In un articolo uscito su “Il Borghese” nel 1998, lo scrittore Marcello Veneziani si scagliava contro Bertolt Brecht, colpevole di aver coniato il celebre detto “Beato il popolo che non ha bisogno di eroi”. Nell’occasione, dopo aver definito le parole di Brecht “oscena idiozia”, Veneziani si lasciava andare a un bel pippone sul ruolo della memoria degli eroi nella formazione della memoria collettiva e quindi dell’identità di un popolo.

Certo, memoria collettiva e identità di un popolo non sono cose da poco: ma è lecito supporre che il concetto di eroismo non possa avere lo stesso significato per un intellettuale da salotto per il quale il non plus ultra dell’adrenalina è ritrovarsi protagonista di uno scontro a distanza sui giornali o sul web (quale è appunto Veneziani) e uno che aveva conosciuto direttamente gli orrori della Grande Guerra servendo come infermiere negli ospedali militari in cui arrivavano ogni giorno vagonate di moribondi e mutilati (quale era appunto Brecht). Chi scrive, presumo non occorra neppure precisarlo, in questa contesa sta risolutamente dalla parte di Brecht.

Bertold Brecht:

Sì, perché il concetto di eroismo è, da sempre, uno dei più facilmente travisati e strumentalizzati. Niente fa comodo alla propaganda di qualunque causa, buona o cattiva, quanto la figura di un supposto “eroe” da portare ad esempio, soprattutto per i giovani. A costo di inventarlo, come è successo tante volte e come è stato mostrato in modo particolarmente efficace in un discusso ma affascinante film di Bernardo Bertolucci sulla memoria della Resistenza, “La strategia del ragno” (1970), difficilissimo da ritrovare sia in tv sia in home video e perfino nei cineforum, ma disponibile in versione completa su Youtube:

“Eroe” può esserlo chiunque, a seconda della causa che si pretende di portare avanti. “Eroi” sono, perfino per i loro familiari e amici, anche gli adolescenti palestinesi che tante volte hanno buttato via le loro giovinezze in insulsi attentati kamikaze tra civili, aizzati da gangster senza scrupoli nascosti dietro la facciata del fondamentalismo religioso. “Eroi” sono i contadini arruolati a forza negli eserciti della Grande Guerra e mandati al macello in condizioni spaventose da generali di una insensibilità che supera anche il concetto di disumano, ma sono diventati tali solo dopo morti. “Eroi” sono, spesso, dei semplici criminali che hanno avuto la fortuna di combattere una guerra dalla parte giusta, quella che ha vinto.

Dunque, “eroi” è una parola che andrebbe sempre impiegata con prudenza e parsimonia, per non prestarsi a nessuno sporco gioco.

Poi però ci sono anche gli eroi veri, quelli dalle storie di coraggio, abnegazione e indiscutibili qualità morali e civili che ci lasciano di stucco. E questi sono quasi tutti piccoli eroi, pressoché insignificanti, facili da dimenticare. Eroi sui quali non si può costruire nessuna roboante mitologia, perché da vivi furono figure da poco e da morti risultano imbarazzanti per parecchie coscienze sporche. Eroi che sono diventati tali loro malgrado, perché non avevano nessuna intenzione di sacrificarsi per nessuna causa, avrebbero preferito mille volte continuare a vivere ma, nel momento in cui il destino chiamò all’appello il loro nome, non si tirarono indietro e lo affrontarono, forse senza nemmeno essere certi delle ragioni della loro scelta, magari perché in qualche modo intuivano che c’era una sola cosa giusta da fare.

Questi eroi, purtroppo, non entrano mai a far parte della mitologia su cui si fondano la memoria collettiva e l’identità di un popolo. Allora tocca a noi, che siamo al corrente dei fatti, testimoniare con un umile ma incessante passaparola che sono esistiti e che non vanno dimenticati. Per rispetto verso di loro e soprattutto verso noi stessi, perché hanno sacrificato le loro vite anche per noi.

Uno degli scrittori più criticati e odiati del nostro tempo, Roberto Saviano, ha messo generosamente la sua enorme fama al servizio di questa nobilissima causa: e già questo dovrebbe dimostrare, al di là di ogni altra valutazione, la caratura umana e morale del personaggio. Grazie all’impegno di Saviano (e ovviamente anche di altri), moltissimi eroi misconosciuti sono stati disseppelliti dal Nulla in cui erano stati dimenticati e ora possiamo parlare ancora di loro. Infatti ora parleremo proprio di uno di loro, di uno dei più umili, e di conseguenza anche uno dei più grandi, Federico Del Prete.

