Francesco Lotoro è nato a Barletta il 28 novembre 1964, è un pianista, compositore e direttore d’orchestra italiano. Attualmente è docente al Conservatorio Umberto Giordano di Foggia.

Sotto, Francesco Lotoro. Fotografia di Giuseppe Marchisella condivisa con licenza di Creative Commons via Wikipedia

Negli anni ’90 ha concepito il progetto di raccogliere l’intera letteratura musicale prodotta dai musicisti in prigionia durante gli eventi più drammatici dal 1933 (anno di apertura del Lager di Dachau) al 1953 (anno della morte del dittatore sovietico Josif Stalin) in tutti i campi di prigionia, transito, lavori forzati, concentramento, sterminio, penitenziari militari, aperti da: Terzo Reich, Italia, Giappone, Repubblica di Salò, regime di Vichy e altri Paesi dell’Asse, Gran Bretagna, Francia, Unione Sovietica e Alleati in Europa, Africa coloniale, Asia e Oceania.

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Nei suoi numerosi viaggi è riuscito a raccogliere 18 mila documenti. Di questi ne ha decifrati solo 8 mila. Una passione nata per motivi personali, ma che ora ha uno scopo:

Dimostrare che l’ingegno spesso è più forte del dolore e che la musica può diventare un potente strumento di resistenza

Nel 1995 infatti fondò l’Orchestra Musica Judaica. Nel novembre 2013 il compositore e pianista Francesco Lotoro è stato insignito del titolo di Chevalier de l’Ordine des Arts et des Lettres dal Ministero della Cultura francese perché, recita la motivazione “ha dedicato ai compositori francesi deportati nei lager notevoli sforzi di ricerca, salvando così le loro musiche”, portando così a compimento un lavoro «semplicemente eccezionale».

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Come compositore ha creato l’opera Misha e i Lupi e la Suite Golà per cantore e orchestra da camera. Nel dicembre 2019 ha preso parte con Anita Lasker-Wallfisch ad un filmato in cui suona al pianoforte musiche composte dall’Orchestra femminile di Auschwitz, raccolte e preservate da lui stesso.

Per sostenere la sua Recherche di fama mondiale, Lotoro ha dovuto vendere il suo archivio di partiture di Bach e Chopin a cui era molto legato. “La difficoltà più grande è reperire risorse. Due anni fa è partito il progetto ‘100 Viaggi’, una raccolta fondi che mi permetterà di fare altri viaggi in tutto il mondo e non più solo a spese mie. Ognuno potrà contribuire, donando un euro per un chilometro” afferma.

Fotografia condivisa con licenza Creative Commons da Pxfuel

E’ nel 1990 che prende avvio la sua prima importante scoperta: un componimento del pianista ceco Gideon Klein, diventato nel 2011 oggetto di due iniziative editoriali internazionali: il libro “Le Maestro: A la recherche de la musique des camps “(1933-1945) (Éditions Stock, 2012) dello scrittore francese Thomas Saintourens e il docu-film “Maestro” del regista franco-argentino Alexandre Valenti, coproduzione italo-francese uscita nelle sale cinematografiche nel 2017.

Ho trovato pentagrammi – racconta – scritti su carta igienica, carta da alimenti, sacchi di iuta per le patate, ritagli di stoffe, telegrammi. E a scriverli non sono stati solo musicisti. Tante le canzonette trovate e scritte da semplici appassionati di musica, che provavano ad esorcizzare la sofferenza con la parodia. Motivi semplici, che rimanevano nella memoria e che i prigionieri scrivevano quando riuscivano a procurarsi oggetti appuntiti e carta bianca”.

Il pianista, che nel frattempo dopo ogni ritrovamento ha eseguito e fatto eseguire le partiture dalla sua Orchestra, punta a due obiettivi: nel 2020 la creazione (con i fondi statali per la riqualificazione delle periferie) nell’ex distilleria di Barletta di una Cittadella della Musica Concentrazionaria, e nel 2024 l’uscita di una Enciclopedia: 600 opere musicali in 12 volumi.

