Eugenia Martinez Vallejo: la “Monstrua” di Spagna

La piccola Eugenia Martínez Vallejo nasce sotto i migliori auspici: in un non precisato giorno domenicale del 1674, come sempre Josè Martinez e Antonia de la Bodega, che è in attesa di un figlio, assistono alla messa nella chiesa del piccolo paese dove vivono, Barcena de Pienza. Durante la funzione, alla signora Antonia si rompono le acque ed è subito chiaro che non c’è tempo per portarla nella casa più vicina, e dunque la donna partorisce proprio lì, in chiesa: quale migliore auspicio per la vita futura della neonata, che viene battezzata con il nome di Eugenia, “ben nata”, forse proprio per quella nascita in un edificio consacrato a Dio.

La chiesa di Barcena de Pienza

Immagine di pubblico dominio

Durante i primi mesi di vita, lo sviluppo della bambina sembra confermare quel buon auspicio: Eugenia dorme tranquilla e mangia con appetito, forse un po’ troppo, ma la cosa è considerata comunque positiva, visto che all’epoca una certa pinguedine era considerata segno di salute e bellezza (basti pensare alle figure femminili dipinte dal pittore coevo Pieter Paul Rubens), soprattutto per le donne, destinate a diventare madri.

Certo, la piccola cresce di peso un po’ troppo, visto che a un anno d’età raggiunge i 25 chili (che è circa il doppio del peso considerato “normale”), ma ancora nessuno si preoccupa, sembra una benedizione del Signore per una bimba nata in una famiglia povera.

Il tempo passa e il corpo di Eugenia si allarga a dismisura. Le sue pur robuste gambe sembrano non riuscire a sorreggerne il peso, che a sei anni arriva a raggiungere i settantacinque chili.

I genitori si rendono conto che la bambina non è poi “nata bene” del tutto, e il suggerimento del medico, che dice di tenerla rigidamente a dieta, non sortisce alcun effetto. Loro non possono saperlo, ma Eugenia probabilmente soffre di una malattia genetica, la sindrome di Prader-Willi, che comporta un ritardo nello sviluppo psicomotorio e intellettivo, ipotonia, obesità e appetito eccessivo, anche se qualche medico moderno ha indicato altre patologie, come la sindrome di Cushing o più recentemente, quella di Fröhlich. Quest’ultima ipotesi è stata avanzata dal dottor Rico-Avello, che ha emesso la sua diagnosi per “i piedi grassi, molli, piccoli e dita aguzze e appuntite, che all’artista non sono passati inosservati.”

Qualunque fosse la malattia di cui soffriva Eugenia gli effetti sulla sua vita non cambiano: non è più la bambina cicciottella e allegra che tutti in paese coccolano, ma diventa oggetto di scherno, il bersaglio di feroci prese in giro da parte dei suoi coetanei (che oggi definiremmo bullismo), tanto che i genitori sono costretti a tenerla chiusa in casa.

Nonostante l’isolamento, la notizia di questa bambina straordinaria raggiunge addirittura la Corte di Madrid, e arriva alle orecchie del sovrano, Carlo II, detto lo Stregato, che quanto a salute e anche per avvenenza fisica non era certo da considerarsi un fortunato, afflitto com’era dalle tare genetiche della dinastia Asburgo, frutto dei matrimoni fra consanguinei. Forse proprio per questo amava circondarsi di nani e altre persone con evidenti disabilità, personaggi “strani” che erano in grado di spezzare la monotonia delle sue giornate (anche se in realtà alcuni di loro lavoravano nell’amministrazione di palazzo).

Ed è così che un giorno del 1680, nella modesta casa dei Martinez, arriva un messo di Sua Maestà: il sovrano vuole incontrare Eugenia e la invita al Palazzo di Madrid insieme ai genitori.

Al suo arrivo la bambina viene convenientemente vestita dal sarto reale e presentata a corte, dove riscuote grande successo, tanto da entrare a far parte del gruppo di persone di piacere di Carlo. Quasi nessuno di loro compare in alcun libro contabile, a dimostrazione che non ricevevano un compenso stabile, ma vivevano piuttosto della “generosità” dei nobili, circostanza che (oltre a tutte le considerazioni etiche e ricordando sempre che era il 1600) non consente di avere notizie neppure approssimative sulla loro vita.

