I rapporti tra censura e cinema (così come tra censura e qualsiasi forma di arte) sono sempre stati molto conflittuali, specialmente negli Stati Uniti, dove l’industria cinematografica rappresentò sin dagli albori un business enorme e un mezzo di persuasione occulta di cui tutti i politici e gli intellettuali riconobbero immediatamente le potenzialità.

Dal 1930 fu promulgato un codice di censura, elaborato dall’ex direttore delle Poste William Harrison Hays (detto appunto codice Hays), che costringeva gli autori di film ad attenersi a una serie di regole molto strette circa la moralità dei film che realizzavano. Alcune di queste regole sfioravano il ridicolo (tipo il divieto di mettere figure di religiosi al centro di parodie) o erano francamente intollerabili per le persone di buon senso (tipo il divieto di mettere in scena relazioni sentimentali interrazziali), ma già nel 1934 la loro applicazione divenne talmente rigorosa che qualunque autore volesse fuggire ad esse era costretto a emigrare all’estero, e i suoi film non sarebbero mai stati distribuiti negli States. Tale legislazione restò in uso fino agli anni ’50, quando la concorrenza della televisione indusse i produttori cinematografici a battersi per allargare i propri orizzonti, anche se fu abolita formalmente solo nel 1967.

Sotto, William Hays e il suo codice per la censura:

Questo retroscena rende ancora più importanti le imprese artistiche compiute dai migliori registi che lavorarono a Hollywood in quel periodo e che, malgrado tutto, riuscirono a realizzare alcuni straordinari capolavori. Non possiamo dire con certezza quale sia stato il film più massacrato dai censori, perché molte di queste pellicole sono ormai perdute per sempre. Tra quelle che ci sono rimaste, il record di accanimento subìto spetta probabilmente a “Freaks”, un singolare film horror unico nel proprio genere.

Lo scrisse e lo diresse, nel 1931, un ex artista circense, Tod Browning, che era passato dal circo alla recitazione ai tempi del muto, e poi si era fatto un nome come regista di parecchi film interpretati da Lon Chaney Sr., il più celebre e versatile attore del cinema muto, ancor oggi considerato un modello pressoché irraggiungibile di capacità di immedesimarsi nel ruolo, e celebrato da Hollywood in un film biografico del 1957, “L’uomo dai mille volti”. Purtroppo Chaney era già morto, prematuramente, quando Browning cominciò a lavorare a “Freaks”, altrimenti avrebbe sicuramente fatto parte del cast.

Browning, nato nel 1880, aveva frequentato sin da bambino l’ambiente dei circhi, le cui principali attrazioni del tempo consistevano nell’esibizione di “freaks”, ossia di “mostri”, persone vistosamente deformi. Tali esibizioni erano perfettamente in armonia con la mentalità del tempo e non scandalizzavano nessuno, tantomeno i freaks stessi, che in questi spettacoli guadagnavano somme enormi (celebre il caso delle Sette Sorelle Sutherland, divenute miliardarie). Ovviamente, man mano che andava avanti il progresso, la mentalità cambiava e, a un certo punto, mettere in scena i freaks cominciò a essere considerato immorale e discriminatorio, per cui sparirono da quasi tutti gli spettacoli.

Sotto, Tod Broning con alcuni artisti del film:

Browning, nel suo film, affrontò il tema della condizione di freak in modo molto coraggioso, forse addirittura troppo. Nella vicenda dalla sceneggiatura, i freaks sono persone assolutamente normali, che vivono le loro disabilità e deformità cercando di adattarsi a esse, e provano gli stessi sentimenti che proverebbe chiunque. Mentre i veri “mostri” sono quei “normali” che, insensibili e malvagi, li considerano inferiori o, peggio, subumani.

Il problema però è che Browning era un tipo parecchio eccentrico, e nella redazione della sceneggiatura si fece un po’ prendere la mano, lasciandosi andare a trovate di una genialità straordinaria ma sicuramente troppo in anticipo rispetto alla sensibilità del tempo.

