Uomini, donne e bambini in fuga si andavano ammassando lungo il fiume Danubio, nei lontani confini settentrionali dell’Impero Romano. Alle loro spalle un nemico feroce, l’esercito dei terribili Unni, comandati dal Re Octar.

Era il 376 d.C, e i fuggiaschi appartenevano a due tribù germaniche di quella vasta coalizione che conosciamo come Goti.

Guerrieri Goti

Immagine di pubblico dominio

Goti che da più di un secolo davano filo da torcere ai Romani premendo ai confini dell’impero, con esiti spesso vittoriosi. Incursioni e scorrerie nei territori romani, atti di pirateria nel Mar Egeo, cruente battaglie campali: in questo panorama non certo pacifico alcune tribù arrivarono a chiedere asilo ai Romani, quando i terribili Unni arrivarono dall’oriente come una furia distruttrice. Tanto per rendere l’idea, lo storico romano del IV secolo Ammiano Marcellino (forse non del tutto attendibile) li descrive talmente rozzi e incivili da superare “ogni limite di barbarie”: mangiavano solo erbe selvatiche e carne cruda, vagavano senza casa né leggi, indossavano “orribili vesti” senza cambiarle fino a quando non erano ridotte a brandelli…

Invasione degli Unni in Germania

Fonte immagine: Biblioteca de la Universisad de Sevilla via Wikimedia Commons – licenza CC BY 2.0

Rozzi e incivili gli Unni quindi, ma praticamente invincibili: la loro calata sulle pianure dell’Ucraina e della Bielorussia, e poi via via sempre più a ovest, travolse talmente tanti popoli da destabilizzare l’intero assetto geo-politico dell’epoca.

Le due tribù di Goti – i Tervingi, in seguito chiamati Visigoti, e i Grutungi, poi noti come Ostrogoti – che cercavano salvezza al di qua del Danubio non erano certo popolazioni pacifiche, ma evidentemente gli Unni facevano troppa paura anche a loro.

I Goti quindi chiesero di poter attraversare il confine ed entrare nei territori dell’impero, dove probabilmente pensavano di essere più al sicuro. Il modo in cui i Romani affrontarono la situazione ebbe delle conseguenze che contribuirono alla fine dell’impero romano d’occidente.

Goti attraversano un fiume

Nonostante le enormi dimensioni, l’impero aveva confini controllati efficacemente, grazie a una buona gestione del flusso migratorio e a una politica lungimirante

Le frontiere romane erano solitamente costituite da barriere naturali, e più raramente da massicci muri di pietra (come il Vallo di Adriano, in Britannia). Al confine settentrionale i fiumi Danubio e Reno sostituivano efficacemente le fortificazioni in pietra. E visto che le migrazioni sono sempre state una costante nella storia dell’uomo, anche allora succedeva spesso che qualche tribù chiedesse di essere ammessa nei territori dell’impero.

I romani, non certo impreparati, adottavano una procedura standardizzata che mirava a ottenere il massimo beneficio per loro, ma al tempo stesso offriva a quei barbari la possibilità di integrarsi. Ogni tribù veniva suddivisa in piccoli gruppi, che andavano a insediarsi in regioni poco popolate, ma solo dopo aver consegnato le loro armi. I nuovi arrivati non potevano più sottostare al vincolo di lealtà nei confronti del loro capo-tribù, ma non solo:

Un certo numero di uomini doveva entrare a far parte delle legioni romane

Fu una politica che nel corso dei secoli si rivelò vincente, perché allentava i legami tribali in popolazioni comunque disarmate, mentre portava giovamento all’economia romana grazie a un incremento del gettito fiscale, e intanto rafforzava l’esercito di Roma.

Con i Goti le cose non funzionarono come avrebbero dovuto, almeno secondo il racconto di Ammiano Marcellino.

I Tervingi chiesero all’imperatore Valente di essere ammessi nei territori dell’impero, e più precisamente in Tracia (odierna Bulgaria), con la promessa di fare il loro dovere nelle fila dell’esercito romano. Valente accettò la proposta, che sembrava portare diversi vantaggi: nuovi soldati per le forze armate, nuove tasse da esigere, e sopratutto la possibilità che i Goti fungessero da cuscinetto tra Romani e altri gruppi tribali ostili.

Valente versa denaro in un forziere

Fonte immagine: Wellcome Collection

 
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Durante l’autunno del 376 i Tervingi attraversarono il Danubio, ingrossato dalle piogge, su qualsiasi mezzo a disposizione. Tanti morirono durante la traversata, e tuttavia ne arrivarono molti più di quanti i Romani fossero pronti ad accogliere. Il cibo non era sufficiente per tutti, anche perché i funzionari imperiali locali rivendevano sottobanco le derrate destinati ai nuovi arrivati. La situazione dei Goti era talmente disperata che, secondo Ammiano, addirittura i loro capi erano costretti a cedere i figli in schiavitù in cambio di carne di cane.

Il gran numero di barbari arrivati sulla sponda occidentale del Danubio impedì anche l’attuazione di un protocollo fondamentale:

Il disarmo dei guerrieri

Con i Goti inferociti e le popolazioni locali in subbuglio, il comandante delle forze armate locali, Flavio Lupicino, non trovò miglior soluzione che tentare di assassinare, attirandolo in una trappola, il capo dei Tervingi, Fritigerno. Il tentativo non riuscì, ed ebbe come conseguenza la ribellione totale dei barbari, che sconfissero il disgraziato Lupicino mentre l’imperatore era all’oscuro di tutto.

Invasione dei Goti

Immagine di pubblico dominio

Intanto, anche altre tribù di Goti che l’imperatore non aveva ammesso stavano attraversando il Danubio: nel territorio dell’impero scorrazzava un esercito di barbari armati.

Iniziarono quindi sei anni di guerra, che devastarono la regione e provocarono un enorme numero di morti. Tra loro anche l’imperatore Valente, ucciso il 9 agosto del 378 nella battaglia di Adrianopoli, che si concluse con la disfatta dell’esercito romano. Solo nel 382, con l’imperatore Teodosio, si arrivò a una pacificazione con i Goti, ai quali fu concesso di rimanere, come una federazione autogestita, nel territorio romano compreso tra il Danubio e i Balcani.

Ma fu dalla battaglia di Adrianopoli che iniziò quel declino culminato con la caduta dell’impero romano d’occidente. Perché dopo quella sconfitta, l’evidente incapacità di fermare le invasioni con la forza dell’esercito costrinse gli imperatori ad accogliere le popolazioni di barbari che premevano sul confine. Barbari che alla fine costituivano il grosso dell’esercito romano, anche nelle posizioni di comando, tanto che a un generale non certo romano (Odoacre, re degli Eruli) si può imputare la fine dell’impero romano d’occidente.

Altro destino ebbe la Parte Orientale dell’impero, che continuò a esistere sino al 1453 come “Impero Romano” anche se gli storici lo chiamarono in seguito “Bizantino”. Ma questa è un’altra storia…

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.