Federico Del Prete nasce a Frattamaggiore, un grosso comune della provincia di Napoli, il 14 settembre 1957. Della sua storia personale e della sua formazione non si sa molto, ma di sicuro non è un uomo ignorante. Non conosciamo le ragioni delle sue scelte, ma è certo che queste ragioni lo inducono a intraprendere la strada più difficile per uno che viva in Campania, quella dell’attività autonoma. Poiché non ha grandi mezzi economici alle spalle, diventa un “mercatale”, ossia un venditore ambulante che, ogni settimana, segue la scansione dei mercati di paese e rionali, spostandosi di giorno in giorno dove può aprire la sua bancarella nella piazzola dell’area mercato presa in affitto dal Comune. È una vita dura, ma non priva di soddisfazioni per chi ci è tagliato, e sicuramente Federico lo è, tanto che mantiene senza particolari ambasce la numerosa famiglia (7 figli) che ha messo su, con la quale vive a Casal di Principe, nel basso casertano.

Potrebbe continuare così per tutta la vita, senza porsi nessuna particolare questione: ma, purtroppo, la realtà in cui opera è una delle più soggette ai soprusi della malavita, che da sempre la fa da padrona. Si racconta, ad esempio, che in uno di quei mercati, un giorno come tanti altri, un venditore non si mise d’accordo sul prezzo di un articolo con una cliente. Senza che vi fossero discussioni particolarmente violente, ma l’affare non si fece. Ciò che il venditore non sapeva, però, è che la donna apparteneva alla famiglia di un boss della malavita. Qualche minuto dopo che era andata via, al suo posto, arrivò una macchina da cui scesero tre energumeni che, incuranti della presenza di tante persone intorno, devastarono la bancarella, picchiarono l’uomo e gli intimarono di andarsene e non farsi vedere mai più. E, infatti, lui non si fece vedere mai più.

Come si possa lavorare onestamente in queste condizioni, Federico lo tocca direttamente con le sue mani, tutti i giorni. Ma c’è di più.

Un altro racconto di quelli tramandati quasi di nascosto, solo per via orale, riguarda un imprenditore che aveva denunciato un concorrente sleale, avendo le prove che si trattava di un prestanome della malavita e che, la sera stessa, ricevette una telefonata proprio da parte del denunciato, il quale gli lesse parola per parola l’intero contenuto della sua denuncia, senza aggiungere altro, perché non occorreva altro.

Leggende metropolitane, si dirà. Intanto, il numero di quelli che improvvisamente e senza nessuna apparente ragione, decidono di andarsene, di solito emigrando nel Nord Italia, è sempre piuttosto alto. Intanto, capita che poliziotti e carabinieri finiscano in galera dopo la scoperta che sono sul libro paga dei clan di zona. Per essere leggende, suonano fin troppo realistiche.

Federico è un uomo molto concreto quando si tratta del lavoro, ma un sognatore per tutto il resto. Potrebbe andarsene anche lui, invece rimane. Come racconterà il figlio Gennaro, “sognava un mondo senza soprusi” e, non essendo né un violento né un esaltato, per realizzarlo sceglie la via democratica, quella della partecipazione. Fonda un sindacato autonomo degli ambulanti, lo SNAA (Sindacato Autonomo Ambulanti) e raccoglie diverse adesioni tra i suoi colleghi stanchi di subire di tutto, a partire dell’imposizione del “pizzo”, senza reagire.

Lo fonda e, perché non ci siano dubbi sulle sue intenzioni, ne piazza la sede proprio a Casal di Principe, nel pieno del regno dei boss

Lo SNAA è attivo su diversi fronti, ma specialmente su uno: il contrasto al racket delle buste di plastica. Infatti, sebbene il loro costo pro capite sia bassissimo, il numero di buste consumate in occasione dei mercati è enorme e rappresenta un lucrosissimo business. Nel periodo all’inizio del nuovo millennio, quando l’attività dello SNAA entra nel vivo, le buste si vendono a peso e si possono comprare tranquillamente a 1,23 euro al kg presso qualunque rivenditore. Ma ci sono clan che permettono di aprire la propria bancarella al mercato solo a chi accetta di comprare le buste da loro, che le vendono a 5 euro il kg, dunque con un ricarico superiore al 400% (e, ovviamente, in nero).

