In questi mesi così atipici e densi di emozioni forti e mutevoli si sono susseguiti dei periodi a mio avviso ben scissi fra di loro. Abbiamo assistito ad una prima fase che io chiamo quella della creatività. Ebbene, in quella frazione di quarantena ci siamo un po’ tutti ingegnati per riempire un vuoto relazionale e una sicurezza personale perduta per mano di un nemico invisibile e inizialmente sottovalutato. In quelle giornate i fornelli di mezza Italia scalpitavano, i tasti delle tastiere e le corde delle chitarre vibravano forti in un incessante ricerca di fare paura a quel nemico silenzioso ma letale. Eravamo troppo occupati a urlare sempre più forte e a unirci in un abbraccio virtuale, ”distanti ma vicini” era il motto corale che teneva incollati i pezzi di un puzzle che si stavano sparpagliando sul tavolo dell’incertezza.

Passavano i giorni e piano piano le voci dalle finestra si sono fatte sempre più fievoli e siamo stati un po’ tutti presi dai primi sconforti, abbiamo iniziato a fare i conti con un’intimità spesso scomoda e dolorosa dalla quale quotidianamente ci impegniamo a fuggire. Le emozioni si susseguivano nelle nostre anime, controverse e travagliate come non mai. È stato possibile provare nella stessa giornata gli stati emotivi di una vita per poi ricominciare da capo il giro. Spesso sopraffatti dall’insicurezza abbiamo perso le connessioni con un futuro quanto mai immerso nella nebbia, abbiamo versato lacrime di angoscia dopo aver riso a crepapelle, ci siamo affidati alle cure di chi non sentivamo da tempo.

Il nemico ha smesso di essere passeggero ma è diventato un convivente scomodo che a ogni ora della notte lascia la TV accesa. Piano piano ci siamo adattati a questa nuova dimensione e abbiamo costruito un nuovo modo di comunicare, abbiamo imparato ad amare diversamente, abbiamo imparato a desiderare una sfumatura nuova di colori, abbiamo imparato ad avere paura di chi prima era innocuo, abbiamo imparato che è difficile rimanere aggrappati al presente senza il futuro.

In poche parole siamo cambiati giorno dopo giorno e ci sentiamo stanchi ma più forti.

E allora cosa accadrà davvero quando finirà la quarantena?

Ho come l’impressione che molti di noi stiano rivivendo l’esperienza più emozionante e traumatica al tempo stesso che la natura ci ha regalato, il parto.

I futuri genitori coltivano l’immagine del loro futuro figlio addirittura prima dell’unione che genererà il loro miracolo. Dal momento in cui scoprono di attendere il frutto del loro amore iniziano a scolpire nelle loro menti la statua di un figlio ideale dotato di tutte quelle caratteristiche che si aspettano di trovare.

Mano a mano che il tempo passa aumenta l’emozione, arriva il momento di assegnargli il nome, una parola che racchiude dentro tutti i desideri e le aspettative sul figlio. Il nascituro non è più alto o basso, biondo o castano, medico o architetto, semplicemente è Alice o Luca.

Si avvicina il gran giorno e il figlio immaginario inizia a prepararsi a conoscere il figlio reale e il gap che li separa costituisce l’esatta frustrazione genitoriale, l’inquietudine di poter scoprire che il neonato non è affatto chi si aspettavano. La capacità di accogliere questa differenza tra aspettative e realtà è il passaggio obbligato per consentire alla madre di vivere un’esperienza genitoriale sana e priva di proiezioni sul figlio, allo stesso tempo di permettere al neonato di essere ciò che è ,coltivando il suo Sé senza la paura di non essere abbastanza rispetto a quel figlio idealizzato durante la gravidanza dai genitori.

Dall’altro lato, nessuno può in realtà sapere cosa accada a livello emotivo nel neonato dentro il grembo materno.

Alcuni sostengono che le emozioni siano l’esito di uno sviluppo cognitivo, altri evoluzionistico, altri innato.

Trovo tuttavia personalmente molto plausibile che il neonato all’interno di quell’ambiente protetto stia davvero bene e si possa sentire protetto e invincibile.