L’uomo può essere imprigionato, carcerato, perseguitato, torturato, deportato, trasferito, gasato. Ma non puoi togliere all’uomo la libertà di fare musica

Valigie con i nomi dei deportati ad Auschwitz. Fotografia condivisa con licenza Creative Commons via Pxfuel


Il fine della sua missione è consacrare alla memoria come alcuni uomini scelsero la musica come atto di resistenza per opporsi all’annientamento e all’annullamento della persona da chi desiderava la loro morte fisica ed intellettuale. La musica divenne un modo per continuare a sentirsi un essere umano con una personalità, un nome e una passione e non solo come un numero, un pezzo di carne da buttare al macello.

Gli orrori della Shoah rendono infatti inimmaginabile che qualcosa di poetico, di artistico, possa essere stato generato all’interno dei campi di sterminio, dove milioni di ebrei ed altri “non ariani” sono stati sistematicamente sterminati dai nazisti:

La musica come mezzo di sopravvivenza

Durante il periodo del Terzo Reich l’opera musicale non fu solo una risposta spontanea dei detenuti, ma anche un’imposizione del Nazismo: i prigionieri, che dimostravano talento musicale, erano reclutati nelle orchestre da campo, per suonare durante le attività dei prigionieri e la domenica per le SS.

Orchestra da Campo di Buchenwald

Nel corso della sua ricerca nel 2004 Lotoro si convertì all’ebraismo, riprendendo la religione del suo bisnonno ed ebbe l’occasione di entrare in contatto con testimonianze che provenivano dal campo di concentramento Theresienstadt in Cecoslovacchia.
Questo campo aveva la caratteristica di essere divenuto un vero e proprio strumento di propaganda nazista: ai prigionieri di Theresienstadt venne data la “libertà” di allestire spettacoli ed esibizioni, che furono registrate e pubblicate dalle SS per dare la falsa impressione di trattare i prigionieri con umanità.

Locandina Terzin: The Music 1941-1944. Immagine di Alexander Goldscheider condivisa con licenza di Creative Commons via Wikipedia


Le classiche orchestre musicali da campo invece erano diffuse in quasi tutti i lager, la prima fu composta proprio nel campo di concentramento di Auschwitz dove si stima che un milione di ebrei furono uccisi.

L’importanza di questi reperti è che potevano finire distrutti irreversibilmente, viste le condizioni di vita ed i materiali precari su cui venivano scritti. Le composizioni sono invece arrivate fino ai giorni nostri e Lotoro si impegna non solo a recuperarle, ma anche a girare il mondo per incontrare le famiglie sopravvissute dei parenti dei compositori e lavorare per aiutare a finire gli spartiti che ci sono giunti incompleti e per riuscire a creare pezzi meravigliosi ed indimenticabili.

Tra i pezzi più famosi che il pianista ha riportato in vita ci sono le composizioni di Jozef Kropinski, il primo violinista dell’orchestra maschile di Auschwitz per 5 anni.
Jozef Kropinski nacque a Berlino da una famiglia polacca cattolica e nel 1913 scelse di tornare in Polonia per completare i suoi studi musicali come violinista, quella Polonia che paradossalmente proprio in quei mesi stupì per decisioni autoritarie come le leggi-bavaglio ai giudici e in generale per un pericoloso clima di discriminazione dilagante.
Il suo sogno venne infatti spezzato dall’occupazione tedesca e dal suo stesso arresto il 7 maggio del 1940. La Gestapo, con l’accusa di diffusione di stampa contro il regime, lo mandò direttamente ad Auschwitz.

Sotto: Josef Kropinski

In tutto il tempo della sua prigionia il giovane Jozef cercò di sopravvivere e di non perdere mai la speranza, tenendo in vita l’animo con la musica. Il repertorio era ovviamente quello approvato dal regime, e lo scopo non era certo creare un’occupazione nobile e ricreativa per i detenuti. Quando infatti non venivano usate per cerimonie o per concerti privati per le guardie, le orchestre servivano per il coordinamento dei gruppi di lavoro che marciavano a ritmo della loro musica o, peggio, questa veniva utilizzata come sottofondo per punizioni, esecuzioni pubbliche, macabre dimostrazioni del potere nazista.

Contravvenendo alle regole, Kropinski compose musica in segreto durante la notte. Lo faceva nascondendosi in una stanza intrisa di morte, quella destinata alla dissezione dei cadaveri nelle ore diurne e lì, alla luce di una candela scriveva la sua musica.
 Un atto di enorme rischio, in cui ogni nota segnava un atto di resistenza verso la violenza del campo e del nazismo.

