Eurocentrismo e le sue conseguenze economiche

Ai giorni nostri l’influenza europea sul mondo non solo è tangibile, ma ha dettato legge ai vari paesi esteri, i quali tentavano in tutto e per tutto di assomigliare alle tendenze occidentali. Questo deriva da un lungo processo nato in età Moderna (1492-1789) che ha visto nell’intraprendenza degli europei l’espansione di imperi coloniali in grado di arricchire i vari paesi d’origine e, allo stesso tempo, influenzarne invece quelli attraversati o conquistati, rendendo la cultura europea una componente chiave in grado di stravolgere anche le varie gerarchie statali. Gli Stati Uniti d’America sono un esempio lampante, dove la cultura dell’illuminismo trova la sua foce; la maggioranza degli stati contemporanei sono basati su una forma di governo plasmata in Europa, cioè la democrazia liberale con la sua tripartizione dei poteri (Parlamento, Governo, Magistratura); vanno ricordati però anche paesi che non sono mai venuti a contatto con il fenomeno della colonizzazione, ad esempio il Giappone, i quali si sono adeguati al pensiero occidentale per rimanere al passo con i tempi e non venir travolti dal progresso degli stati europei. 

Ma da dove nasce questa egemonia socio-economica?

Sappiamo certamente che, nel periodo a cavallo tra Medioevo ed età Moderna, la Cina fu la più grande economia mondiale, ma le decisioni politiche portate avanti dall’imperatore seguirono una chiusura totale dei commerci all’estero. Questa decisione può sorprendere, ma è la conseguenza della floridezza dello stato cinese dove la vastità dell’impero consentiva di raccogliere le entrate di decine di milioni di contadini: di fatto si considerava autosufficiente (tanto da interrompere le grandi spedizioni marittime).

In Europa i vari paesi (eguali alla potenza cinese in tecnologie manifatturiere e conoscenze di base) sono costantemente in guerra per il proprio predominio a discapito dei propri vicini, basando il meccanismo-base di relazione fra nazioni su una competizione spietata e violenta. Va inoltre ricordato che fu l’intraprendenza degli europei uno dei fattori a contribuire il primato dell’Occidente sui commerci. Su questo sfondo si possono inquadrare le varie espansioni, dove tutte le imprese commerciali necessitano di un supporto politico-militare: si viene a creare una situazione dove i commercianti privati, quindi, vengono sovvenzionati e protetti dalla Nazione stessa che vede nella ricchezza della propria popolazione, a causa dell’impennata delle spese militari, l’obbiettivo centrale della propria politica.

Contemporaneamente, per le spese della macchina bellica, nasce la necessità di innovazioni finanziare: la creazione di un debito nazionale, il quale rende in grado i governi di spendere di più delle loro entrate, è una risposta che cambia radicalmente sia la politica che l’economia Europea. Ovviamente per sostenere il servizio del debito (cioè pagare gli interessi) e mantenere il credito pubblico, lo stato avrebbe dovuto trovare nuove fonti d’entrata, che nei paesi di minori dimensioni erano incrementabili solo col commercio; ciò sospinse verso un intervento più deciso in campo marittimo e commerciale, che a sua volta comportò che i temi della crescita economica fossero al centro del dibattito pubblico. 

Ora, quindi, si può prendere in esame da più vicino la situazione Europea ripercorrendo il percorso economico che portò alla sua più completa affermazione tramite il maggiore stato commerciale: la Gran Bretagna. Nel panorama occidentale del 1500 le maggiori potenze militari non erano al contempo quelle economiche e ciò le costringeva a rivolgersi verso coloro che potevano finanziarne i progetti: Venezia, i Medici di Firenze, i Fugger di Augusta e così via.

Come si spiega il fatto che a partire da centri così poco estesi si realizzasse un’accumulazione di ricchezze pro capite che non aveva eguali negli Stati territoriali in formazione?

La risposta è la seguente: i mercati interni dell’epoca dovevano affidarsi a sistemi di trasporto costosi ed inefficienti, quindi l’accentramento delle merci o delle attività artigianali in un mercato fisso riduceva i rischi ed i costi di transazione. In questi luoghi le oligarchie imprenditoriali crearono la condizione per delle reti commerciali esclusive, radunando enormi capitali. Dopo le varie carestie e pestilenze che attraversarono l’Europa, per non parlare della guerra dei 30 anni, la devastazione ed il crollo demografico segnarono queste piccole realtà di Città-stato, impossibilitandone il ritorno economico sulla scena dell’occidente.

Ecco che il baricentro dell’economia europea si spostò verso la neonata Repubblica delle Province Unite; questa rappresentava un’importante novità in quanto presentava autonomie politiche fiscali ed economiche a livello locale, ma anche un accenno a quello che sarà l’economia nazionale portata avanti dallo stato britannico.

Il declino olandese va inquadrato nell’avanzamento economico e commerciale del Regno Unito, il quale per primo si impegnò a danneggiare le Province Unite a partire dall’Atto di Navigazione del 1651 e successivamente con la politica del mercantilismo (seguita da tutte le maggiori potenze). Il nuovo tipo di sistema messo in pratica da Londra era basato su un’economia nazionale integrata, dove lo Stato aveva un ruolo centrale supportando le iniziative economiche ed al contempo dando un forte sostegno militare. Lo sviluppo esponenziale britannico fu dovuto anche a fattori come la quasi inesistenza di un debito pubblico (successivamente sostenuto durante la sua ascesi grazie all’aumento demografico ed economico), la mancanza di minacce dirette da qualche potenza confinante, l’unificazione del mercato interno, la politica d’attrazione del personale specializzato (specie i rifugiati religiosi provenienti dalle altre nazioni, i quali portavano con sé capitali e conoscenze tecniche) ed il carattere puramente sperimentale del mercantilismo. Il sistema economico britannico ed il suo apparato fiscale gettarono le basi della nostra economia odierna, creando quella necessità di adeguazione da parte degli altri Stati.


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