A 75 anni dalla sua morte, Eva Braun, che per anni fu l’amante di Hitler e per una manciata di ore sua moglie, rimane una figura sfocata, quasi senza importanza nella storia del Terzo Reich. Al più, ricordandola, viene ritratta come una “stupida bionda”, una figura “irrilevante e scialba”, quasi totalmente insignificante.

Eva Braun nel 1942

Immagine di Bundesarchiv via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Ma fu veramente solo questo?

Ottobre del 1929. Eva Braun è poco più di un’adolescente, incantevole con i suoi capelli biondi e gli occhi azzurri. Adolf Hitler ha quarant’anni e non è ancora il führer, ma è comunque un politico di rilievo in Germania.

Lui entra nello studio del suo fotografo personale, Heinrich Hoffmann, dove Eva lavora come assistente. E’ già passata l’ora di chiusura, ma la ragazza si attarda a sistemare dei documenti nell’archivio, arrampicata su una scala. Eva racconterà alla sorella Gretl:

“Il capo entrò accompagnato da un uomo di una certa età con baffi buffi” che non smetteva di guardale le gambe. Hoffmann presenta l’uomo come Herr Wolf, e poi spedisce la ragazza a comprare birra e salsiccia. Al ritorno Eva rivolge le sue prime parole a Hitler: “Guten Appetit” (Buon appetito).

Probabilmente Eva colpisce Hitler, e certamente non doveva essere il tipo di ragazza che passa inosservata, almeno secondo la descrizione del genero di Hoffmann: “Eva era un tipo alla moda, con i capelli ben curati, un trucco non convenzionale per l’epoca, pullover alla moda e gonne corte e strette, calze di seta e scarpe col tacco. […] Per me era la ragazza più bella di Monaco.”

In quegli anni però Hitler è infatuato della sua giovane nipote, Geli Raubal, l’unica donna che, secondo la segretaria del futuro dittatore, lui abbia mai amato in vita sua, a parte la madre, Klara Pölzl Hitler.

Eva può, se mai, rappresentare un passatempo, una delle tante donne con le quali esce. Ma la Braun, a maggior ragione dopo il suicidio di Geli, nel 1931, vuole di più. Secondo lo storico britannico Alan Bullock “l’iniziativa partiva tutta da Eva: disse ai suoi amici che Hitler era innamorato di lei e che l’avrebbe costretta a sposarlo”.

Lui però continua a frequentare altre donne, e comunque non è certo che abbia rapporti intimi con Eva (sulla presunta omo/bisessualità o impotenza del führer non si è mai fatta chiarezza), tanto che la ragazza, nel 1932, tenta il suicidio sparandosi al collo. Si salva, e Hitler pare avvicinarsi di più a lei.

Ma Eva è infelice, si sente trascurata, e ci riprova nel 1935: prende una dose eccessiva di sonniferi, ma anche questa volta si salva. La sorella maggiore di Eva, Ilse, sospetta che si tratti di una messa in scena per attirare l’attenzione di Hitler, che effettivamente arriva a comprare una casa per lei. D’altronde, Hitler non avrebbe potuto permettere che il suicidio di un’altra donna a lui vicina provocasse uno scandalo. Certo è che lui non si sogna nemmeno di sposarla, è proprio contrario al matrimonio: “Il lato negativo del matrimonio è che crea diritti. In tal caso è molto meglio avere un’amante. Il peso è alleggerito e tutto è posto al livello di dono.”

La relazione rimane segreta, per non distruggere il mito che il führer si è costruito, quello di uomo solitario che sacrifica la sua vita per la causa del popolo tedesco, e lei si lamenta costantemente nel suo “caro diario” del poco tempo che lui le riserva.

Eva Braun e Hitler al Berghof – Giugno 1942

Immagine di Bundesarchiv via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Comunque la relazione, fra alti e bassi (tutti di Eva) prosegue, e la ragazza ottiene di far la parte di moglie quando si trova allo Chalet Berghof, nelle Alpi Bavaresi, che diventa il suo rifugio stabile quando inizia la guerra. Lì, e solo lì, lei poteva sedersi alla sinistra di Hitler a tavola, anche se veniva comunque proibito qualsiasi contatto fisico anche alla presenza dei più fidati collaboratori. Ed è Eva che decide chi può frequentare quella casa, chi può far parte della cerchia più intima del führer, il cosiddetto “circolo di Berghof”.

E non appare più come una giovane sprovveduta quando si sa che è diventata una donna ricca vendendo a Hoffmann fotografie e filmini girati nell’intimità dello Chalet, a mostrare il lato umano di Hitler che gioca con i figli degli amici. E nonostante questo, Albert Speer, l’architetto preferito di Hitler e assiduo ospite del Berghof, la definisce “una donna infelice”. Durante gli anni della guerra non le è permesso andare a Berlino, vive un esilio dorato allo Chalet, dove trascorre “il suo tempo a sciare e nuotare, nella lettura di romanzi a buon mercato, nella visione di film da poco, e nella cura infinita di se stessa, in attesa della persona assente” (A. Speer).

Sotto, una pagina del diario di Eva Braun:

Il 16 gennaio del ’45 Hitler si trasferisce nel führerbunker a Berlino, ed Eva Braun lo raggiunge all’inizio di aprile, quando entrambi sanno che ormai tutto è perduto. Lui ha quasi 55 anni ma sembra molto più vecchio, lei ne ha 33 ed è sempre bella, e sembra spensierata come mai prima di allora. Alla fine è doveva voleva essere, con il suo eroe.

E decide di morire con lui affrontando una fine (dal suo punto di vista) eroica.
Nella notte tra il 28 e il 29 aprile Hitler e Braun si sposano, e non rinunciano ad aprire una bottiglia di champagne, tanto apprezzato da Eva. Il pomeriggio del 30 aprile la donna decide di morire ingoiando una capsula di cianuro, e Hitler si spara un colpo in testa.

Una conclusione degna di Shakespeare, se non fosse che dietro a quell’amore ci sono milioni di morti, l’orrore dei campi di concentramento e della guerra.

Eva Braun aveva vissuto in una bolla, o era consapevole del genocidio perpetrato dal suo amante?

Nessuno può dire se fosse a conoscenza dell’esistenza dei campi di sterminio, ma certo non poteva non condividere, come tutte le altre donne sposate ai gerarchi nazisti, la visione politica del nazismo, basata sull’antisemitismo, il razzismo e l’espansione territoriale a danno degli altri paesi. Forse Eva Braun non era poi una figura così “irrilevante e scialba”, ma una donna determinata e intransigente, che scelse di stare dalla parte sbagliata della storia.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.