Fotografia condivisa con licenza Creative Commons condivisa via Pxfuel

Le sue composizioni spaziavano dal valzer al tango, canzoni d’amore e anche un’opera in due parti. Sarà lui stesso a scriverne una lista completa sette mesi prima di morire, cercando nella sua memoria, visto che molti dei suoi spartiti rimasero nel campo dopo la liberazione o addirittura vennero usati per alimentare fuochi che avrebbero salvato lui e altri suoi compagni dal freddo. In tutto ci sono pervenute circa 117 partiture.

Nel lavoro di Lotoro spicca un’altra forte personalità artistica che conosce il grande potere della musica: Anita Lasker-Wallfisch, ex violoncellista dell’orchestra femminile di Auschwitz e una degli ultimi membri sopravvissuti del gruppo.

La famiglia Lasker, essendo di origine ebraico-tedesca, iniziò a subire discriminazioni a partire dal 1933, ma, poiché il padre aveva combattuto al fronte durante la prima guerra mondiale e aveva ottenuto la Croce di Ferro, il gruppo famigliare pensò di poter godere di un certo grado di immunità dalla persecuzione nazista.

Tuttavia nel 1942 i genitori furono deportati e poi assassinati. Anita e la sorella vennero costrette a lavorare in una cartiera mentre erano ospitate in un orfanotrofio, finché Anita fu internata nel campo di concentramento di Auschwitz nel dicembre del 1943. Immediatamente dopo il suo arrivo, sapendo che era una musicista, le fu ordinato di suonare il violoncello in un gruppo ridotto diretto da Alma Rosé, violinista austriaca e fondatrice dell’orchestra femminile “Die Wiener Walzermädeln”.

Anita Lasker-Wallfish. Fotografia di PumpingRudi condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

Nel 1944 venne trasferita nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, dove le condizioni per gli internati erano ancora peggiori a causa del sovraffollamento.
Con lei vennero trasferite undici musiciste dell’ex orchestra di Auschwitz. Il 15 aprile 1945 le truppe britanniche liberarono il campo, ma nessuna delle undici musiciste sopravvisse.

Nel 1994, dopo la morte del marito, tornò in Germania, dalla quale mancava da quasi 50 anni, per una tournée. Da allora testimonia la tragedia personale vissuta nel periodo dei campi di concentramento visitando scuole tedesche e austriache per parlare e spiegare le sue esperienze. Nel 1996 è stato pubblicato il suo memoriale “Inherit the Truth” tradotto in italiano col titolo “Ereditate la verità: memorie di una violoncellista ad Auschwitz”. Nel 2018 venne designata come oratrice per un un discorso commemorativo al Bundestag nel 73º anniversario della liberazione di Auschwitz.

Per alcune persone è stato un insulto, ma per altre è stato un modo per riuscire a sognare per cinque secondi, di essere fuori da quell’inferno,” dice Lasker-Wallfisch, non avendo alcun dubbio che l’inclinazione musicale l’abbia salvata da un destino molto peggiore all’interno del campo.

Dal sensazionale lavoro di Francesco Lotoro si può riuscire a percepire come la musica possa essere definita come l’arte che vive nell’aria, e quindi il compito di chi fa musica è zavorrarla, ancorarla alla terra come una mongolfiera. E’ un’arte eterea ma proprio perché eterea paradossalmente è un documento attendibilissimo. Lotoro ci vuole trasmettere come sia possibile truccare un documento scritto, un foglio, una foto, un film, ma la musica non può essere falsificata:

Migliaia e migliaia di opere musicali scritte anche su mezzi di fortuna costituiscono una prova inconfutabile di quello che è successo nei campi di concentramento

Fotografia condivisa con licenza Creative Commons via Pxfuel

“Dimostrare che l’ingegno spesso è più forte del dolore e che la musica può diventare un potente strumento di resistenza e di vittoria contro i campi di concentramento” afferma Lotoro.

Martina Manduca
Martina Manduca

Vivo a Venezia e ho studiato Archeologia medievale tra l’Università di Padova e l’Università di Cordoba in Spagna. Sono appassionata di arte, letteratura e cucina e mi piace scoprire un aspetto nuovo di ognuna di esse viaggiando per il mondo.