Ci racconta però di Eugenia un cronista dell’epoca, Juan Cabezas:

“Dio racconta di questo miracolo della natura al nostro monarca imbattuto Carlo Secondo (che Dio lo mantenga), e sua Maestà Cattolica, volendo vederlo, lo invitò al suo Palazzo Reale di Madrid, dove oggi si trova, con l’ammirazione delle loro Maestà e di tutta la Grandezza di questi Regni.”

La piccola Eugenia, di appena sei anni, viene subito soprannominata La Monstrua (il mostro) e diventa una beniamina di Carlo, che la esibisce nei suoi sontuosi ricevimenti, durante i quali le dame di corte fanno a gara per farsi ritrarre al suo fianco (anche solo in semplici disegni), disegni che sottolineano il loro essere relativamente esili in confronto a quel corpo massiccio della bambina.

Sempre Cabezas racconta:

“Eugenia era bianca e non molto sgradevole di viso, sebbene fosse di grandi dimensioni. La sua testa, il viso, il collo e gli altri tratti hanno le dimensioni delle teste di due uomini; il suo ventre è grande quanto quello della donna più anziana del mondo che sta per partorire. Le cosce sono così grosse e carnose che si sovrappongono e rendono impercettibile all’occhio le sue parti intime. […] E sebbene i piedi siano proporzionati al fisico che sostengono – sono quasi come quelli di un uomo – si muove e cammina con fatica, a causa delle dimensioni spropositate del suo corpo.”

Carlo II non si limita a usare la bambina per divertire i suoi ospiti, ma decide addirittura di farla ritrarre dal suo pittore di corte, Juan Carreno de Miranda, che dipinge due quadri: La Monstrua vestida e La Monstrua desnuda, realizzati sempre nel 1680.

La Monstrua vestida

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Nel primo ritratto la bambina è vestita con un elegante abito di broccato rosso dai bottoni d’argento, donatole dallo stesso Carlo, mentre nel secondo è nuda, coperta a malapena da foglie di vite e grappoli d’uva.

Quello che più colpisce, in entrambi i ritratti, è l’evidente disagio di Eugenia, il suo sguardo triste e corrucciato. Il ricco abito di gala non fa altro che accentuare l’obesità della bambina e la rende una figura grottesca, mentre dove posa svestita non c’è più traccia di umanità: la piccola diventa una creatura mitologica, copia deforme del dio Bacco.

La Monstrua desnuda

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Opere d’arte certo, ma che trasmettono un profondo senso di malessere, se ci si immedesima in quella bambina di 6 anni, della quale non sappiamo nulla di cosa potesse pensare, provare o cosa comunicasse alle persone che la circondavano.

Cosa fece Eugenia dopo quel 1680, dove trascorse la sua vita e dove morì, a soli 24 o 25 anni? Tutti questi dettagli sono completamente sconosciuti, se non che siamo sicuri che continuò a vivere alla corte di Spagna dove morì, nel 1699.

Oggi i due dipinti raffiguranti Eugenia Martínez Vallejo sono esposti affiancati al Museo del Prado, che nelle descrizioni di entrambi i quadri sottolinea lo sforzo del pittore “per infondere una certa dignità alla sua figura deforme”.

Certamente Eugenia non poteva immaginare che, nel tempo, i suoi ritratti sarebbero stati visti da milioni da persone e usati come decorazioni su magliette, tazze e borse, e forse, il saperlo, non le avrebbe fatto piacere.

Magari avrebbe semplicemente chiesto: perché tutto questo?

Non è facile dare una risposta, ma qualunque essa sia ha qualcosa a che fare con la necessità di trovare dei “mostri” intorno a noi, dai freaks show alle visite guidate nei manicomi in epoca vittoriana e, al giorno d’oggi, il morboso interesse per efferati casi di cronaca nera. Un “gusto” che serve forse a rassicurarci riguardo la nostra normalità.


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