduttrice di ragazzini, dice, da gente che non aveva (e non voleva avere) la minima idea dei sentimenti che ci univano.

Dopo questa storia, Christian Rossi non è più tornato in famiglia. Ha terminato il liceo, ha fatto il militare, si è laureato, è diventato insegnante, come Gabrielle.

Il 22 settembre 1964, il presidente eletto Georges Pompidou, in un’intervista radiofonica, a una domanda su Gabrielle, cita i versi di Paul Éluard sulle donne che dopo la guerra subirono ogni umiliazione pubblica con l’accusa di essere state collaborazioniste dei tedeschi (da notare che Éluard era comunista e aveva partecipato attivamente alla Resistenza):

“Capisca chi vorrà capire

Io il mio rimorso fu

l’infelice rimasta

sul lastrico

la vittima ragionevole

con il vestito strappato

lo sguardo di bambina smarrita

deposta sfigurata

quella che somiglia ai morti

che sono morti per essere amati”.

È solo un caso ma Éluard era anche uno dei poeti prediletti di Gabrielle. C’è un’altra sua poesia collegata a questa vicenda:

“Questo piccolo mondo assassino

È puntato sull’innocente

Gli toglie il pane di bocca

E dà la sua casa alle fiamme

Gli prende le vesti e le scarpe

Gli prende il tempo e i figli

Questo piccolo mondo assassino

Confonde i morti con i vivi

Assolve il fango, grazia i traditori

La parola trasforma in rumore

Grazie mezzanotte dodici fucili

All’innocente rendono la pace

E tocca sempre alle folle

Sotterrare quella sua carne

Sanguinosa e il suo cielo nero

E tocca alle folle comprendere

Quanto debole è chi assassina.”

Le lettere che Gabrielle scrisse durante i periodi che trascorse in carcere sono state raccolte in un volume uscito nel 1971, che porta proprio questo titolo: “Piccolo mondo assassino”.

Il 25 novembre 1969, il quotidiano “Le Monde” riporta la notizia che una petizione è stata consegnata al nuovo ministro della Giustizia, René Pleven, per denunciare l’accanimento “da Santa Inquisizione” di cui è stata oggetto Gabrielle Russier: tra i firmatari, in mezzo a molti nomi noti della cultura francese, spiccano i biologi premi Nobel Jacques Monod e François Jacob. Forse qualcosa comincia a cambiare, ma ci vorranno ancora decenni per arrivare a Brigitte e Macron.

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.