Federico tiene gli occhi aperti, ottiene la collaborazione di qualche collega e, fingendo di stare al gioco, scopre come funziona il meccanismo. Specialmente a Mondragone, un grosso paese del litorale casertano, dove a fare da emissario del clan La Torre è addirittura un vigile urbano, uno che dovrebbe proteggere la gente dai criminali, che riscuote il pizzo passando tra i commercianti e avvertendoli con una frase in codice: “Mimì, prepara la maglia”.

Federico raccoglie prove su prove, deciso a denunciare. Di denunce non ne presenta una sola, ma diverse, finché qualcuno comincia a prenderlo sul serio, in particolare un magistrato destinato a una importante carriera, Raffaele Cantone. Finalmente, un bel giorno, Federico assiste personalmente all’arresto del vigile, colto in flagrante dai poliziotti in borghese nascosti in mezzo alla folla del mercato.

Sembra che sia stato assestato un bel colpo all’organizzazione criminale. Non soltanto per ciò che è stato scoperto ma per il come. La passiva accondiscendenza delle vittime è sempre stata la carta vincente su cui la malavita ha costruito tutte le sue fortune.

Il tribunale penale di Santa Maria Capua Vetere istruisce il processo, dove Federico sarà chiamato a testimoniare. Cosa che non vede l’ora di fare.

La sua deposizione sarà resa il 19 febbraio 2002. Federico non vede l’ora che arrivi quel momento, in cui finalmente potrà liberarsi da un peso. Per ragioni che non ha mai reso note, forse in seguito a minacce subite, da qualche tempo, teme seriamente per la sua vita. Eppure non ha mai pensato di tirarsi indietro. A Roberto Saviano, anche lui residente a Casal di Principe e suo amico, dirà “O vado fino in fondo o è come se non avessi fatto niente”.

La sera del giorno precedente, 18 febbraio 2002, Federico sta nel piccolo locale di via Baracca a Casal di Principe dove ha aperto la sede dello SNAA. È una serata cupa e molto fredda e per strada non c’è quasi nessuno. Alle 19,30, sarebbe anche ora di andarsene a casa, ma deve prima fare una telefonata urgente. Mentre è al telefono, si accorge che qualcuno sta entrando nell’ufficio, non un uomo solo ma un gruppo di persone. Non fa quasi in tempo a voltarsi che viene raggiunto dal primo colpo. In tutto, gliene spareranno contro cinque, perforandogli lo stomaco e il torace, con una pistola da guerra. Prima che arrivi un qualunque soccorso, Federico è morto e i suoi assassini si sono già dileguati nel buio.

Il primo risultato di questo delitto, compiuto con la vigliaccheria che da sempre contraddistingue ogni azione della criminalità organizzata, è intimidire duramente i colleghi di Federico: quasi nessuno di essi sarà presente al suo funerale.

Il processo al vigile corrotto va avanti lo stesso e si conclude con la sua condanna, anche senza la testimonianza di Federico.

Ci vorrà un po’ di tempo per mettere le mani sull’assassino del sindacalista degli ambulanti ma, alla fine, si raccolgono abbastanza testimonianze e prove da incastrare un pentito di camorra, Antonio Corvino, che per questo delitto viene condannato a 14 anni di reclusione nel 2009. Nello stesso anno, Federico Del Prete viene insignito della Medaglia d’oro al Merito Civile alla memoria.

In provincia di Caserta e nel basso casertano, sono nate diverse iniziative per onorare la memoria di Federico, ma la più importante è quella che vede protagonista suo figlio Gennaro che, oltre a intraprendere l’attività di assistente sociale, ha fondato una start-up che distribuisce buste biodegradabili e compostabili ai venditori ambulanti. Socio di Gennaro, in questa impresa, era Massimiliano Noviello, figlio di Domenico, un altro imprenditore ucciso dalla camorra (stavolta dal clan Setola) a Castel Volturno, sul litorale casertano, il 16 maggio 2008, perché “colpevole” di aver ripetutamente denunciato i soprusi di cui i delinquenti lo facevano oggetto. Gennaro del Prete ha successivamente lasciato la start-up perché troppo impegnato alle dipendenze del ministero di grazia e giustizia.

La storia di Federico Del Prete è stata raccontata in un libro dello scrittore (ed ex elicotterista della polizia) Paolo Miggiano, intitolato “A testa alta”, nel 2012. Miggiano, che è autore anche di un volume su Annalisa Durante (la quattordicenne di Forcella uccisa da un proiettile vagante durante una sparatoria tra camorristi il 27 marzo 2004), ha scritto poi anche un libro sulla vicenda di Domenico Noviello, “L’altro casalese”, che è in uscita proprio in questi giorni.

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.