La zona del Franciacorta  è  un territorio collinare che si estende nella provincia di Brescia, più precisamente a sud del lago di Iseo. Sull’origine del suo nome esistono diverse leggende, ma la versione più accreditata rimane quella che la considerava una zona franca, ovvero esente da tasse e dazi, perché zona in cui erano presenti colture appartenenti al clero.

Una cosa è sicura, qui la coltivazione della vite ha origini molto antiche, e ne è rimasta una costante fino ad oggi. Attualmente con il nome Franciacorta non si intende solo un’area precisa, ma si intende una metodologia di lavorazione, una tipologia di vino e una qualità garantita, identificando in quest’area il terreno che vanta la produzione delle  bollicine più preziose del nostro territorio.

Se la produzione di vino ha origini remote, è vero che solo con gli inizi degli anni ’70 e con la nascita delle prime cantine si definisce la vera crescita di questo luogo. Il 1967 ha visto ottenere il primo riconoscimento di denominazione Franciacorta, voluto proprio da un gruppo di piccoli produttori, mentre gli inizi degli anni ’80 si registrarono l’aumento degli imprenditori che decisero di investire e puntare sulla coltivazione di questi terreni. Con gli anni ’90 arrivò la costituzione del Consorzio volontario, e con il passare del tempo ci si avvicinò sempre di più a quella che è la realtà odierna, dove il Franciacorta viene riconosciuto un marchio DOCG.

Attualmente tra le cantine del Franciacorta si possono trovare importati nominativi nel campo della produzione del vino. Contadi Castaldi, Berlucchi Guido, Bellavista e Cà del Bosco sono infatti solo alcune tra le tante dislocate nel territorio. Tutte si attengono al famosissimo metodo Franciacorta, che parte innanzitutto da una vendemmia rigorosamente fatta a mano, prosegue con il tiraggio, che prevede l’aggiunta di lieviti e zuccheri, l’affinamento in cantina, il famosissimo remuage o anche chiamato scuotitura, che altro non è che la rotazione e inclinazione giornaliera delle bottiglie fino a farle arrivare ad una posizione quasi verticale e infine la sboccatura e dosaggio, dove si elimina il sedimento che la tecnica di scuotitura ha fatto posizione sul collo della bottiglia e si procede con l’aggiunta dell’eventuale vino a ripristino del livello.

Questa è solo un piccolo riassunto di cosa si può apprendere durante una la visita in cantina, dove questo processo viene spiegato nel dettaglio e dove nel finale si può gustarne il prodotto. Oggi come ieri, Il ruolo della cantine è comunque rimasto molto importante per lo sviluppo del Franciacorta anche a livello turistico locale, tanto che le stesse spesso propongono vere e proprie esperienze che vanno oltre a quella enogastronomica.

Faccio riferimento per esempio a Cà del Bosco, la quale ha voluto unire alla passione del vino, la bellezza dell’arte, arricchendo i suoi spazi di sculture in marmo, bronzo, acciaio, offrendo così ai suoi visitatori la possibilità di sentirsi dentro ad una vera e propria mostra d’arte. All’ingresso del suo cortile si viene così subito accolti dall’imponente “Cancello Solare”, una creazione di Arnaldo Pomodoro, il cui stile è facilmente riconoscibile, dove il sole è stato scelto proprio perché considerato il vero nutrimento dell’uva.

All’interno del giardino, a fare da “guardiani”, troverete un gruppo dei lupi blu in posizione eretta. Questa opera, che non a caso è stata chiamata “Blue Guardians”, è stata realizzata dal Cracking Art Group. Continuando per il giardino, vi scontrerete con una grande scultura in marmo bianco di Carrara, un’opera di Igor Mitoraj. L’”Elogio dell’Ombra” di Bruno Romeda, collocato nel piccolo lago, vuole invece creare dei giochi di riflessi d’acqua, dando un senso di leggerezza, contrastando la pesantezza del materiale con cui la stessa opera stata creata.

E via via si susseguono opere d’arte fino alla fine della visita, ma a mio avviso la più caratteristica e quella impossibile da non notare, rimane l’enorme rinoceronte sospeso al soffitto all’entrata dell’area di vinificazione, di Stefano Bombardieri. L’opera, che è stata chiamata “il peso del tempo sospeso” ritrae questo animale simbolo di vitalità, forza ed energia, intrappolato e imbragato, per cui impossibilitato nei suoi movimenti, quasi a star indicare quel momento in cui magari ci si trova incapaci di agire o reagire e si rimane intrappolati proprio in un tempo sospeso.

Anna Maria Fabbri
Anna Maria Fabbri

Il mio è un viaggio eno-gastronomico, che mi ha portato a dividere la tavola con estranei di tutta Italia, un guanto di sfida nei confronti del mio rapporto con il cibo. E’ nato così "To the Roots", esperienza che nasce dalla condivisione della tavola ma che va molto oltre. In questi anni ho mangiato molte più storie di quanti piatti abbia effettivamente assaggiato. Incontrarsi a tavola è diventato così lo spunto per condividere poi tutt’altro.