1° novembre 1666, giorno di Ognissanti. La peste si porta via la sua ultima vittima nello  sperduto villaggio di Eyam, in Inghilterra.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Eyam

Immagine di Alan Heardman via Wikipedia – licenza CC BY-SA 2.0

Uno tra i tanti morti per la Grande Peste del 1665/66? Certo, ma non solo. Perché questo ragazzo di una ventina d’anni, ultimo delle 260 persone del villaggio portate via dalla malattia, forse avrebbe avuto una possibilità di salvarsi, lui come altri, se non avesse accettato una difficilissima quanto sensata decisione, presa all’incirca quattro mesi prima da tutti gli abitanti di Eyam.

Croce Celtica al cimitero di Eyam

Immagine di Dave Dunford via Wikipedia – licenza CC BY-SA 2.0

Tutto comincia 14 mesi prima, quando arriva da Londra un rotolo di stoffa per abiti da cucire in vista di una festa imminente. Ma il tessuto è umido, così l’assistente del sarto, George Viccars, lo stende davanti al fuoco. Peccato che nella stoffa ci fossero pulci infette (a Londra l’epidemia è già scoppiata) e la malattia si diffonde rapidamente nel remoto villaggio. George Viccars è il primo a morire, il 7 settembre 1665, e a dicembre si contano 42 vittime, in un paesino di circa 350 abitanti (oppure 800, il numero è discordante nelle fonti).

La Chiesa di Eyam, dove sono conservati i documenti relativi alla Grande Peste

Immagine di Alan Fleming via Wikipedia

Arriva la primavera e il morbo si diffonde con sempre maggior virulenza, così sono in molti a pensare di scappare dal villaggio per sfuggire all’epidemia. In quel frangente così drammatico c’è un uomo che si rende conto di quanto nefasta sarebbe quella fuga: la peste si sarebbe diffusa in tutte le aree circostanti, senza peraltro offrire garanzia di salvezza a chi scappa. E’ il reverendo William Mompesson, sostenuto dal suo ben più amato predecessore, Thomas Stanley, espulso dalla Chiesa d’Inghilterra perché sostenitore di Cromwell, come la maggioranza degli abitanti di Eyam.

I due, a partire dal maggio 1666, prendono delle misure per limitare il contagio nel paese: seppellire i propri morti diventa un compito della famiglia d’appartenenza, e le funzioni religiose si svolgono all’aperto, per mantenere un’adeguata distanza tra le persone. Ma la decisione più drastica, per impedire la diffusione della peste al di fuori di Eyam, è quella di mettere in quarantena l’intero villaggio:

Dal 24 giugno nessuno può entrare o uscire

Qualcuno, su incarico del Conte del Devonshire, avrebbe portato il necessario per la sussistenza, lasciandolo ai margini del paese.

Una Pietra di Confine a Eyam

Immagine di Nessy-Pic via Wikimedia Commons – licenza CC BY 4.0

Come nota a margine di questo triste racconto, si possono ricordare le Boundary Stone (pietre di confine), disposte a delimitare il perimetro del villaggio, dove gli abitanti lasciavano, a mollo nell’aceto, le monete per pagare i rifornimenti arrivati da fuori.

Gli abitanti del villaggio accettano l’isolamento, anche se pare che qualcuno abbia comunque eluso la quarantena. Lo stesso Mompesson, prima che la sua proposta fosse approvata, manda i suoi figli a Sheffield, e avrebbe voluto far partire anche la moglie Catherine, che invece decide di rimanergli accanto.

Il reverendo la seppellirà il 23 agosto 1666

Agosto è il mese più tragico per Eyam, probabilmente per il gran caldo che rende le pulci più attive. Ogni giorno si contano cinque o sei morti, intere famiglie sono sterminate, anche se qualcuno miracolosamente si salva. Come Elizabeth Hancock, che seppellisce il marito e sei dei suoi figli nel giro di otto giorni. O come il becchino improvvisato Marshall Howe, che si ammala all’inizio dell’epidemia, ma riesce a guarire. Pensando di essere ormai immune, l’uomo si offre per l’ingrato compito di seppellire i morti, forse anche per appropriarsi di alcuni oggetti. E probabilmente proprio quegli oggetti contagiano sua moglie e il figlio di due anni, ed entrambi muoiono.

Le Riley Graves, le tombe della famiglia Hancock

Immagine di Sam and Ned via Wikipedia – licenza CC BY-SA 2.0

Howe si salva, così come Mompesson e altre 83 persone (diverse fonti parlano di 430 sopravvissuti su un totale di circa 800 abitanti). Non è così fortunata la giovane Emmot Sydall, promessa sposa a un ragazzo di un villaggio vicino, Rowland Torre. Quando Eyam si chiude in quarantena, i due innamorati decidono di vedersi ogni sera, ma da lontano. Nessuna parola fra loro, solo uno sguardo fugace per dirsi l’amore.

Emmot, che per la peste ha perso il padre e quattro dei suoi fratelli, dalla fine di aprile non si presenta più all’appuntamento. Rowland continua ad andare, ogni giorno, e ogni giorno è una nuova delusione. Eppure, spera ancora di trovare la ragazza viva quando, alla fine del 1666, il villaggio è considerato sicuro, e lui è tra i primi a rientrare. Ma Emmot non ce l’ha fatta, anche lei è una delle vittime della peste, coraggiosa ragazza in un paese di persone coraggiose.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.