Possa sentirsi in pace e sicuro come forse non accadrà mai più nella sua vita. Ebbene nel momento del parto succede qualcosa di incredibile, il suo mondo inizia a sgretolarsi, i suoi confini scompaiono o addirittura vengono attaccati da qualcuno di esterno.

Corpo e testa escono in momenti diversi ma qualunque sia la precedenza di uscita il parto costituisce comunque un evento fortemente traumatico. I più fortunati escono già orientati con la testa all’ingiù, hanno il privilegio di vedersi catapultati senza se e senza ma in un luogo freddo, che non conoscono, respirano qualcosa di diverso, vengono passati di mano in mano da gente con una forma strana e un camice verde o azzurro. Poi ci sono i più “sfigatelli”, quelli che già fanno un po’ di casino alla nascita. Loro sono posizionati al contrario e quindi oltre al danno anche la beffa. Hanno la testa e il torace al caldo in quel mondo a loro caro e confortevole e uno sconosciuto tutto d’un tratto lo fa esplodere e inizia a spingerli fuori, qualcuno povero cristo viene anche invitato più o meno dolcemente ad uscire strattonandolo per le gambe. Quella “microvita” con la testa in paradiso e il corpo all’inferno lotta con tutte le forze per rimanere nel suo mondo e non venire trascinato in quello degli altri. In tutto questo, se hanno l’incredibile fortuna di piangere, perché hanno un trauma, sono considerati sanissimi e quindi degni di stare con la mamma, altra persona comunque mai vista se non dall’interno. Se va male invece, se quel momento è stato così difficile da rischiare di lasciarci le penne vengono strattonati, tenuti in vita da mani attente ma invadenti per un corpo così piccino.

Ecco vi starate chiedendo tutto questo come possa essere connesso al 4 maggio

Ebbene in questo momento a mio parere conviviamo con entrambi gli eventi sopracitati pur magari non avendone memoria e vissuto in molti casi.

Ci ritroviamo ad affrontare uno scarto tra quello che era la realtà , quello che ci immaginiamo possa essere e quella che sarà. La distanza fra ricordi, aspettative e sostanza non può che farci vivere un senso di frustrazione e inquietudine che accompagna l’euforia e l’entusiasmo del ritorno alla normalità. Ma quale normalità?

Secondariamente, allo stesso modo di quel bimbo, abbiamo imparato a sentirci quasi al sicuro e protetti da questo nuovo mondo, sentiamo che sta arrivando il momento di uscire senza se e senza ma.

Un ritorno, anzi, una rinascita a tutti gli effetti che non può che portare con se quegli attimi di paura e trauma vissuti nel momento del parto.

Siamo chiamati quindi ad essere particolarmente coraggiosi, accogliere il trauma di questo nuovo momento di transizione e conflitto interiore.

Siamo chiamati ancora una volta a convivere con la pluralità di arcipelaghi del Sé che nuovamente richiedono attenzione e cura dentro di noi.

Siamo chiamati alla resilienza di fronte a uno stress inevitabile ma attraverso il quale dobbiamo passare per sopravvivere.

Siamo chiamati a ricucire lo scarto fra idea e realtà, a fidarci di quel mondo in cui ci ritroviamo che inizialmente non può che spaventarci.

Federico Compagno
Federico Compagno

Mi chiamo Federico Compagno e sono un ragazzo genovese di origini francesi. Durante i miei primi studi universitari in Lingue e Letterature Straniere ho avuto occasione di vivere alcune esperienze all'estero e in diversi luoghi italiani conoscendo persone da tutto il mondo che racchiudevano ognuna una storia affascinante da scoprire. Dopo essere tornato a Genova ho visto crescere dentro di me un interesse sempre più profondo per la Sociologia e la Psicologia clinica e sociale che mi hanno portato a laurearmi anche in Sociologia e ricerca sociale a indirizzo psicosociologico. Scrivo per dare voce alla mia anima e nella speranza che i miei articoli , tutti a sfondo psicosociologico, possano essere uno terreno di conforto in chi si trova narrato in una storia scritta da uno sconosciuto.