L’immagine degli artisti senza Browning:

Innanzitutto, per scritturare gli attori, andò in cerca di veri freaks nei circhi che ancora ne presentavano qualcuno. Così arruolò personaggi come le gemelle siamesi Daisy e Violet Hilton, il “tronco umano” Prince Randian, le “armless wonder” Martha Morris e Frances O’Connor, l’ermafrodita Josephine Joseph, l’uomo senza gambe Johnny Eck, il microcefalo Simon “Schlitzie” Meck e altri, tra cui alcuni nani, come Harry e e Daisy Earles. Browning raccontò successivamente che tutti quanti si comportarono nel backstage come autentici divi, litigando per i migliori camerini e per la visibilità dei nomi nei titoli, ognuno criticando spietatamente la recitazione degli altri.

Si possono riconoscere nel video sottostante:

Poi concepì la seguente vicenda:

In un circo, il nano Hans è innamorato della trapezista Cleopatra (interpretata da un’attrice molto sensuale, Olga Baclanova, che sul set strinse affettuose amicizie con tutti i “mostri”) ma questa lo disprezza e finge di ricambiarlo solo per poterlo poi uccidere e impossessarsi dei suoi risparmi. Per fare ciò, si mette d’accordo con il forzuto Ercole (interpretato dal culturista Henry Victor) e, con lui, mette in atto alcuni tentativi di uccidere Hans con il veleno o dei finti incidenti. I due vengono però scoperti dagli altri freaks, che decidono di sottoporli a una terribile vendetta: Ercole verrà castrato e, da allora in poi, potrà esibirsi solo come cantate, vestito da donna e con la voce bianca; Cleopatra sarà mutilata tagliandole le gambe e schiacciandole le mani, in modo da diventare anche lei un freak, la “donna gallina”.

I produttori della MGM, che avevano già iniziato una campagna pubblicitaria molto suggestiva (la lavorazione della pellicola era stata tenuta quasi segreta e nessun giornalista aveva avuto accesso al set) per presentare quello che pensavano fosse un horror convenzionale (come il “Dracula” interpretato da Bela Lugosi che Browning aveva diretto l’anno precedente con grande successo di critica e pubblico) ebbero quasi un colpo quando visionarono la versione originale proposta da Browning.

Sembra che tra il pubblico scelto a caso invitato alla prima proiezione di prova (così come si usava fare a quel tempo), molti si sentirono male al punto da richiedere l’intervento di un medico (una leggenda metropolitana, non confermata, riferisce addirittura di una donna incinta che abortì per lo spavento). Prima cercarono di ritirarlo, disconoscendolo, poi, per non perdere il vantaggio commerciale dell’aspettativa creata, lo mandarono in sala in una versione alterata e tagliata di oltre mezz’ora (da 95 a 64 minuti), in cui Ercole non veniva più castrato ma semplicemente dato per ucciso senza che si vedesse la sua fine e tutta la sequenza in cui Cleopatra veniva fatta a pezzi mentre era imprigionata da un albero caduto era scomparsa.

Questi minuti del film furono addirittura completamente distrutti, per cui non è più possibile visionarli neanche volendo

Sotto, il finale edulcorato e semplificato del film:

Dagli anni ’60, cambiando la percezione delle opere artistiche sia nel pubblico sia nella critica, “Freaks” è stato riscoperto e oggi è un cult movie tra i più celebrati, spesso mostrato ai cineforum.

Diverse città americane ne vietarono la proiezione, e sembra che a Cleveland tale divieto sia ancora in vigore. In Germania, fu possibile vederlo solo nel 1945, in UK solo nel 1954, in Italia non è stato mai visto fino a quando Enrico Ghezzi lo propose in Tv su Rai 3, la sera del 6 settembre 1983.

Dopo lo scandalo di “Freaks”, Browning fu messo al bando per qualche anno da tutte le majors cinematografiche di Hollywood, prima di essere richiamato a dirigere pellicole di second’ordine. Tuttavia, riuscì lo stesso a firmare un grande successo, con l’originale e geniale horror “La bambola del diavolo” (1936). Morì nel 1962, completamente dimenticato, anche per via delle sue tante eccentricità, che lo avevano isolato.

Quasi tutti i freaks scritturati per il film continuarono a esibirsi pure dopo, alcuni apparendo addirittura in altri film. Alcuni ebbero una propria famiglia e dei figli senza disabilità. Tranne poche eccezioni, arrivarono a vivere piuttosto a lungo.

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.