Finestre di Notte: la pittura dall’occhio indiscreto fra Hitchcock e voyeurismo

Quando James Stewart si affacciava da quella finestra che dava sul cortile, in realtà, sembrava che il suo sguardo cadesse su un’opera come Night Windows (Finestre di Notte), del 1929, in cui mezza sagoma di una fanciulla girata di schiena fa capolino da una grande vetrata di un ordinato e ordinario appartamento americano.

Edward Hopper, Night Windows, 1929

E come nella famosissima pellicola del “Master of Suspense” – che sì, ha preso spunto da questa come da numerose altre opere dello stesso autore – anche qui l’interesse del protagonista è soltanto uno: irrompere nella scena senza fare rumore e con doverosa distanza.

In parole povere: spiare

James Stewart, Grace Kelly e Alfred Hitchcock sul set de La finestra sul cortile – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Peccato che della signorina in questione non si intravedano più di un pezzo del suo fondoschiena e il colore della sua sottoveste; un puzzle nel puzzle di una notte come tante in cui, dopo una lunga giornata passata fuori casa, la stessa è immortalata nell’intento di spogliarsi, presumibilmente per mettersi a letto.

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Ciò che è stato prima e ciò che succederà dopo possiamo solo immaginarlo, mentre il voyeur – che non è più James Stewart nel film La finestra sul cortile, ma l’autore del quadro – attraverso il “medium” finestra, parla a uno sconosciuto introdottosi in punta di piedi in uno spazio privato, l’osservatore, da cui, però, resta escluso. Concetto fortemente sottolineato anche dalla netta separazione cromatica tra esterno e interno attraverso quei forti contrasti di buio-luce che dominano la tela, tra gli elementi che più contraddistinguono il modo di dipingere la “realtà” del suo creatore: lo statunitense Edward Hopper.

Locandina promozionale di Rear Window (La finestra sul cortile) – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Nato nel 1882, a Nyack – un piccolo sobborgo urbano fuori New York City – e considerato uno dei massimi esponenti del Realismo Americano, Edward trascorre un’esistenza che, tutto sommato, non presenta nessuna delle caratteristiche comuni alle biografie dei grandi artisti. Non è un personaggio fuori dagli schemi e sembra trovarsi a suo agio soltanto nel rispetto delle regole, come un qualsiasi perfetto cittadino medio borghese: il candidato ideale capace di raccontare il tedio, l’insoddisfazione e la solitudine di una società dei consumi che tutto offre, ma nulla appaga.

Edward Hopper nel 1937 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

I suoi soggetti non appartengono alle classi meno abbienti e non soffrono le miserie dell’indigenza; trattasi, infatti, di borghesi anonimi e mediocri, accumunati da un’amarezza di fondo totalmente ingiustificata: infelici, silenziosi, inespressivi anche quando, illuminati a giorno da spessi fasci di luce, riflettono un’esistenza malinconica e taciturna che si districa tra strade di città sospese, scorci di appartamenti spogli e locali vuoti e desolanti. Prigionieri di una società che li rende automi privi di emozioni, in una realtà in cui l’incomunicabilità e la distanza tra esseri umani è parzialmente velata, ma non per questo meno deprimente.

«Se lo potessi dire a parole non ci sarebbe necessità di dipingerlo», dichiara spesso nello spiegare il perché delle sue opere

Edward Hopper, I nottambuli (Nighthawks), 1942 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

L’America da cui sorgono le inquietudini di Edward Hopper rappresenta per l’artista la patria delle falsità, argomento centrale del suo universo sia in termini concettuali sia in termini figurativi: un paese popolato da donne e uomini risolti ma irrisolti, inquadrature imperfette, facciate di palazzi in penombra, costruzioni raffigurate per metà; un paese dove tutto – o quasi tutto – nasconde l’oscurità di un segreto che non riuscirai mai a scoprire, ma dovrai soltanto immaginare.

Edward Hopper, Room in New York (Stanza a New York), 1932 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Per questo, Hopper è in grado di ammaliarci e affascinare nonostante tenti di violentarci nella nostra pudicizia, come nel caso di Finestre di notte. E lo fa con tecnica e tanto garbo, fissando nell’occhio dello spettatore ciò che non è lecito vedere: uno scorcio di donna intenta a denudarsi rigorosamente girata di schiena… Non sia mai a qualcuno venga in mente di spiarla dall’appartamento di fronte. Nel mezzo, un letto vuoto a invocare un inarrestabile desiderio di condivisione carnale, due gambe nude e una pelle bianchissima; elementi e gesti “proibiti”, fissati in un istante clandestino che, non solo vive nell’immaginazione del pittore, ma anche in quella dello stesso spettatore, che resta a guardare dal classico buco della serratura.

Nei suoi quadri è raro non veder raffigurati ambienti chiusi come una stanza, una camera di un motel o un desolato bar notturno. E anche i paesaggi esterni presentano tutti un comune denominatore: le finestre, che rappresentano il tempio dello sguardo e il portale della conoscenza, intesa come restituzione di una realtà oggettiva che evoca i sentimenti e i desideri più intimi.

Di Edward Hopper si è detto che sapeva “dipingere il silenzio”, ma, in realtà, ha fatto molto di più. Nell’influenzare il cinema, la fotografia, la letteratura e la cultura popolare – si pensi ad Alfred Hitchcock, David Lynch e Wim Wenders, giusto per citarne qualcuno – si è fatto portavoce di un immaginario ancora attualissimo. Quasi sicuramente, le visioni su tela di Hopper andranno a delinearsi sempre di più negli anni a venire, come gli sguardi vacui, i volti assenti e i corpi alienati dei soggetti dei suoi quadri, che, presto, diventeranno i nostri.


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